Nei decenni precedenti la Cina si basava principalmente su logiche coercitive informali, come l’interruzione di canali diplomatici, una riduzione degli investimenti, i ritardi in alcuni scambi commerciali, insomma risposte politiche. Il presente sta costringendo Pechino a giocare con le stesse armi del rivale americano e costruire un armamentario via via più sofisticato. L’analisi di Luca Picotti, research fellow Osservatorio Golden Power, autore di Linee invisibili (Egea) e La legge del più forte (LUP)
Se da un lato è vero che la Cina non è nuova all’utilizzo delle proprie leve economiche a fini coercitivi, si pensi alle restrizioni nell’export di terre rare verso il Giappone nel 2010, dall’altro è anche vero che è soprattutto negli ultimi cinque-sei anni che Pechino ha maturato e costruito un vero e proprio sistema giuridico-economico finalizzato a tali azioni. Nei decenni precedenti, la Cina si basava principalmente su logiche coercitive informali, come l’interruzione di canali diplomatici, una riduzione degli investimenti, i ritardi in alcuni scambi commerciali; insomma, risposte più politiche che altro, facilitate dalla cornice organica che lega Partito e imprese, senza però una specifica architettura sottostante.
Oggi, invece, la Cina non riesce più a limitarsi a misure di soft law, né tantomeno a continuare a presentarsi come baluardo del commercio internazionale. L’aggressività delle sfide di questa fase storica, caratterizzata da un acceso protezionismo e una corsa alla costruzione di filiere strategiche sovrane, sta costringendo Pechino a giocare con le stesse armi del rivale americano e costruire un armamentario via via più sofisticato: sanzioni, controlli sugli investimenti, extra-territorialità, weaponization dei chokepoints. Trattasi, in parte, di una vera e propria “americanizzazione” della Cina sul fronte delle guerre giuridico-economiche.
Lo spartiacque è, in questo senso, il primo mandato di Trump. Pechino si trova nel giro di pochi anni a fronteggiare una serie di misure economiche atte a contenerne lo sviluppo in alcuni settori strategici, imparando a conoscere l’armamentario statunitense, il più avanzato e storicamente sviluppato, in tutta la sua portata. Dal 2018 in poi, infatti, si susseguono diverse misure e dossier delicati: la sec. 232 e i dazi sull’acciaio e l’alluminio, motivati da ragioni di sicurezza nazionale e indirizzati soprattutto alla Cina; l’incremento di entità cinesi aggiunte alla lista Sdn List dell’Ofac, con espunzione dunque dai mercati americani; strumenti come l’Ear (Export Administration Regulations) e la Fdpr (Foreign Direct Product Rule), utilizzati ad esempio nella partita contro Huawei, per escluderla dalle tecnologie americane e fermarne lo sviluppo, anche in ambito 5G (ottenendo in prima battuta un effettivo successo, salvo vederla riemergere anni dopo nel settore IA con supply chain più autonome); lo Ieepa (International Emergency Economic Powers Act), per proibire certe transazioni con realtà cinesi, utilizzato pure su TikTok, così come il Cfius, usato anch’esso, sebbene senza implementazione concreta, su TikTok, nonché su altre realtà cinesi. Insomma, a partire dal 2018 Pechino ha iniziato a conoscere la sofisticatezza di un vero e proprio armamentario, composto da Ofac, Cfius, Bis, agenzie e dogane, altri comitati, executive orders presidenziali, finalizzato a plasmare i mercati per ragioni di sicurezza nazionale, sia in ottica difensiva (ad esempio, impedire un investimento cinese in una società strategica americana), che offensiva (ad esempio, impedire ad una realtà cinese di ottenere una tecnologia che solo gli Stati Uniti possiedono, sì da rallentarne la crescita).
L’inizio della guerra strategico-economica subisce poi una notevole accelerazione con la stagione delle grandi crisi, 2020-2025. Le armi giuridiche divengono parte integrante del panorama internazionale, in un gioco di leve e contro-leve. E anche la Cina si trasformerà in attore centrale, costruendo passo dopo passo un proprio arsenale e iniziando a utilizzare con sempre maggiore sfrontatezza la sua principale leva, quella delle terre rare.
Nel giro di pochi anni Pechino riforma la legge sugli investimenti esteri, da un lato modernizzando alcune strutture, dall’altro individuando un nuovo elenco aggiornato di settori sensibili sostanzialmente chiusi a livello di national security (Foreign Investment Law 2019); adotta una nuova legge sull’export control (2020 Export Control Law); disegna una propria Unreliable Entity List (simile alle liste americane) in cui inserire le entità che danneggiano gli interessi cinesi; approva una Anti-Foreign Sanctions Law (2021), che riprende diverse logiche occidentali, sia difensive che offensive.
Il sistema diventa via via più sofisticato, sino alla primavera del 2025 e al grande scontro con Washington: dazi da un lato, export control di terre rare dall’altro, con una regia del potente Mofcom (ministero del Commercio estero) e una serie di regolamenti specifici atti dare ad alcune prescrizioni addirittura portata extraterritoriale – la tanto vituperata extraterritorialità americana, che va a incidere sulle sovranità terze.
Ad esempio, ad ottobre 2025, prima di una nuova tregua e round di negoziati, la Cina aveva irrigidito le proprie regole sull’export di terre rare con elementi di extraterritorialità simili alla Fdpr americana, andando a richiedere licenze per l’export anche a beni prodotti, ad esempio, in Europa, ma aventi al loro interno componenti tecnologiche cinesi. Da ultimo, sono emerse le incognite del nuovo Regulations on the Security of Industrial Supply Chains (2026), volto a intensificare i controlli su entità estere in ottica di securizzazione di approvvigionamenti e tecnologie (ma al momento è così generico che trattasi di mere interpretazioni).
In sostanza, se da un lato gli Stati Uniti stanno, al contempo, interiorizzando alcune pratiche del capitalismo di Stato cinese, dall’altro assistiamo alla “americanizzazione” di Pechino sul fronte delle guerre giuridico-economiche:
– Strumenti nuovi e più sofisticati, utilizzati in modo strutturale, come parte integrante dell’arena di gioco.
– Rinnovata consapevolezza delle proprie leve, a partire dal chokepoints delle terre rare, con utilizzo a fini coercitivi o nei tavoli negoziali per contro-rispondere a misure rivali.
– Una corsa al controllo di catene tramite proprie imprese, nell’ottica che chi scrive ha suggerito nel proprio libro “Linee invisibili”: le sfide di questa fase storica si giocano tramite prescrizioni comportamentali che gli Stati pongono alle imprese leader sottoposte alla loro giurisdizione, ossia localizzate nella propria geografia giuridica. Queste prescrizioni sono sempre più strutturali e vengono veicolate tramite strumentari specifici.
Gli Stati Uniti dispongono del più avanzato sistema e di uno storicamente radicato utilizzo dei propri chokepoints, dal dollaro (Ofac) all’export control di tecnologie (Bis). Ora anche la Cina non può più farne a meno e in questo ultimo anno lo si è visto in ogni occasione, sia nello scontro con gli Stati Uniti, che nei rapporti con l’Unione europea.
















