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L’anti-americanismo non romperà i legami (forti) tra USA e Italia. Parla Calvelli

Dopo le polarizzazioni del 25 aprile, John F. Calvelli richiama il ruolo decisivo degli Stati Uniti nella Liberazione e invita a non smarrire la memoria storica. Pur riconoscendo tensioni e derive anti-americane, acuite anche da episodi estremi come l’attentato a Donald Trump, sottolinea che il legame tra Italia e Usa resta solido e fondato sulle persone, oltre le divergenze politiche

Dopo un 25 aprile sempre più conteso — tra memoria storica, polemiche politiche e rigurgiti di anti-americanismo che attraversano l’opinione pubblica italiana ed europea — c’è una voce che prova a rimettere ordine nei fondamentali. Non con toni ideologici, ma con il peso di una storia personale e collettiva che attraversa l’Atlantico. È quella di John F. Calvelli, presidente del consiglio della National Italian American Foundation, la principale organizzazione degli italo-americani, punto di riferimento per oltre 20 milioni di cittadini statunitensi di origine italiana, ne ha parlato con Formiche.net.

Presidente Calvelli, il 25 aprile è tornato al centro di tensioni politiche e culturali. Che cosa significa oggi ricordare il 1945?

Significa ricordare un fatto storico preciso: l’Italia è stata liberata dal nazifascismo anche grazie al ruolo decisivo degli Stati Uniti, insieme ai partigiani italiani. È un punto fermo. Viviamo oggi in una democrazia libera anche per le sofferenze e i sacrifici degli americani nel 1945. Questo non va mai dimenticato, soprattutto nei momenti in cui la memoria diventa terreno di scontro.

Eppure cresce, anche in Italia, una certa diffidenza verso gli Stati Uniti. Come la legge?

L’anti-americanismo non è nuovo. È un fenomeno che ciclicamente ritorna da almeno 50 anni. Fa parte anche del dibattito interno agli stessi Stati Uniti. E si inserisce oggi in una fase di forte polarizzazione, che ha avuto manifestazioni estreme anche oltreoceano, come nel caso dell’attentato contro Donald Trump, episodio che segnala quanto il clima possa deteriorarsi fino a mettere in discussione le basi stesse del confronto democratico. Ma c’è un dato: spesso chi critica l’America lo fa all’interno di società che godono di libertà costruite anche grazie all’America. Questo non significa evitare il confronto, ma ricordare il contesto.

Siamo dentro una polarizzazione sempre più marcata. Come si esce da questa dinamica?

Creando spazi di dialogo. Le differenze politiche esistono e continueranno a esistere, anche tra governi alleati. Ma il rispetto tra le persone, tra i popoli, è ciò che alla fine prevale. È su questo che bisogna lavorare.

Lei guida la Niaf che rappresenta milioni di italo-americani. Che ruolo può avere questa comunità oggi?

Un ruolo chiave. Parliamo di oltre 20 milioni di persone che sono un ponte naturale tra Italia e Stati Uniti. Anche quando i governi non sono pienamente d’accordo, questo legame umano, culturale e familiare resta. Ed è un elemento decisivo: le relazioni tra i nostri Paesi durano da generazioni.

In questa fase storica, il rapporto transatlantico è davvero solido come in passato?

Sì, lo è. Possono esserci momenti di tensione, ma nulla può recidere questo legame in profondità. L’America resta un alleato fondamentale e l’Europa è parte della nostra storia e della nostra identità. Bisogna accettare che i governi possano non concordare su tutto, ma senza perdere di vista il quadro generale.

Dossier internazionali: Iran, Venezuela. Serve più Europa o più America?

Serve Occidente. Sull’Iran, ad esempio, vediamo una convergenza: nessuno vuole un Iran nucleare. Il punto è come arrivarci. Bisogna fissare l’obiettivo comune e lavorare insieme, americani ed europei. Solo così si costruiscono soluzioni durature.

Un’ultima domanda: è ottimista?

Sì. Perché, nonostante tutto, il legame tra Italia e Stati Uniti è più forte delle contingenze politiche. È un rapporto che vive nelle persone, nelle famiglie, nella storia condivisa. E questo, alla lunga, fa la differenza.


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