I colloqui mediati dall’Oman tra Iran e Stati Uniti hanno riaperto il canale diplomatico senza produrre una svolta, confermando profonde divergenze sull’agenda e sui contenuti del negoziato. Il processo resta in piedi, ma si muove sotto una forte pressione militare americana e in un contesto regionale e interno iraniano altamente instabile
I colloqui mediati dall’Oman tra Iran e Stati Uniti a Muscat si sono chiusi con un cauto ottimismo ma senza alcuna svolta, confermando che il canale diplomatico è stato riattivato mentre le divergenze di fondo restano irrisolte – e l’opzione militare mai abbandonata dagli Usa, che continuano a movimentare truppe nella regione indo-mediterranea. Le parti hanno concordato di proseguire le negoziazioni, ma l’agenda, il contesto di sicurezza e le pressioni regionali continuano a rendere il processo fragile e altamente condizionato. A conferma di ciò, appena due ore dopo che i rappresentanti diplomatici si erano lasciati, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha diramato nuove sanzioni contro Teheran.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l’incontro “un ottimo inizio”, parlando di un clima “molto positivo” e spiegando che ora i negoziatori riferiranno alle rispettive leadership. Ma soprattutto ha chiesto che Washington negozi senza minacciare. In precedenza, i media statali iraniani avevano indicato che i colloqui si erano conclusi “per ora”, una formula volutamente ambigua che evita sia la narrativa del successo sia quella dello stallo. Sulla stessa linea l’Oman, mediatore dell’incontro: il ministro degli Esteri Badr Albusaidi ha parlato di “colloqui molto seri”, utili a chiarire le posizioni e a individuare “possibili aree di progresso”, con l’obiettivo di riconvocare le parti dopo consultazioni a Teheran e Washington.
Il ruolo dell’Oman
Albusaidi è un figura cruciale del formato negoziale, tanto che ha avuto incontri riservati con entrambe le delegazioni. Nei giorni scorsi, mentre era a Washington per partecipare al Critical Minerals Summit, il ministro omanita aveva incontrato anche il collega italiano Antonio Tajani, il quale aveva ribadito che Roma “sostiene con forza il lavoro di mediazione che anche l’Oman svolge da mesi e che potrebbe portare a un incontro fra Stati Uniti e Iran”. Tajani appena rientrato dalla capitale statunitense, ha incontrato oggi il segretario di Stato Marco Rubio, in Italia per l’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina. La linea italiana è questa: il dialogo e l’impegno dei mediatori va sostenuto completamente, lavorare contro una nuova escalation in Medio Oriente, creare le condizioni per un negoziato efficace che possa costruire pace e stabilità nella regione.
Agenda ristretta per Teheran, agenda allargata per Washington
Sul piano sostanziale, il vertice di Muscat ha messo però in evidenza la frattura centrale. Teheran insiste: “Le nostre discussioni sono focalizzate solo sul nucleare e non affrontiamo altri temi con gli americani”, ha ribadito Araghchi. Washington, al contrario, spinge apertamente per un perimetro più ampio che includa la revisione (o possibilmente la chiusura) del programma di missili balistici, la fine del sistema dei proxy regionali collegato ai Pasdaran, e lo stop alla repressione interna (che da settimane continua tra le proteste popolari).
Questa divergenza si colloca in un contesto molto più teso rispetto al passato. I colloqui di Muscat sono i primi dal giugno 2025, quando gli Stati Uniti si unirono a Israele negli attacchi contro siti nucleari e militari iraniani al termine della cosiddetta “Guerra di dodici giorni”. Da allora il programma nucleare iraniano è stato indebolito, ma non smantellato in modo verificabile, mentre restano interrogativi su stock residui, centrifughe e regime di ispezioni. E oggi il New York Times pubblica un articolo che serve da signalling, vista la tempistica a orologeria: Teheran possiede ancora una riserva di uranio arricchito, il combustibile più vicino alla trasformazione in materiale per bombe. A quanto pare, l’intelligence statunitense e israeliana suggeriscono che l’uranio arricchito sepolto nei tre siti colpiti a giugno sia ancora lì, apparentemente intatto. Una circostanza già evidenziata dalle analisi sull’attacco americano, nonostante i proclami sensazionalistici del presidente statunitense, Donald Trump. E questo pesa sul negoziato.
Diplomazia all’ombra della forza
Il dialogo si è svolto mentre gli Stati Uniti rafforzano visibilmente la propria postura militare nell’area. Navi e assetti aerei americani sono schierati vicino alle acque iraniane e il presidente Trump ha avvertito che, in assenza di un accordo, potrebbero accadere “brutte cose”. Un messaggio ribadito dalla portavoce della Casa Bianca, che ha ricordato come il presidente disponga di “molte opzioni” oltre alla diplomazia.
Il segnale di deterrenza è andato oltre la retorica. Alla vigilia dei colloqui, la Virtual Embassy statunitense in Iran ha diffuso un nuovo alert invitando i cittadini americani a “lasciare l’Iran immediatamente”, rafforzando l’avviso di livello 4 “Do Not Travel” in vigore da dicembre e suggerendo l’uscita via terra attraverso Armenia o Turchia, alla luce delle cancellazioni dei voli. Nella regione, avvisi di questo tipo vengono spesso letti come misure precauzionali in scenari di rischio crescente.
Secondo l’analista Fawaz Gerges della Lse, la combinazione di negoziato e mobilitazione militare rende l’equilibrio instabile. Storicamente, osserva, lo schieramento di una “armada” aumenta la probabilità di escalation più di quanto garantisca un esito diplomatico. Teheran, dal canto suo, ha avvertito che qualsiasi attacco sarebbe interpretato come una minaccia esistenziale al regime, lasciando intendere una risposta dura.
Timori regionali e margini ridotti di compromesso
Funzionari arabi in stretto contatto con Washington hanno espresso preoccupazioni per il rischio che un attacco americano inneschi ritorsioni a catena nel Golfo, colpendo esportazioni energetiche e alimentando una crisi regionale. È ciò che ha bloccato per ora Washington e portato Teheran al tavolo. Alcuni dubitano inoltre che una campagna militare americana (e forse israeliana), anche se intensificata, possa produrre un vero cambio di regime, evocando il rischio di un pantano simile all’Afghanistan.
Processo salvato, questioni aperte
Al tavolo negoziale, l’Iran ha comunque segnalato una flessibilità limitata — inclusa la possibilità di cedere parte dell’uranio altamente arricchito o di accettare temporaneamente lo zero enrichment in un quadro consortile — ma continua a sostenere che il diritto all’arricchimento domestico e le capacità missilistiche non sono negoziabili. Da parte americana permane scetticismo: misure parziali o di breve periodo, sostengono, lascerebbero comunque a Teheran una capacità di breakout, senza ispezioni complete, smantellamento delle centrifughe e limiti verificabili ai missili.
Il risultato di Muscat è dunque procedurale più che sostanziale. Il canale resta aperto e il processo è salvo, ma i nodi centrali — perimetro dell’accordo, sequenza delle concessioni e legame tra nucleare, comportamento regionale e repressione interna — rimangono intatti.
La diplomazia è ripartita, ma sotto pressione militare e con aspettative contenute. La prossima fase dipenderà dalle decisioni politiche che matureranno ora a Teheran e Washington, mentre lo spettro dell’escalation continua a incombere sullo sfondo.
















