Il settore della salute, con la farmaceutica e le biotecnologie in prima linea, si colloca al centro della high-tech economy. Per Rosario Cerra e Francesco Crespi, presidente e direttore ricerche del Centro economia digitale, il contesto straordinario in cui stiamo vivendo in termini di velocità, dimensione e impatti economici e geostrategici delle trasformazioni tecnologiche in atto impone l’adozione di un approccio di policy più ambizioso da parte dell’Ue, con l’Italia che può ambire a un ruolo di leadership
L’economia globale sta attraversando una fase di discontinuità profonda, segnata dall’emergere di un nuovo ciclo competitivo in cui la tecnologia non è più un semplice fattore di produzione, ma il perno attorno al quale ruotano la sovranità e la rilevanza geopolitica delle nazioni.
Motore sistemico di crescita
In questo scenario il settore della salute, con la farmaceutica e le biotecnologie in prima linea, si colloca al centro di quella che il Centro economia digitale definisce high-tech economy (Hte): un’economia che investe sistematicamente nella generazione e, soprattutto, nell’utilizzo intensivo, efficace e su larga scala delle tecnologie avanzate.
La forza del modello high-tech economy trova riscontro nelle evidenze econometriche emerse dalle analisi rigorose condotte nel nostro ultimo rapporto strategico. I settori ad alta intensità tecnologica e di conoscenza non rappresentano infatti semplici comparti industriali, ma veri e propri catalizzatori sistemici capaci di attivare il sistema economico con un impatto senza eguali rispetto ai settori tradizionali.
L’effetto moltiplicatore dell’innovazione
I dati indicano che nei Paesi europei ogni euro di valore aggiunto generato dall’high-tech produce un ritorno complessivo di 3,9 euro, un effetto tre volte superiore a quello dei comparti a bassa tecnologia. Questa superiorità riguarda anche la qualità e l’efficienza complessiva della struttura produttiva. I nostri modelli dimostrano che nei Paesi Ocse, uno shock positivo di dieci miliardi di dollari nel valore aggiunto dei settori high-tech determina, nei tre anni successivi, un incremento medio della produttività del lavoro dello 0,22%, contro lo 0,02% dei settori low-tech.
Ancora più rilevante è l’impatto nei Paesi europei considerati, dove la produttività cresce dello 0,59% nei comparti high-tech, contro lo 0,04% dei settori a minore intensità tecnologica.
Il doppio vantaggio competitivo
Questa maggiore forza propulsiva dei settori più avanzati si spiega proprio con riferimento alla definizione data di Hte, ovvero perché questi settori sono quelli più capaci di generare innovazione in modo strutturale e, al contempo, di utilizzare con pervasività le tecnologie di frontiera, sfruttandone appieno il potenziale trasformativo.
Sul lato della generazione, i dati del nostro rapporto sono inequivocabili: in Italia i settori ad alta intensità di tecnologia e conoscenza, pur rappresentando il 10,9% del valore aggiunto nazionale, producono ben il 70,9% degli investimenti totali in ricerca e sviluppo realizzati dalle imprese. Sul versante dell’adozione gli stessi settori sono quelli maggiormente capaci di sviluppare le applicazioni industriali delle nuove tecnologie, in primis dell’intelligenza artificiale (IA) e del calcolo ad alte prestazioni (Hpc).
Farmaceutica, IA e supercalcolo: le infrastrutture della conoscenza
Da questo punto di vista il comparto dell’economia legato ai settori della salute e del farmaceutico rappresenta un caso paradigmatico, con un contributo di primo piano in termini di investimenti in ricerca e sviluppo e impiego di capitale umano altamente qualificato. E d’altra parte, nel comparto farmaceutico, l’intelligenza artificiale e il supercalcolo sono utilizzate come infrastrutture strategiche di produzione della conoscenza.
Grazie all’Hpc, la mappatura delle interazioni molecolari avviene in frazioni di tempo ridotte, accelerando il drug discovery.
L’impatto si estende allo sviluppo clinico, dove l’adozione di gemelli digitali e coorti sintetiche permette di anticipare le risposte dei pazienti, ottimizzando il disegno dei trial e abbattendo drasticamente tempi e costi. Infine, nelle biotecnologie avanzate, l’IA è indispensabile per governare i processi produttivi di terapie geniche e cellulari, garantendo il controllo in tempo reale di dinamiche biologiche ad alta complessità.
Una proiezione tecnologica in consolidamento
E non è un caso che in Italia la crescita dell’intensità dell’export high-tech sul Pil, passata dall’1,4% del 2010 al 2,7% del 2024, risulti trainata in modo decisivo dalle eccellenze del comparto farmaceutico. Un dato che suggerisce un consolidamento della proiezione tecnologica italiana nei mercati internazionali, sebbene i livelli assoluti restino inferiori rispetto ai principali partner europei. Una traiettoria positiva che indica un potenziale di sviluppo significativo in termini di posizionamento competitivo nei mercati high-tech globali, che deve essere tuttavia consolidato.
Il nodo europeo: domanda tecnologica e strategia comune
Su questo pesa la frammentazione degli ecosistemi innovativi europei, la carenza di un efficace coordinamento tra le politiche della ricerca, industriali e digitali, nonché la debolezza della domanda di tecnologie da parte sia del settore privato che pubblico.
A tal proposito si impone un deciso cambio di paradigma. Le politiche europee per la high-tech economy devono orientarsi con chiarezza verso il rafforzamento della domanda di tecnologia attraverso incentivi mirati all’adozione, strumenti fiscali innovativi, la definizione di standard comuni e percorsi di formazione qualificata, l’utilizzo mirato dello strumento del public procurement innovativo.
Più in generale il contesto straordinario in cui stiamo vivendo in termini di velocità, dimensione e impatti economici e geostrategici delle trasformazioni tecnologiche in atto impone un approccio di policy più ambizioso da parte dell’Ue. Molte delle sfide che stiamo affrontando sono sovranazionali ma l’Unione europea non dispone di una strategia comune e le politiche nazionali non possono farsene carico perché le regole fiscali e quelle sugli aiuti di Stato, oltre alla disomogeneità degli spazi fiscali a disposizione dei singoli Paesi, limitano la capacità e l’efficacia di interventi nazionali.
Per l’Italia e l’Unione europea, significa in prospettiva recuperare e accrescere il rispettivo peso nell’ambito delle relazioni internazionali, in virtù delle maggiori capacità produttive e tecnologiche. Questo avrebbe importanti implicazioni per lo sviluppo delle strategie relative alla sovranità tecnologica, all’autonomia strategica e agli obiettivi esistenziali di sicurezza e resilienza.
Dal capitale tecnologico al potere geopolitico
La competizione globale su frontiere come il biotech e la farmaceutica ci pone di fronte a un bivio storico. L’Italia, forte dei suoi asset e inserita nel quadro delle alleanze euroatlantiche, non deve limitarsi a partecipare, ma deve ambire a un ruolo di leadership. In un mondo sempre più polarizzato, possedere e governare tecnologie critiche non è solo una questione economica, ma una condizione necessaria per sedere ai tavoli che ridisegneranno gli assetti internazionali. Presentarsi a questi appuntamenti con un capitale tecnologico ad alta intensità è l’unica via per trasformare la nostra capacità produttiva in reale potere negoziale e influenza geopolitica.
(Pubblicato su Healthcare Policy 18)
















