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Phisikk du role – Il mistero della Giorgia Cherubina

Se Bruno Valentinetti, sacrestano e artista autodidatta, non avesse proceduto, con la vampata creativa che si addice al pittore di razza, ad ornare con il volto di Giorgia Meloni il mezzo busto angelico nella basilica di San Lorenzo in Lucina, per tornare ad ornare la cappella dedicata a re Umberto II, avrebbe (ahilui!)passato gli ultimi anni della sua vita di ottantatreenne circonfuso forse dall’incenso dei turiboli ma anche da un oblio irreparabile. Il commento di Pino Pisicchio

Se Bruno Valentinetti, sacrestano e artista autodidatta, non avesse proceduto, con la vampata creativa che si addice al pittore di razza, ad ornare con il volto di Giorgia Meloni il mezzo busto angelico nella basilica di San Lorenzo in Lucina, per tornare ad ornare la cappella dedicata a re Umberto II, avrebbe (ahilui!)passato gli ultimi anni della sua vita di ottantatreenne circonfuso forse dall’incenso dei turiboli ma anche da un oblio irreparabile. E ingiusto, perché il signor Valentinetti ha talento da vendere, eccome, e non solo nell’arte pittorica, ma anche in quella della comunicazione, coltivata con apprezzabili nascondimenti, omissioni, ammissioni parziali, preparazioni di attese del colpo di scena finale.
Bisogna dire che il prodotto del suo estro si è mosso decisamente nella direzione dell’uso antico e poi rinascimentale, tornato di moda nel fatale ventennio del Novecento, di onorare il mecenate o il potente con la sua consegna attraverso l’opera all’imperituro ricordo, monito o insegnamento, anche con l’enfatizzazione di doti possedute o no dal suddetto. Nel caso di specie ha lavorato parecchio di fantasia nel collocare la proverbiale “grinta”, detta “cazzimma” dai saggi napoletani, che tutti riconoscono alla Presidente del Consiglio, in un affresco in cui i cherubini coi boccoli d’oro, la pupilla cerulea e lo sguardo placido e celestiale, sono i condimenti di un’allegoria della soavità eterna: la stessa Meloni ha ricordato con onestà che non si sente propriamente un angelo.
Sono stati giorni di grande viavai nella Basilica romana, a caccia di selfie con la cherubina Giorgia che campeggiava nella campata del re. Un tempio magnifico del IV secolo, sorto sulla domus della matrona Lucina, che mescola i canoni della sua origine con successive manomissioni e restauri, andando dal romanico al barocco e, da ultimo, al Valentinetto. La domanda che sorge sommessa, però, è : come è stato possibile che in un monumento di questa portata, dove trovi cappelle del Bernini, tele di Guido Reni, catafalchi di Poussin, di cardinali, archiatri, artisti e nobili, questi ultimi a profusione e, da vivi sparuti rappresentanti della Roma aristocratica, con l’abitudine di sentir messa qui la domenica; in questa Basilica dove il divo Giulio (Andreotti) veniva nelle ore antelucane, prima che i galli cantassero, a fare le sue orazioni; in un tempio che vide scatenarsi l’estro di immensi architetti, da Cosimo Fanzago alla metà del seicento e, più vicino a noi, Andrea Busiri Vici, alla fine dell’800; com’è stato possibile che il restauro di un affresco, ancorché non del livello pregevole come il resto del patrimonio artistico del tempio, fosse affidato al signor Bruno Valentinetti e al suo buon cuore e, a quanto si comprende, alle sue personali predilezioni politiche?
Ah, saperlo!

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