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Una nuova stagione per il popolarismo. L’Europa come spazio politico da ricostruire

Di Giancarlo Chiapello

Il rilancio del popolarismo passa dalla riscoperta delle radici europee e cristiane, oltre le polarizzazioni che hanno indebolito il ruolo pubblico dei cattolici. Europa e pensiero democratico cristiano tornano centrali per ricostruire uno spazio politico capace di rispondere alle sfide globali

Se si considera ad esempio l’intervento ultimo, pur di natura tecnocratica, ossia volta agli aspetti economici e a meccanismi di ingegneria istituzionale, di Mario Draghi sull’urgenza per l’Europa di attrezzarsi per reggere l’urto della competizione mondiale in un cambiamento d’epoca in cui gli equilibri internazionali stanno cambiando – viene definito europeismo pragmatico – è possibile comprendere la centralità del tema europeo nello stesso cambiamento necessario nella politica nazionale dove, con tutta evidenza, la polarizzazione è ormai in crisi essendo un sistema che deve estremizzarsi per reggere allontanandosi ideologicamente, però, dalla complessità della realtà e dallo stesso impianto politico di tipo proporzionale, insomma più democratico, europeo.

Tale centralità viene ben colta dall’Appello “cristiani per l’Europa. La forza della speranza” firmato dai presidenti delle Conferenze Episcopali di Francia, Italia, Germania e Polonia che parte dall’invito di Papa Leone XIV “è bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!”. Appare un testo assai opportuno perché, obiettivamente, il solo pragmatismo economicista non basta e i vescovi lo dicono chiaro, servono le radici quando spira forte la tempesta e, si potrebbe aggiungere, servirebbe la riscoperta del coraggio e dell’autonomia da parte dei cattolici lasciatisi dividere e polarizzare andando a servizio altrui.

Il testo si integra perfettamente con la difesa della società e dell’economia aperta di un’Europa che è un player mondiale forte di un soft power senza eguali perché solo ritrovandone il senso gli europei ne ritroveranno l’orgoglio di averlo faticosamente costruito: “L’ordine internazionale è minacciato. In questa situazione l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al “bene comune”. Potremo farlo riflettendo su ciò che ha contribuito a fondare l’Europa.

Dal punto di vista storico, dopo la civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente. Ha plasmato in larga misura il volto di un’Europa umanista, solidae e aperta al mondo…”. Rilanciare l’europeismo più sano vuol dire dunque rifarsi ai padri fondatori democratici cristiani, infatti opportunamente citati dopo la Dichiarazione con cui nacque la Ceca: “I padri fondatori dell’Europa Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile, “poiché amavano Cristo, amavano anche l’umanità e si impegnarono per unirla”, come ha più volte sottolineato San Giovanni Paolo II, ricordando il ruolo dei cristiani nella costruzione dell’Europa.

È su questo ruolo, probabilmente, che servirebbe concentrarsi dopo tre decenni di dispersione e progressiva irrilevanza con il cedimento alla citata polarizzazione, entrata fin anche nella dimensione ecclesiale e stigmatizzata dal regnante Pontefice fin dall’inizio del suo ministero, perché, come è ben chiaro, il miglior pensiero politico dei cattolici, il popolarismo radicato nell’idea democratico cristiana, oggi riappare in tutta la sua attualità senza avere in Italia interpreti, tutti da ritrovare partendo da chi ha avuto il coraggio di fare una sorta di resistenza popolare in questi anni insieme a giovani da sostenere a partire da questa centralità europea.

Serve una sana nostalgia proprio per il pensiero e quindi per il confronto fra identità politiche per ritrovare la via della presenza come ad esempio riflette Paolo Pombeni nel fascicolo 4, ottobre/dicembre 2025 de Il Mulino, dal titolo “Cattolici in politica” in cui fa una disamina storica della presenza politica dei cattolici, parla della Dc senza nostalgie ma riprendendone proprio le caratteristiche peculiari, arrivando a considerare concluso l’dea della polarizzazione che può funzionare con i poli che si stemperano verso il centro: “Ora si sta ripresentando la sensazione che una via d’uscita alla polarizzazione politica che privilegia i radicalismi totalizzanti possa essere rappresentata da una forza (un partito?) che unisca alla capacità di appellarsi a un collante culturale omogeneizzante una collocazione al centro vitale del nostro sistema politico.

Si ritiene, più o meno convintamente, a seconda dei diversi promotori di questa tesi, che la parte reggente di questa nuova forza politica possa essere fornita da ciò che resta del mondo cattolico, numericamente ridotto in termini di adesione, ma nonostante ciò ancora presente con una rete di istituzioni attive sul territorio e capaci di operare con offerte per la generalità dei cittadini. Quasi nessun’altra realtà sarebbe in grado di farlo, disponendo invece il cattolicesimo italiano ancora di una capacità autorevole di comunicazione e una discreta dote di quadri laici attivi nella vita pubblica (per quanto dispersi in collocazioni varie).

Questa considerazione andrebbe letta in parallelo con un fondamentale lavoro edito dal Wilfried Martens Centre for European Studies, “Christian Democracy, conservatorism and the challenge of the extremes” curato da Klaus Welle & Federico Ottavio Reho. Molto interessante tutta la riflessione sulla ripresa della tradizione popolare e democratico cristiana vista da Bruxelles e lontanissima dalle nostalgie organizzativiste italiche con cui nulla centra, senza inseguire la destra ma riprendendo il bandolo dell’originalità di questa straordinaria tradizione: in particolare basti citare un passaggio del contributo qui presente di Rosario Forlenza, ossia “una Democrazia cristiana di ispirazione cattolica è rilevante oggi in Europa e oltre di fronte alla complessa sfida della politica globale odierna? Possiamo usare la Democrazia cristiana per rispecchiare le crescenti preoccupazioni riguardo a un corpo politico disilluso dalla politica democratica rappresentativa e preda di politici imbroglioni? La mia risposta è esitantemente affermativa – anche se ciò che lo specchio riflette è tutt’altro che semplice – ma deve essere correlata a una chiara comprensione di cosa abbia rappresentato la Democrazia cristiana nella politica europea dopo l’esperienza della guerra e del totalitarismo. L’argomentazione principale qui è che la Democrazia cristiana potrebbe essere intesa, con buona pace di Michel Focault, come una forma distinta di spiritualità politica. Una tale dimensione esistenziale e spirituale, trascurata dagli studiosi e dimenticata dai politici, è stata un fattore decisivo nella formazione della politica democristiana e potrebbe ancora essere una risorsa per ripensare una politica significativa in un mondo guidato dal capitalismo globale e dall’anti-globalizzazione populista”.


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