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Vincere o salvare l’identità? Se Vannacci cambia la logica della legge elettorale. La versione di Quagliariello

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Il confronto sulla legge elettorale si intreccia con un quadro politico profondamente mutato dall’ascesa di Vannacci e delle forze anti-sistema. Quagliariello analizza i rischi per la governabilità, il dilemma del centrodestra tra vittoria e identità e il peso decisivo che il nodo delle preferenze potrebbe avere sugli equilibri della legislatura, fino all’ipotesi di un ritorno anticipato alle urne

La legge elettorale arriva al passaggio decisivo al Senato in un momento in cui il quadro politico italiano è cambiato rispetto a quando il nuovo sistema è stato concepito. L’Aula ha iniziato l’esame del ddl che supera i collegi uninominali e introduce un impianto prevalentemente proporzionale con premio di governabilità; il nodo delle preferenze, destinato a essere modificato rispetto al testo arrivato dalla Camera, resta uno dei punti più delicati. Ma sullo sfondo c’è soprattutto l’effetto Vannacci. Futuro Nazionale è ormai stabilmente sopra il 7% nei sondaggi, mentre il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha rafforzato la percezione di una nuova fase per le destre radicali europee. È dentro questo scenario che Gaetano Quagliariello, professore alla Luiss, presidente della Fondazione Magna Carta e già ministro e parlamentare di lungo corso, legge la partita della legge elettorale. Il punto, per Quagliariello, non è soltanto quale meccanismo produrrà la maggioranza: è capire se le regole rischiano di costringere i partiti a scegliere tra la vittoria e la propria identità.

Quagliariello, la legge elettorale arriva in Senato mentre il quadro politico sembra essere radicalmente cambiato rispetto a quando è stata concepita. Questo come cambia le carte in tavola e il tenore della discussione?

Ci siamo trovati in mezzo a due scenari. Uno è quello precedente a Vannacci, l’altro è quello successivo a Vannacci. Nel primo c’erano, semplificando, tre tipi di forze: gli europeisti, gli europeisti critici e gli anti-europeisti. Era uno scenario ordinario, nel quale si poteva ragionare secondo gli schemi tradizionali. Oggi, invece, la terza componente è diventata rilevante non soltanto in Italia, ma anche a livello internazionale. Gli effetti che abbiamo visto in Germania e in altri Paesi europei rendono il 2027 un orizzonte di forte incertezza.

Come impatta dunque tutto questo sulla legge elettorale?

Questa legge è stata costruita con un obiettivo preciso: evitare il pareggio e mettere una delle due coalizioni nella condizione di prevalere. Dal punto di vista contingente aveva una sua logica. Ma questa impostazione ha poco a che vedere con la buona politica, che contempla anche il compromesso. Oggi ci troviamo davanti a due schieramenti che sono in disaccordo praticamente su tutto, salvo sul fatto di sostenere un governo insieme. Se si vuole evitare una situazione di stallo, bisogna allora costruire regole istituzionali capaci di scongiurare questo scenario.

Perché sostiene che lo scenario sia oggi diverso?

Perché questa legge, così concepita e senza un’evoluzione, mette entrambi gli schieramenti, e in particolare il centrodestra, davanti a un’opzione di fondo: fare un accordo preventivo con una forza anti-sistema pur di vincere, oppure rinunciare a quell’accordo anche a costo di perdere. In altre parole: perdere le elezioni o perdere la propria identità? È questo il vero dilemma che il nuovo scenario pone.

Vannacci, dunque, rischia di diventare il convitato di pietra della riforma elettorale?

Il problema non è la persona in sé. È il fatto che esiste ormai una componente politica che può risultare decisiva per la formazione di una maggioranza. E questo modifica completamente la logica con cui era stata pensata la legge. Se una forza diventa determinante, le regole elettorali possono trasformarsi da strumento di governabilità in incentivo ad accordi preventivi che hanno un peso anche sull’identità dei partiti.

Uno dei nodi più discussi in queste ore è quello delle preferenze. Lei non è un sostenitore, ma considera difficile mantenerle fuori dalle politiche.

Io preferisco i collegi uninominali. Non sono un sostenitore delle preferenze. Però bisogna anche guardare al senso comune. Oggi le preferenze esistono alle elezioni comunali, regionali ed europee e non alle politiche. Posso intuire le ragioni istituzionali di questa differenza, ma è difficile sostenere che sia una situazione pienamente sostenibile sul piano della percezione democratica.

Il compromesso che si profila, con una parte degli eletti scelta attraverso le preferenze, può essere una soluzione?

È un compromesso. E in politica i compromessi possono essere utili. Fratelli d’Italia e Pd, in particolare, sono destinati ad avere un peso significativo nei collegi e quindi anche nella scelta degli eletti. Gli altri partiti continueranno naturalmente a essere importanti, ma il meccanismo produrrà equilibri diversi. Molto dipenderà anche dal gioco delle opzioni e da come saranno concretamente costruite le candidature.

Crede che il voto sulle preferenze possa diventare decisivo per la legislatura?

Su questo passaggio si gioca molto. Se le preferenze dovessero essere nuovamente bocciate, non escluderei conseguenze politiche rilevanti. In una situazione già caratterizzata da tensioni e da un quadro in evoluzione, anche questo potrebbe contribuire ad aprire la strada a elezioni anticipate. Ciò non significa che le forze politiche di governo arrivino a votare gli emendamenti presentati dall’opposizione.

Quindi il rischio è di non arrivare nemmeno al termine della legislatura?

Il rischio esiste. Quando una maggioranza deve misurarsi contemporaneamente con la legge elettorale, con la crescita di una forza che ne mette in discussione gli equilibri e con la necessità di preservare la propria identità, ogni voto parlamentare può assumere un significato molto più grande di quello formale. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.


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