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Petrolio, tutti i debiti del Venezuela (anche con Eni)

La petrolifera italiana ha siglato un accordo storico con il governo di Rodriguez. Ma il regime deve ancora risanare i conti nei suoi confronti per circa 3,3 miliardi di dollari. Stessa situazione per altre imprese straniere, da Repsol a British Petroleum. Con i cinesi, invece…

L’Eni ha firmato un accordo con il regime del Venezuela. L’amministratore delegato della petrolifera italiana, Claudio Descalzi, ha incontrato la presidente ad interim Delcy Rodriguez per siglare l’intesa con il ministero degli Idrocarburi e con la petrolifera statale venezuelana, Pdvsa. L’accordo punta ad intensificare il lavoro di Junin -5 (di cui Pdvsa ha il 60% e l’Eni il 40%), ubicato nella Faja dell’Orinoco, al sud del Paese sudamericano, una zona a olio pesante che contiene 35 miliardi di barili in posto certificati e molti altri ancora da esplorare.

In Venezuela, l’Eni opera attraverso la società “Cardon IV”, partecipata da Eni (50%) e da Repsol (50%). Il giacimento Perla è il più grande campo di gas offshore scoperto in America Latina. Inoltre, Eni ha una partecipazione nella società mista PetroSucre (Pdvsa 74%, Eni 26%) che opera il campo a olio offshore nella zona di Corocoro.

In realtà l’Eni “non è mai andata via” dal Venezuela, come ha sottolineato Rodriguez durante la firma dell’accordo: “Oggi firmiamo con l’impresa italiana Eni l’accordo produttivo petrolifera più promettente che si abbia mai firmato con impresa alcuna nella nostra storia”. Per Descalzi, “le condizioni ci sono, abbiamo avuto riunioni molto positive con la squadra, con i ministri, con il presidente e sappiamo che possiamo fare piani molto ambiziosi per il futuro”.

Tuttavia, ci sono ancora conti da pagare. Il regime venezuelano, attraverso Pdvsa, deve ancora saldare circa 3,3 miliardi di dollari, secondo i report della fine dell’anno ripresi dall’agenzia Reuters. Nel debito c’è un miliardo di dollari di interessi.

Per anni Pdvsa non ha rispetto il pagamento corrispondente al rifornimento di gas per il consumo interno, procurato da Eni e Repsol attraverso la produzione a Perla. La scusa è stata la rigidità delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti per l’uso di valuta straniera nelle transazioni commerciali, per cui si spera in un miglioramento della situazione in seguito all’approvazione della Legge di Idrocarburi e il buon visto di Washington.

Ma l’Eni non è l’unica che ha conti da riscuotere. La spagnola Repsol, che ha partecipazioni in diversi giacimenti venezuelani di gas e petrolio, deve ancora ricevere 5,37 miliardi di dollari, incluso il debito commerciale per il rifornimento di gas e petrolio e il finanziamento della struttura Petroquiriquire. Negli anni ha avuto circa 3,6 miliardi di euro.

ExxonMobil non è presente in Venezuela e si è rifiutata di lavorare in partecipate insieme a Pdvsa. Il regime venezuelano ha un debito nei suoi confronti di 984,5 milioni di dollari. Invece ConocoPhillips, degli Stati Uniti, deve recuperare 12 miliardi di dollari dalle espropriazioni degli attivi durante gli anni di Hugo Chavez.

La britannica British Petroleum aveva avuto una licenza per l’esplorazione e produzione del giacimento di gas nella zona di frontiera Manakin-Cocuina (ancora improduttiva). Ad aprile però gli Stati Uniti hanno revocato il permesso fermando il progetto.

Chevron, tramite quattro imprese miste, produce tra 250.000 barili al giorno di petrolio, che vanno diretti alle raffinerie della Costa del Golfo degli Stati Uniti, secondo un’analisi del sito indipendente Alberto News.

Per le imprese cinesi il trattamento in Venezuela era stato ben diverso. La statale China National Petroleum Corp e Sinopec hanno molte imprese con lo Stato venezuelano. L’impresa privata China Concord Resources Corp aveva pianificato un investimento di 1 miliardo di dollari in due giacimenti venezuelani. Ma la situazione cambierà ben presto. L’amministrazione americano ha ribadito che Cina, Russia e Iran non sono più benvenuti in Venezuela.


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