Le parole pronunciate dal capo della diplomazia del Partito comunista cinese, il ministro degli Esteri Wang Yi, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco non sono state soltanto l’ennesimo scambio polemico contro Tokyo. Ecco come la Cina, nervosa, affronta il nuovo Giappone di Sanae Takaichi
L’accusa di un ritorno dei “fantasmi del militarismo” in Giappone – rivolta pochi giorni dopo la netta vittoria elettorale con cui la prima ministra Sanae Takaichi ha dimostrato di essere protetta da un ampio consenso popolare – rivela piuttosto una preoccupazione più profonda della leadership cinese: l’emergere di un Giappone politicamente assertivo, militarmente più strutturato e sempre più centrale nelle architetture di sicurezza dell’Indo‑Pacifico. Ma nel nervosismo, Pechino rivela anche una direttrice strategica che intende percorrere (o meglio continuare a percorrere) contro l’Arcipelago.
“Se il Giappone non si pente davvero delle sue colpe, la storia non farà che ripetersi”, ha detto il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, parlando dalla Munich Security Conference. E ancora: “Il popolo giapponese non dovrebbe lasciare che gli estremisti di estrema destra lo trascinino verso il basso. Se tornerete su quella vecchia strada, sarà un vicolo cieco. Se proverete di nuovo a scommettere, la perdita sarà più rapida e più devastante”.
L’attacco di Wang colpisce infatti un nervo scoperto della politica giapponese contemporanea. Takaichi ha costruito parte della propria agenda strategica sulla revisione della Costituzione pacifista del dopoguerra, con l’obiettivo di adattare il Paese a un contesto di sicurezza radicalmente mutato. In questo quadro si inseriscono sia l’aumento delle spese militari sia la volontà di chiarire le condizioni per l’esercizio della difesa collettiva, inclusa l’eventualità di una crisi nello Stretto di Taiwan definita dalla premier come una “situazione che minaccia la sopravvivenza” del Giappone.
È proprio questo passaggio ad aver provocato a novembre la reazione più dura di Pechino, sfogata in una serie di esercitazioni attorno a Taiwan che hanno ulteriormente alterato l’equilibrio dello status quo nello Stretto. Per la Cina, un Giappone in grado di intervenire in scenari regionali sensibili rappresenta un ostacolo diretto alle ambizioni egemoniche cinesi nello spazio indo‑pacifico e un moltiplicatore della deterrenza statunitense. Il frame del militarismo diventa così uno strumento narrativo utile a delegittimare preventivamente qualsiasi rafforzamento delle capacità di postura strategica giapponese.
I media ufficiali del Partito comunista, come il Global Times, hanno presentato le dichiarazioni di Wang come una valutazione “fattuale” e condivisa a livello internazionale, insistendo sul rischio di una deriva nazionalista della società giapponese e sulla necessità di vigilanza da parte dei Paesi asiatici. Parallelamente, ambasciatori e rappresentanze cinesi hanno amplificato il messaggio. Significativa in questo senso la presa di posizione dell’ambasciatore cinese in India, che ha richiamato l’attenzione sulle “tendenze preoccupanti” emergenti in Giappone, collegandole implicitamente alla possibilità di un intervento giapponese in uno scenario taiwanese.
La reazione dall’India è tutt’altro che secondaria. Dalla visione formulata da Shinzo Abe nel 2007 – la “confluenza dei due mari” che diede origine al concetto di Indo‑Pacifico – Nuova Delhi è diventata un perno della strategia regionale di Tokyo. L’ascesa di Takaichi, più volte descritta come erede politica del compianto Abe anche per la storia di collaborazione tra i due, appare come una continuità di quella linea, rafforzata oggi da nuove convergenze: la crescente interconnessione tra Indo‑Pacifico e Indo‑Mediterraneo, sostenuta da cooperazioni industriali e di sicurezza marittima, accentua la percezione cinese di accerchiamento.
Accusando il Giappone di militarismo, Pechino mira dunque a influenzare l’opinione pubblica internazionale. Il tema intercetta infatti una sensibilità diffusa in una parte del Global South, dove il rafforzamento militare dei Paesi occidentali o like-minded viene spesso interpretato come una forma di neocolonialismo o di imposizione strategica. In questa narrativa, Tokyo viene presentata come un attore subordinato a Washington – non a caso Takaichi sarà a metà marzo in visita negli Stati Uniti – e incapace di agire secondo interessi autonomi.
La stessa leva retorica è destinata a produrre effetti all’interno del Giappone. Le accuse cinesi rafforzano le opposizioni domestiche alla revisione costituzionale e alimentano il timore di un ritorno a politiche di sicurezza aggressive, contribuendo a polarizzare il dibattito pubblico. Si tratta di una dinamica tipica delle strategie di pressione nella cosiddetta “zona grigia”, dove diplomazia, informazione e percezione pubblica si intrecciano.
Tokyo ha risposto cercando di mantenere una posizione di equilibrio: fermezza sul piano della sicurezza e apertura al dialogo. In un successivo panel dell’evento bavarese, il ministro degli Esteri giapponese, Toshimitsu Motegi, ha respinto le accuse di Wang sulle politiche di sicurezza di Tokyo, affermando che ”non sono basate sui fatti”. “Il Giappone ha costantemente seguito il percorso di una nazione amante della pace dalla Seconda guerra mondiale e intendiamo continuare a contribuire alla pace e alla stabilità della comunità internazionale”, ha dichiarato Motegi.
Il ministro della Difesa Shinjiro Koizumi ha ribadito, durante una sessione di domande e risposte sempre a Monaco: “Anche se abbiamo differenze e disaccordi, la posizione del Giappone è molto chiara: siamo sempre aperti al dialogo […] Non chiuderemo alcun canale, a prescindere dalle nostre divergenze. Vorrei inviare questo messaggio alla parte cinese: accogliamo sempre il dialogo”. Koizumi ha però affermato che il risultato elettorale – in cui il Partito Liberal Democratico ha ottenuto una super‑maggioranza dei due terzi nella Camera bassa – è stato “un messaggio forte da parte dell’opinione pubblica” che dà al governo “il coraggio di portare avanti” una politica di sicurezza più assertiva. Ha tuttavia aggiunto che il Giappone dovrà anche “stare molto, molto attento a spiegare perché è necessario rafforzare la nostra politica di sicurezza, illustrando ciò che vediamo attorno a noi”. Una linea confermata anche nell’incontro bilaterale con il suo omologo italiano, Guido Crosetto, a margine della conferenza.
La tensione tra Cina e Giappone si inserisce così in una competizione più ampia per l’equilibrio dell’Indo‑Pacifico. Per Pechino, la trasformazione del Giappone da potenza economica prudente a attore geopolitico attivo rappresenta una delle principali sfide al proprio progetto di primato regionale. Per Tokyo, al contrario, il rafforzamento della difesa è percepito come una risposta necessaria a un ambiente di sicurezza sempre più instabile. In questo contesto, il ritorno del tema del militarismo appare come un richiamo a una storia-vivente, non un passato archiviato ma una dimensione che continua a plasmare il presente e orientare il futuro degli Stati che agiscono come potenze.
















