“Hard Power”, firmato da Roberto Arditti, non è solo un’analisi puntuale, ma un monito necessario per comprendere i tempi complessi che attraversiamo. L’intervento di Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e istruzione alla Camera, in occasione della presentazione del volume al Centro studi Americani
Se c’è un messaggio che attraversa le pagine del volume di Roberto Arditti, dal titolo Hard power. Perché la guerra cambia la storia, è che gli attori che contano davvero nelle crisi contemporanee sono quelli che dispongono di forza “pesante”: militare, tecnologica, industriale. Come scrive l’autore, la sconfitta del nazismo non è avvenuta grazie a dichiarazioni solenni, ma con lo sbarco in Normandia – oltre 5.000 navi, circa 11.000 velivoli, un apparato logistico senza precedenti. Di fronte a “nemici poderosi e irriducibili”, la strada per giungere alla vittoria deve appoggiarsi sull’uso della forza, in una dimensione così potente da indurre la controparte a cedere. “Può apparire poco elegante o poco sensibile, ma è la dura legge della storia.”
Questa consapevolezza trova piena sponda nelle analisi della nostra diplomazia più esperta. L’ambasciatore Gabriele Checchia, già Rappresentante Permanente alla Nato, ha lucidamente osservato come, in un mondo segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, serva una deterrenza credibile basata su una solida base industriale e militare. È un richiamo al realismo: la Russia di Putin ha ricostruito il proprio ruolo con i carri armati e i mercenari della Wagner; la Cina esercita una “strategia dell’anaconda” attorno a Taiwan; la Corea del Nord si è fatta “Stato arsenale”.
In questa cornice di scontro tecnologico, non possiamo ignorare l’evoluzione della guerra robotica. Pochi giorni fa, il video di un robot terrestre ucraino che ha indotto alla resa soldati russi ha segnato uno spartiacque: l’automazione sta riscrivendo la tattica, trasformando macchine teleoperate in strumenti di pressione psicologica.
Tuttavia, da presidente della Commissione Scienza, devo essere preciso: non dobbiamo cadere nel determinismo tecnologico. Non è pensabile una guerra combattuta esclusivamente da robot. La complessità degli scenari multi-dominio e il requisito del man-in-the-loop per la gestione etica della forza rendono la presenza umana insostituibile. La tecnologia è un moltiplicatore di forza, non un sostituto della massa critica e della resilienza logistica.
L’Europa ha iniziato a muoversi: nel 2024 la spesa dei 27 ha raggiunto i 343 miliardi di euro (1,9% del Pil). Per l’Italia, grazie all’impegno del ministro Guido Crosetto e della sottosegretaria Isabella Rauti, il quadro è sempre più in miglioramento.
La nostra base industriale è pronta. Il rapporto Mediobanca sulle prime 100 imprese italiane della difesa conferma che campioni come Leonardo e Fincantieri sono il cuore di programmi chiave. Inoltre, con il mnistro Crosetto, stiamo lavorando al concetto di riserva volontaria: una risorsa moderna composta da cittadini che mettono a disposizione competenze decisive, dalla cybersecurity all’IA. Sarà un ponte tra Forze armate e società civile qualificata per rafforzare la cultura della sicurezza.
Per anni, la guerra fredda ha imposto un ruolo di secondo piano all’Europa. Oggi, come sottolineato dal Presidente Sergio Mattarella e dal ministro Crosetto, dobbiamo costruire una forza sempre più interoperativa. Rispondiamo a Draghi: serve una nuova Europa e una nuova Nato – più inclusiva e globale – che si concretizzi in un modello interforze in cui ogni paese va nella stessa direzione, uniti nel fare squadra e condividere tecnologie, ma senza necessariamente sfociare in un modello federale.
Non dobbiamo però dimenticare il secondo pilastro: i nostri valori. Arditti lo dimostra con il caso afghano: Kabul 2021 è l’emblema di un soft power lasciato senza protezione. Il potere non può essere solo forza bruta, ma deve proporre una visione del mondo credibile.
L’insegnamento dell’autore è un richiamo alla responsabilità. La pace non è un’astrazione, ma un bene che va custodito con coraggio. Dobbiamo guardare alla nostra industria della difesa come allo scudo necessario che permette ai nostri figli di vivere nella libertà.
Come disse Ronald Reagan nel 1982, “la pace non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di gestire il conflitto con mezzi pacifici; e per farlo, la forza è un requisito indispensabile”. Investire nell’Hard Power significa scommettere sul futuro della nostra civiltà, garantendo che la nostra voce non venga mai soffocata dal silenzio della sottomissione. Solo se saremo forti potremo continuare a essere giusti.
















