L’accordo che riduce il controllo di ByteDance su TikTok Usa solleva dubbi su censura, sicurezza nazionale e nuovi equilibri tra Washington e Pechino. Europa e Italia osservano le possibili ricadute, tra governance dei dati, sovranità digitale e rischio di fratture transatlantiche
Già nei giorni immediatamente successivi alla stipula dell’accordo in base al quale ByteDance ha limitato al 19,9% la propria presenza nella neonata joint venture che controlla la filiale americana di TikTok, lasciando peraltro moderazione dei contenuti, protezione dei dati e vigilanza sull’algoritmo interamente sotto il controllo dei nuovi soci americani ed emiratini, diversi utenti della piattaforma hanno lamentato una presunta forma di censura dei contenuti da loro stessi pubblicati nel celebre social network, con particolare riferimento a quelli sensibili sul piano politico.
Che TikTok fosse percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale che era ormai indifferibile allontanare lo si desume dalla quasi perfetta continuità di azione, di concerto con il Congresso, tra l’Amministrazione Biden, che addirittura aveva posto Pechino di fronte all’alternativa secca tra dismettere tout court la filiale americana o subire un oscuramento, e quella attualmente in carica, la quale, posta di fronte all’impossibilità di privare 140 milioni di americani dell’uso della piattaforma, ha optato per la soluzione sopra indicata, che introduce presidi di governance e operativi molto stretti preservando però la continuità del servizio e del marchio.
Significa quindi, per paradosso, che la sicurezza nazionale è stata ora ripristinata e che semmai erano quei contenuti rimossi, a prescindere dall’orientamento politico che li ispirava, a perpetuarne la minaccia? Sebbene la risposta quanto meno al secondo interrogativo sembri essere negativa, a giudicare almeno dalle reazioni del Governatore della California Gavin Newsom e del Senatore del Connecticut Chris Murphy, c’è da chiedersi che tipo di conseguenze avrebbe prodotto l’operazione in questione se a condurla in porto fosse stata un’Amministrazione federale democratica.
Di ciò non avremo mai una controprova, tuttavia quel che è certo è che, forse per la prima volta da quando Cina e Stati Uniti si trovano a confrontarsi su un piano quasi paritario a livello strategico, Pechino scende a patti con Washington su una questione estremamente rilevante – Trump ha ringraziato pubblicamente Xi durante l’annuncio – e decide di porre fine ad un’azione considerata in modo bipartisan minacciosa.
Si tratta quindi, a dispetto delle turbolenze che si registrano nei vari scacchieri e delle esibizioni di muscolarità, di un embrione di G2? Se sì, quali saranno le ricadute sui rapporti che entrambi i contraenti intrattengono con l’altra grande potenza, ossia la Russia, che però è sprovvista, ad eccezione di Telegram, di strumenti simili in grado di penetrare in profondità nelle viscere delle potenze avversarie? È sostenibile quindi un G2 nel medio-lungo termine? È il preludio a un nuovo ordine mondiale?
Ancora: se sono chiare le motivazioni americane, cos’ha spinto l’Impero di Mezzo a compiere questa mossa? La consapevolezza che è giunta l’ora dell’equilibrio? La presa d’atto che i propri scompensi interni (demografici, economici, strategici), peraltro all’origine delle epurazioni in corso a livello delle più alte sfere militari, sconsigliano un’escalation?Comincia a farsi sentire la voce di una popolazione senescente che chiede “China first” e l’abbandono di avventurismi in terre e mari lontani? Lo scarso o inesistente supporto ai Paesi con cui gli Stati Uniti hanno deciso di regolare i conti (Venezuela, Cuba, Iran) si inserisce in questo quadro?
Qualunque sia la risposta a questi interrogativi che riguardano il gioco tra le grandi potenze, per Europa e Italia è altrettanto indifferibile capire il riflesso che tali dinamiche avranno su di esse. Se, in altre parole, è difficilmente configurabile un assetto che vede ByteDance ridimensionare la propria presenza nel capitale di TikTok USA, con annessa perdita del controllo sull’operatività dell’algoritmo, ma nel contempo continuare col business as usual in Europa e negli altri Paesi NATO, ci si deve chiedere verso quale ordine si tenderà e quali saranno i passaggi intermedi. Il rischio del mantenimento dello status quo, infatti, è costituito da un acuirsi delle tensioni tra le due sponde dell’Atlantico, questa volta indotto da una divergenza di vedute radicale sull’approccio ai social media, anche se non è da escludersi che il recente giro di vite dell’Unione Europea sui danni causati sulla psiche degli utenti specificamente dall’algoritmo di TikTok testimoni proprio di una volontà di allineamento in questo senso.
Si replicherà il modello della joint venture americana? Se sì, questo verrà esteso anche operativamente alle controllate europee di TikTok, con conseguente ingresso di soci strategici europei nel capitale della stessa e custodia dei dati anche europei nei datacenters del nuovo socio Oracle collocati in territorio americano? Oppure si opterà per un’architettura “federale”, che riproduce quella americana ma che lascia ai singoli Stati europei approntare i presidi nelle rispettive joint venture domestiche? In questo secondo caso, ci sarà o meno un coordinamento operato da Washington su moderazione dei contenuti e, soprattutto, sicurezza dei dati custoditi in datacenters domestici? Chi potrà essere proprietario di questi ultimi?
Sullo sfondo risuona l’allarme lanciato, a seguito dei recenti atti di sabotaggio, dalle nostre Ferrovie dello Stato sulla difficoltà intrinseca di garantire la sicurezza lungo una rete estesissima di binari e stazioni. I datacenters, i cavi che li connettono e le fonti di energia che li alimentano presentano il medesimo carattere strategico e il medesimo profilo di rischio:vista la posta in gioco, gli obiettivi di sicurezza dovranno quindi essere perseguiti in modo ossessivo. Dopotutto, definire ‘anarchici’ gli autori degli ultimi attentati è etimologicamente inappropriato.
















