Non più un progetto da auspicare, ma una traiettoria concreta da rendere operativa, a partire da quanto è già possibile fare senza passare per l’unanimità. Questo il messaggio del nuovo volume curato da Gregory Alegi e Leonardo Tricarico sulle sfide della difesa europea, presentato alla Camera con la partecipazione di Guerini, Craxi, Cossiga e Serino. Tutti i dettagli dell’evento
Costruire una vera difesa europea non è impossibile, ma per farlo bisogna passare dalle parole ai fatti, adottando il pragmatismo come approccio e riconoscendo l’urgenza di un momento storico che impone nuovi ritmi a strutture decisionali e leadership politiche formatesi in tempo di pace. Eppure, stanti i molti ostacoli politici alla creazione di una vera difesa comune, sono diversi i settori in cui la cooperazione europea può fare un salto di qualità già adesso e senza la necessità di passare per l’unanimità.
Questi sono i temi al centro del volume “Quale difesa per l’Europa. Come tracciare una rotta concreta”, curato da Gregory Alegi, storico e docente all’università Luiss, e dal generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, che è stato presentato nella sala del Refettorio della Camera dei Deputati. Il dibattito, moderato da Gianluca Di Feo, ha visto la partecipazione di importanti esponenti delle istituzioni e ha offerto un’occasione di confronto sulla necessità di costruire una difesa comune europea non come chimera utopistica, ma come obiettivo concreto per garantire la sicurezza del continente e delle società europee.
La dimensione politica della difesa europea
Prima di ogni altra cosa, la natura di ogni progetto di difesa europeo deve essere eminentemente politica. Partendo da questo punto, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir, ha richiamato la necessità di superare approcci astratti o rinviati nel tempo, sottolineando come il tema sia stato spesso “evocato o in senso sentimentalistico oppure rinviato ad altra sede”. Nel volume, ha osservato, emerge invece un’impostazione concreta, orientata a “obiettivi e strumenti per raggiungerli”.
La difesa comune viene infatti descritta come una scelta che richiede volontà politica e una definizione chiara degli interessi europei da proteggere. In questa prospettiva, Stefania Craxi ha evidenziato che “bisogna partire prima da una politica estera comune”, ricordando anche i limiti dei trattati attuali che mantengono la competenza in materia di difesa in capo agli Stati nazionali. Accanto alla dimensione istituzionale, è emerso anche il tema della cultura della difesa, tasto dolente in Italia e in Europa. “Dobbiamo fare uno sforzo per cambiare”, ha osservato Craxi, collegando il tema anche agli effetti economici e industriali degli investimenti nel settore.
Industria e autonomia strategica
Una parte centrale del volume e del dibattito riguarda la dimensione industriale. Gregory Alegi ha richiamato le lezioni storiche delle prime esperienze di integrazione europea, mettendo in guardia da approcci che rischiano di comprimere la competitività. “Bisogna stare attenti alle utopie, perché quando poi finiamo per dipendere da un unico fornitore diventiamo prigionieri”. Il tema non è solo l’efficienza, ma anche la resilienza del sistema produttivo. Alegi ha insistito sulla necessità di mantenere pluralità industriale e capacità tecnologiche diffuse. Se infatti la frammentazione industriale rappresenta oggi il principale vulnus del tessuto produttivo europeo, Alegi mette in guardia anche dai rischi di un accentramento assoluto. “Avere più siti produttivi, più linee di pensiero, è quello che ci serve senza arrivare allo spreco”. In questa logica si inserisce anche il nodo della governance degli investimenti e dei requisiti operativi. Senza una definizione comune delle priorità, avverte Alegi, il rischio è che “le aziende cercano di vendere quello che c’è, anziché quello che serve”. Da qui la proposta di uno staff europeo in grado di definire esigenze condivise e priorità temporali, orientando domanda e offerta.
Su questo fronte, alcune dinamiche di cooperazione pregressa tra le industrie europee offrono degli esempi concreti. È il caso richiamato da Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad, che ha indicato nel modello del consorzio MBDA un esempio di integrazione riuscita. “Non è un’azienda perfetta, ma è un’azienda che funziona”. Un percorso costruito nel tempo, fondato su compromessi tra attori nazionali diversi e sulla capacità di “fare cose insieme, mantenendo spazi di libertà e rinunciando ognuno a qualcosa”.
Capacità operative e integrazione possibile
Sul piano operativo, il volume insiste su un approccio pragmatico, individuando ambiti in cui l’integrazione può (e dovrebbe) partire subito. Il generale Tricarico ha sottolineato come, accanto alle difficoltà politiche, esista anche “una partita tecnica da giocare” e di come il libro individui da subito dei “provvedimenti cantierabili già da ora”. Tra gli esempi citati, la difesa aerea e missilistica, la formazione dei piloti, le capacità di trasporto aereo strategico, l’integrazione nel settore navale e lo sviluppo di assetti comuni di intelligence. “La strada è tracciata, si tratta soltanto di dimensionare queste capacità per le esigenze dei Ventisette”.
Anche il generale Pietro Serino, già capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha richiamato l’importanza di un approccio graduale e differenziato, individuando nelle metodologie di cooperazione rafforzata un primo nucleo programmatico. Serino ha richiamato anche al formato E5, che oggi coordina i dicasteri della Difesa di cinque Paesi europei (Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito) in un framework agile e svincolato da veti incrociati. “Mi piacerebbe vederlo diventare rapidamente un E7, perché penso che non possiamo lasciare fuori attori come Svezia e Spagna”.
Etica, dottrina e consenso
Un elemento che, tanto nel libro quanto nel dibattito, è emerso da subito riguarda la definizione di una dottrina europea dell’uso della forza. In altre parole, una “etica” della difesa europea. “Oggi non esiste una dottrina dell’uso della forza, se non quella della Nato”, ha ricordato Tricarico, sottolineando la necessità di sviluppare un approccio europeo ab origine.
Di fronte alla crisi del modello multilaterale e al ritorno della politica di potenza, gli autori indicano quella etica come “una partita irrinunciabile”, profondamente connessa anche all’impiego delle nuove tecnologie in ambito militare. Alegi, in particolare, ha sottolineato come questo aspetto non sia secondario, soprattutto in relazione al consenso interno, tallone d’Achille delle leadership e delle società europee riguardo al tema della difesa. “Se l’idea che i nostri cittadini hanno delle Forze armate è negativa, non ci permetteranno mai di fare nulla”.
Il rapporto transatlantico e lo scenario globale
Il contesto internazionale ha inevitabilmente fatto da sfondo costante del dibattito. Guerini ha richiamato l’incertezza del rapporto con gli Stati Uniti e la necessità per l’Europa di rafforzare le proprie capacità, anche alla luce dello spostamento dell’attenzione strategica americana verso altre aree. “La difesa europea è necessaria come elemento di salvaguardia dei nostri valori”, ha affermato, sottolineando come il mutamento del contesto renda non più rinviabile una maggiore autonomia operativa. Allo stesso tempo, la relazione con la Nato resta un punto di riferimento, anche se si rende ormai necessario avviare un processo di ribilanciamento degli equilibri operativi e delle responsabilità interne, nel rispetto del principio del burden sharing.
Per ammissione stessa degli autori, il volume non rappresenta solo un esercizio di razionalità e di ricerca, ma soprattutto un invito ad agire, in fretta. Come emerso dal dibattito, i tempi che corrono stanno comprimendo le finestre decisionali a disposizione dell’Europa e dei suoi Stati, e le minacce che si profilano all’orizzonte rendono necessario abbandonare vecchie gelosie per esplorare nuove sinergie. Una strada né facile né sicura, ma che può già iniziare a essere percorsa.
(Foto di Simone Zivillica)















