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Un piano su tre fasi contro le violazioni russe. Così Kyiv e Occidente guardano al dopoguerra

Kyiv e i partner occidentali avrebbero definito un meccanismo di risposta militare graduata alle violazioni russe di un eventuale cessate il fuoco, con il coinvolgimento di Europa e Stati Uniti. Ma rimangono ancora molte incertezze

Già da qualche settimana sarebbe stata raggiunta un’intesa tra Kyiv e i partner occidentali per un meccanismo di risposta militare coordinata da Europa e Stati Uniti in caso di violazioni persistenti da parte russa di un eventuale cessate il fuoco. Lo rivelano al Financial Times fonti informate sulle discussioni, avvenute tra funzionari ucraini, europei e americani tra dicembre e gennaio.

Secondo lo schema concordato, una violazione russa attiverebbe entro 24 ore una prima reazione, basata su un richiamo diplomatico formale e su eventuali misure operative delle forze armate ucraine per contenere l’episodio. Se le ostilità dovessero proseguire, scatterebbe una seconda fase, che prevederebbe l’intervento di una cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, composta da numerosi Paesi dell’Unione europea insieme a Regno Unito, Norvegia, Islanda e Turchia. Qualora l’infrazione degenerasse in un attacco su scala più ampia, dopo 72 ore entrerebbe in vigore una risposta militare coordinata da una forza sostenuta dall’Occidente, con il coinvolgimento diretto dell’apparato militare statunitense.

Un nodo cruciale resta il monitoraggio dell’eventuale tregua. Gli Stati Uniti si sono detti pronti a fornire capacità tecnologiche avanzate per sorvegliare i circa 1.400 chilometri della linea del fronte. Tuttavia, pesa in questo senso l’esperienza vissuta da Kyiv negli anni precedenti all’invasione su larga scala, quando i meccanismi di monitoraggio e di enforcement degli accordi di cessate il fuoco raggiunti a Minsk sono stati violati impunemente da parte russa in molteplici occasioni.

L’accordo sembrerebbe far parte delle garanzie di sicurezza “a la Nato” discusse dal presidente statunitense Donald Trump e da quello ucraino Volodymyr Zelensky in più occasioni, dal vertice di Berlino all’incontro bilaterale di Mar-a-Lago. Garanzie che sembravano ormai date per certe, e che invece sembrano essere state messe in dubbio da parte statunitense per cercare una svolta nello stallo negoziale: sempre secondo Ft, infatti, Washington darebbe luce verde definitiva solo se l’Ucraina accetterà di rinunciare all’intera area del Donbass. L’obiettivo dichiarato di Zelensky è firmare sia l’accordo sulle garanzie di sicurezza sia un piano di ricostruzione postbellica con gli Stati Uniti prima del quarto anniversario dell’invasione russa su vasta scala, che cadrà il prossimo 24 febbraio. Nel frattempo, Mosca continua a respingere l’idea di garanzie unilaterali e truppe occidentali, con l’ex presidente Dmitry Medvedev che invoca un sistema di garanzie che tocchi equamente sia Mosca che Kyiv.

Il prossimo round di colloqui tra Ucraina, Russia e Stati Uniti è previsto ad Abu Dhabi tra mercoledì e giovedì, durante il quale dovrebbero essere discussi i parametri per la fine della guerra e il ruolo di Washington nel monitoraggio di un eventuale accordo. Il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha parlato di alcuni progressi, attribuendoli a un cambiamento qualitativo nella delegazione russa, descritta come più pragmatica e meno incline alle precedenti ricostruzioni storico-propagandistiche, con colloqui definiti questa volta «più focalizzati».


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