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Perché il metodo di Berlusconi per la politica estera è ancora attuale. Il libro di Castellaneta e Carnelos

In “Berlusconi, il mondo secondo lui”, Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos rileggono la politica estera di Silvio Berlusconi come possibile bussola per l’Italia nel disordine globale. Atlantismo, dialogo con la Russia e centralità del Mediterraneo sono i cardini di una visione fondata su realismo e tutela dell’interesse nazionale

La politica estera, in Italia, è spesso relegata ai margini del dibattito pubblico. Poi arrivano le crisi – guerre ai confini d’Europa, tensioni nel Mediterraneo, fratture transatlantiche, competizione tra grandi potenze – e ci si accorge che è proprio lì che si misura la qualità della leadership.

È da questa consapevolezza che prende le mosse Berlusconi il mondo secondo lui (Guerini e associati) il volume firmato dall’ambasciatore Giovanni Castellaneta– il consigliere diplomatico che più a lungo ha affiancato un presidente del Consiglio – insieme a Marco Carnelos. Un libro che non indulge nella nostalgia, ma utilizza una stagione controversa e densa per interrogare il presente.

Il protagonista è Silvio Berlusconi ma il vero oggetto dell’analisi è il metodo. Gli autori non offrono un’agiografia, bensì una lettura politico-strategica di un ventennio in cui l’Italia tentò di ritagliarsi uno spazio “in prima fila” nello scenario globale.

Il sottotitolo – “Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale” – chiarisce l’ambizione: trarre indicazioni operative per l’oggi, in un’epoca segnata da policrisi, ritorno della geopolitica e competizione sistemica.

Il primo asse è l’atlantismo. Castellaneta ricostruisce un rapporto con Washington portato a un livello di intensità senza precedenti nella storia repubblicana.

Dall’11 settembre alla guerra al terrorismo, la scelta di campo fu netta: non subalternità, ma alleanza strategica. In controluce, il libro solleva una domanda attualissima: come mantenere saldo il legame transatlantico in una fase in cui gli Stati Uniti oscillano tra leadership globale e tentazioni protezionistiche? È un interrogativo che parla direttamente all’Italia e all’Europa.

Il secondo pilastro riguarda la Russia e il tentativo – oggi quasi impensabile – di costruire un’architettura di sicurezza inclusiva.

Il Vertice di Pratica di Mare del 2002 viene evocato come l’apice di un’ambizione: superare definitivamente le logiche della Guerra fredda. Alla luce del conflitto in Ucraina, quella stagione appare lontana, ma gli autori insistono su un punto centrale: senza canali di dialogo, la sicurezza europea resta fragile. È un richiamo al realismo, non a un cedimento.

Terzo snodo: il Mediterraneo allargato. Dalla Libia al Medio Oriente, passando per il rapporto con Israele e con il mondo arabo, emerge l’idea di un’Italia consapevole della propria centralità geopolitica. Non semplice spettatrice, ma ponte tra sponde diverse.

La chiusura del contenzioso con Tripoli, il sostegno alla sicurezza israeliana in un contesto di terrorismo globale, l’attenzione alle dinamiche energetiche e industriali sono tasselli di una visione che intreccia sicurezza e crescita, diplomazia e interesse economico. Un’impostazione che intercetta temi oggi centrali: energia, supply chain, proiezione industriale, stabilità regionale.

Sul piano concettuale, il libro si muove dentro la critica all’illusione della “fine della storia”. La globalizzazione come destino lineare è stata smentita dai fatti: è tornata la competizione tra grandi potenze, è tornata la forza come strumento politico, è tornata la centralità degli interessi nazionali.

In questo contesto, sostengono Castellaneta e Carnelos, l’Italia deve restare ancorata alle sue scelte fondamentali – Onu, Nato, Unione Europea – ma senza complessi di inferiorità né automatismi. Serve assertività, serve visione, serve capacità di iniziativa.

Castellaneta, sul piano stilistico, rivendica il valore dell’empatia negoziale come strumento di composizione dei conflitti, ma anche la necessità di difendere con chiarezza l’interesse nazionale. È una lezione che intreccia pragmatismo e ambizione.

In definitiva, Berlusconi, il mondo secondo lui non è soltanto un contributo alla memoria di una stagione politica.

È un invito a ripensare la postura internazionale dell’Italia in un’epoca in cui l’ordine liberale è sotto pressione e l’Europa rischia la marginalità.

La tesi di fondo è semplice quanto impegnativa: la politica estera non è un orpello, ma uno degli strumenti decisivi per garantire sicurezza, crescita e coesione. E senza visione, nel mare agitato del nuovo disordine globale, si finisce inevitabilmente alla deriva.


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