Claudio Velardi ricorda Gianni Cervetti come un dirigente comunista rigoroso e non ideologico, protagonista della stagione della solidarietà nazionale e della legge 285, quando nel 1976 richiamò con severità i giovani militanti alla mobilitazione. Ne rievoca poi il ruolo decisivo nella nascita del Riformista nel 2001, segnato da grande attenzione ai conti e da un approccio pragmatico. Figura del migliorismo Pci, Cervetti emerge anche per la sua umanità e le passioni culturali, tra Urss e Divina Commedia, simbolo di una sinistra oggi scomparsa
Nelle case degli uomini politici, a volte, restano gli oggetti a custodire il carattere di un’epoca. Da Gianni Cervetti, scomparso l’altro giorno a 92 anni, c’erano souvenir sovietici arrivati da Mosca, scaffali pieni di volumi rari della Divina Commedia, documenti, carte, memorie di una sinistra che aveva il culto dell’organizzazione e il senso quasi sacrale della politica. Claudio Velardi lo ricorda così: rigoroso, severo, concretissimo. Un dirigente comunista lontano dagli stereotipi, capace di passare dai conti del Riformista alle missioni riservate in Urss, dai richiami ai giovani militanti alle discussioni su Dante. “Era una miniera di informazioni e di aneddoti”, racconta a Formiche.net il direttore del Riformista. “E rappresentava una sinistra di cui oggi non è rimasto quasi nulla”.
Direttore, qual è il primo ricordo che le viene in mente pensando a Gianni Cervetti?
Il primo ricordo è del 1976, l’epoca della solidarietà nazionale e della famosa legge 285 sul preavviamento al lavoro giovanile. Una legge importantissima, che negli anni ha prodotto risultati enormi perché consentì l’ingresso di un’intera leva di giovani nella pubblica amministrazione. Fu varata nell’estate del ’76 dal governo delle larghe intese. Noi delle organizzazioni giovanili venimmo convocati da Andreotti a Chigi: ci presentò il provvedimento e tutti ne uscimmo soddisfatti. Eravamo ragazzi, era fine luglio, e ce ne andammo in vacanza convinti che il lavoro fosse finito lì. Invece il 16 agosto Cervetti ci convocò a Botteghe Oscure. Prima il cazziatone per la poca mobilitazione, poi una riunione severissima in cui pretendeva che andassimo in giro a fare campagna tra i giovani, a spiegare la legge e a spingerli a iscriversi alle liste. Una meraviglia. L’episodio racconta molto della persona che era.
Partiamo dal profilo più strettamente politico legato al partito. Che dirigente era?
Si è detto molto del suo profilo riformista e migliorista, ed è tutto vero. Ma la cosa che colpiva era la solidità. Cervetti non era mai ideologico. Aveva una cultura politica robusta, concreta. Era uno che voleva capire i meccanismi reali delle cose. Non amava le parole vuote. E aveva una severità che nasceva dal senso di responsabilità, non dal gusto del potere.
Lei lo ritrovò anni dopo nell’avventura del Riformista. Che esperienza fu?
Quando fondammo il Riformista non avevamo una lira. Cercavamo una strada per ottenere forme di finanziamento pubblico. Ci diedero una mano Emanuele Macaluso e lui, che avevano la rivista Ragioni del Socialismo. Attraverso quella esperienza riuscimmo a costruire una soluzione. Cervetti entrò nel consiglio d’amministrazione del giornale. E lì cominciò a esercitare la sua precisione maniacale sui conti, sui dettagli, sulle spese. Voleva sapere tutto. Io ero presidente del Cda e non capivo nulla di bilanci: a un certo punto sbottai e gli dissi che lui prendeva i soldi con le valigette da Mosca. Litigammo furiosamente e poi facemmo pace subito. Era fatto così: duro nelle discussioni ma incapace di portarsi dietro rancori.
Dietro il dirigente politico cosa c’era. Com’era l’uomo?
C’era un uomo molto più complesso di quanto apparisse. Era un uomo del suo tempo, forgiato anche dall’esperienza sovietica, ma possedeva un’umanità semplice. A casa aveva tanti oggetti portati dai viaggi in Urss, quasi dei reperti di un mondo scomparso. E poi aveva passioni sorprendenti. Era un collezionista di edizioni preziose della Divina Commedia, pezzi unici, rarissimi. Aveva risvolti umani incredibili. Per questo stare con lui era sempre interessante: poteva passare dalla politica internazionale a Dante, dai conti del giornale a un aneddoto su Berlinguer.
Quanto manca oggi una figura così nella sinistra italiana?
Di questa sinistra qui non c’è più nulla. Non c’è più quel gruppo dirigente cresciuto dentro una cultura politica rigorosa, che univa organizzazione, studio, sobrietà e senso delle istituzioni. Cervetti apparteneva a quella tradizione migliorista che aveva un approccio pragmatico, riformista, concreto.
Tra i tanti racconti che le faceva, ce n’è uno che considera emblematico?
Sì, quello legato ai finanziamenti sovietici al Pci. Berlinguer lo mandò in Urss da Ponomarev per dire che il partito non aveva più bisogno dei soldi di Mosca, dopo l’uscita sulla legge legata al finanziamento pubblico ai partiti. Il dirigente del Pcus, tuttavia, disse a Cervetti che l’ultima valigia di rubli era partita. Valigia che, tuttavia, a Botteghe Oscure non era mai arrivata. Gianni tornò in Italia e si mise a cercare il denaro che nel frattempo era stato inviato. Ma l’uomo che aveva preso la valigetta con i rubli era morto e quella valigetta non arrivò mai al partito. Lui raccontava questi episodi con una naturalezza incredibile. Per me era una miniera di informazioni, di ricordi, di aneddoti. Umanamente, un gigante.
















