A Washington debutta il Board of Peace voluto da Donald Trump per guidare la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza, tra adesioni selettive, scetticismo europeo e timori di un formato alternativo all’Onu. L’iniziativa punta a mostrare leadership diplomatica americana, ma rivela divisioni tra alleati e incognite sulla sua efficacia
Il Board of Peace si è aperto a Washington con una coreografia altamente simbolica e una forte impronta personale del presidente statunitense, Donald Trump. I partecipanti si sono riuniti presso lo U.S. Institute of Peace per la foto ufficiale inaugurale, con Trump affiancato dal segretario di Stato Marco Rubio, dal vicepresidente JD Vance, dalla chief of staff Susie Wiles e da Jared Kushner, membro del consiglio esecutivo del Board e genero-in-chief. Prima dell’inizio dei lavori – dedicati al futuro di Gaza – il presidente ha scherzato con i presenti e ha rivendicato la portata dell’iniziativa, definendola “una delle cose più importanti e significative” della sua carriera politica. Davanti ai rappresentanti di decine di Paesi, Trump ha aperto i lavori con i suoi intervento, in cui ha sottolineato l’ampiezza delle adesioni e si è detto convinto che anche gli alleati che finora hanno declinato l’invito finiranno per unirsi al progetto, minimizzando le riserve europee legate al possibile ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite. Nel suo intervento ha inoltre evocato precedenti accordi di pace facilitati dalla sua amministrazione e ha citato diversi leader stranieri presenti o sostenuti politicamente, delineando il Board come una piattaforma destinata a consolidare la stabilizzazione di Gaza ma anche a proiettare una nuova architettura diplomatica a guida americana, un formato che ambisce a incidere sugli equilibri diplomatici oltre il solo teatro mediorientale.
Una lettura pragmatica
Una fonte diplomatica europea descrive confidenzialmente una dimensione pragmatica sullo sfondo del Board of Peace: è perfettibile, ma per quanto riguarda Gaza è l’unica iniziativa concreta. “Non mi sembra che la Cina, la Russia o l’Unione Europea, e nemmeno le Nazioni Unite nei fatti, abbiano messo insieme un quadro articolato di attori internazionali e fondi concreti per procedere verso una stabilizzazione, per quanto essa possa sembrare distante”, dice la fonte. Implicita una critica, sottile, alle Nazioni Unite che entra in una traiettoria trumpiana e dei suoi detrattori: il presidente statunitense non ama l’Onu e il suo incedere, lento e burocratico. Il Board rischia di essere un’alternativa alle dinamiche di azione onusiane – ed è questa la paura di molti osservatori. Ma la visione di Trump trova adesione tra molti americani – stanchi di quello che vedono come un contributo eccessivo alle attività del Palazzo di Vetro – e tanto altri in giro per il mondo, che non credono più nelle capacità delle Nazioni Unite di risolvere i problemi.
E dunque vuole sostituirsi all’Onu, come dicono i censuri, con un’organizzazione di cui sarà chairman a vita e su cui deciderà in modo più o meno totale e arbitrario (vedere per credere cosa è successo al Canada, il cui invito a partecipare è stato ritirato dopo che il premier Mark Carney era stato piuttosto duro con gli Usa trumpiani durante il suo discorso all’assise di Davos)? La fonte europea aggiunge un’osservazione riguardo all’Italia: al di là delle polemiche interne, frutto di “una costante campagna elettorale che riguarda i Paesi europei” (avallata in questo caso dalle critiche internazionali al Board), è logico che Roma faccia parte in qualche modo del sistema convocato oggi da Trump. “La Commissaria per il Mediterraneo dell’Ue, Dubravka Šuica, è a Washington per la stessa ragione del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani”. “L’Italia è un attore di primo piano nella regione mediterranea”, aveva detto Tajani annunciando la sua presenza a Washington. “Non possiamo non essere parte di una strategia che continuerà a vederci in prima linea, ascoltando ciò che viene fatto. Dobbiamo fare ciò che abbiamo sempre fatto per costruire pace e stabilità in tutto il Medio Oriente”.
Il mondo visto dall’Ue
L’Unione europea partecipa al Board of Peace con un approccio prudente e pragmatico. La Commissaria Šuica è a Washington come osservatrice, una scelta che a Bruxelles ha suscitato perplessità, ma che viene difesa dalla Commissione come necessaria per restare informati e contribuire alla discussione sulla ricostruzione di Gaza – la stessa linea pragmatica sposata da Roma. Alcuni Stati membri, in particolare Francia e Belgio, hanno sollevato dubbi sull’assenza di un mandato formale e sul rischio di indebolire il ruolo delle Nazioni Unite, mentre il servizio giuridico del Consiglio avrebbe richiamato l’obbligo di rispettare il diritto internazionale.
Dalla Commissione sottolineano tuttavia che la presenza europea non implica un avallo politico dell’iniziativa, ma risponde alla volontà di incidere su un dossier – quello palestinese – in cui l’Ue è già uno dei principali attori finanziari e diplomatici. Bruxelles intende inoltre circoscrivere il perimetro dei lavori al futuro di Gaza, evitando che il forum si estenda ad altri teatri come l’Ucraina. “L’Europa non è uno spettatore”, ha affermato Šuica prima della partenza, ricordando il ruolo centrale dell’Unione in Medio Oriente e il suo impegno nel coordinare gli aiuti e la riforma dell’Autorità palestinese.
L’obiettivo di Trump
Dal vertice inaugurale del Board of Peace, Trump punta soprattutto a dimostrare la credibilità politica dell’iniziativa e la sua capacità di mobilitare sostegno internazionale, intanto attorno a un progetto di stabilizzazione e ricostruzione di Gaza. L’obiettivo immediato è ottenere impegni concreti – finanziari, logistici e di sicurezza – che diano sostanza al piano sostenuto da Washington, inclusi fondi (Trump ha parlato di 10 miliardi di dollari già pronti) per la ricostruzione e contributi alla forza internazionale di stabilizzazione. Allo stesso tempo, la riunione serve a rafforzare l’immagine di Trump come mediatore e architetto di un nuovo formato diplomatico, capace di produrre risultati laddove altri processi sono rimasti bloccati, pur in un contesto segnato da scetticismo e dall’assenza di una piena convergenza sulle questioni politiche di fondo. In questo quadro, il Board si presenta come il tentativo di istituzionalizzare un’iniziativa nata in chiave politica, dotandola di una base giuridica e operativa capace di tradurre le ambizioni diplomatiche in un meccanismo concreto.
Il Board of Peace nasce in effetti da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che gli ha attribuito un mandato di due anni per supervisionare la ricostruzione di Gaza e l’avvio di una International Stabilization Force. Alla riunione di Washington partecipano circa venticinque Paesi membri, affiancati da osservatori, con una presenza significativa di attori regionali mediorientali e di partner occidentali, mentre altri alleati tradizionali hanno scelto di restare ai margini. Israele ha aderito solo in una fase successiva e, al momento, non è prevista una rappresentanza palestinese – un elemento considerato da molti un limite strutturale del processo. L’incontro è destinato a definire priorità operative immediate, dalla sicurezza al coordinamento degli aiuti, e a verificare la disponibilità dei partecipanti a contribuire con risorse, personale e capacità tecniche alla fase di stabilizzazione. Trump ha per esempio affermato che Indonesia, Marocco, Albania, Kosovo e Kazakistan hanno già promesso l’invio di truppe e forze di polizia per stabilizzare Gaza, mentre altri Paesi come Egitto e Giordania starebbero fornendo un sostegno “molto, molto consistente” per creare una forza di polizia palestinese ritenuta affidabile, nel quadro dei piani statunitensi per promuovere la pace nell’enclave.
Lo stato dei fatti
A distanza di mesi dall’annuncio del cessate il fuoco, il Board of Peace appare come uno strumento carico di aspettative ma anche di ambiguità strutturali. Se da un lato l’adesione di 23 Paesi e le promesse di svariati miliardi di dollari per la ricostruzione indicano una volontà di incidere concretamente su Gaza, dall’altro emergono divisioni profonde tra alleati occidentali, scetticismo delle grandi potenze e priorità divergenti tra i membri regionali. L’Europa si presenta divisa, con alcuni Paesi aderenti e altri apertamente contrari, mentre l’invito a Vladimir Putin e il contributo minimo (economico) richiesto per un seggio permanente hanno alimentato ulteriori riserve. Cina e Russia restano alla finestra, diffidando di un formato percepito come strumento di influenza statunitense più che come piattaforma multilaterale. Nel mondo arabo e musulmano, invece, il sostegno appare legato quasi esclusivamente alla prospettiva di avanzare la fase successiva a Gaza, senza necessariamente avallare l’ambizione globale del Board. Ne emerge l’immagine di un organismo che, più che ridefinire l’ordine internazionale, riflette le linee di frattura già esistenti e la difficoltà di trasformare un’iniziativa politico-personale in un quadro diplomatico condiviso.
Valeria Talbot, head del Mena Center dell’Ispi, spiega che effettivamente ci sono molti interrogativi “non solo sulla natura sui generis di questo organismo, sul quadro normativo in cui dovrebbe operare e sui fondi di cui dovrebbe disporre, ma anche sull’effettiva implementazione di un piano di pace che finora stenta a decollare”. “Tuttavia – spiega l’esperta di Medio Oriente – nonostante criticità e limiti, il piano Trump per Gaza è oggi l’unico sul tavolo. E avere un posto al tavolo è cruciale per i leader dei Paesi mediorientali” che sono a Washington, “consapevoli che le vie della pace, e della guerra, nella loro regione passano inevitabilmente per la capitale americana”. Consapevolezza che evidentemente riguarda anche l’Ue e Roma nello specifico.
















