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Ecco il modello israeliano nella difesa aerea integrata

Di Filippo Del Monte

La guerra in Ucraina e il conflitto a Gaza hanno rilanciato la centralità della difesa aerea integrata. Nel modello israeliano non conta solo l’efficacia dei singoli sistemi, ma la capacità di garantire resilienza nazionale sotto minaccia costante. Alla protezione passiva si affianca l’“offensive defense” della Israeli Air Force: colpire in anticipo centri di comando e lancio per evitare la saturazione di droni e missili. Tecnologia, superiorità aerea e deterrenza fuse in un’unica architettura strategica raccontate da Filippo Del Monte 

Il tema della difesa aerea e della sua efficienza è tornato di grande attualità con il proseguo delle guerre russo-ucraina e di Gaza.

Gli attacchi russi contro città e infrastrutture ucraine, ma anche le risposte missilistiche alle azioni israeliane provenienti da Iran, Libano e Gaza contro il territorio dello Stato ebraico sono stati emblematici di quanta importanza rivesta una capacità di difesa aerea strutturata.

Secondo gli studiosi israeliani Sarah Fainberg, Yuval Peleg e Tomer Fadlonsia, in Ucraina che in Israele, il concetto di difesa aerea integrata è meno legato alle prestazioni delle singole piattaforme che lo compongono, rispetto al suo obiettivo di garantire nel tempo e sotto costante minaccia la funzionalità civile e militare delle infrastrutture e, in ultima istanza, la capacità di resistenza di uno Stato.

A livello di pianificazione, la difesa aerea integrata è una “riproduzione” su scala nazionale e comprensiva anche delle infrastrutture civili dei sistemi di protezione delle installazioni e delle “power projection platforms” delle forze aeree.

La definizione di difesa aerea integrata data dal Department of the Air Force statunitense nella direttiva di “Air Force Policy” è “l’incorporazione di capacità multidisciplinari attive e passive, offensive e difensive, impiegate per mitigare i potenziali rischi e sconfiggere le minacce avversarie alle operazioni dell’aeronautica militare all’interno dei confini della base e della zona di sicurezza della base”.

Tale concetto è esteso alle capacità di difesa aerea integrata di un territorio anche a causa dell’aumento del potenziale di minaccia proveniente dai cieli, determinato dallo sviluppo di sistemi di saturazione figli dell’estensione della “precise and affordable mass” rappresentata da munizioni di precisione e sistemi unmanned.

L’imponderabilità degli attacchi aerei, specie se condotti con sciami di droni e missili per la saturazione dei sistemi di difesa, dovrebbe portare chi li subisce fino al “punto di rottura” politico-strategico, oltre il quale le risorse impiegate per difendersi sarebbero troppo alte in confronto agli obiettivi da tutelare.

Ecco perché la difesa aerea integrata non può essere solo ed esclusivamente “passiva”, ma disporre di un sistema “offensivo” costituito, ad esempio, dai caccia che, prima dell’attacco nemico, riescano a distruggere centri di lancio e di comando, così da alleggerire il peso che la difesa dovrà sostenere.

Questo è il caso del concetto di “offensive defense”, elaborato dalla Israeli Air Force a partire dalla Seconda guerra israelo-libanese del 2006, nel quale a giocare un ruolo preminente è l’ottenimento immediato della superiorità aerea per colpire i sistemi d’attacco del nemico prima che le proprie difese attive vengano saturate, portando all’esposizione e alla crisi delle difese passive.


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