La nuova indagine del Copasir sugli investimenti cinesi è un punto a favore di un Paese, e anche di un continente, che ha fatto fin qui dell’apertura ai capitali cinesi la propria vulnerabilità. Il problema, infatti, con non è chiudersi al mondo, ma evitare che il mercato diventi il varco attraverso cui altri attori acquisiscono potere sulle nostre infrastrutture, sulle nostre industrie e, in ultima analisi, sulla nostra sovranità. Il golden power su Pirelli? Utile e provvidenziale, ma nella lunga distanza non basta. Intervista ad Antonio Teti, professore all’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara
La notizia, rivelata da questo giornale, circa l’imminente avvio da parte del Copasir di una nuova indagine per fare nuova luce sugli investimenti cinesi in Italia, vista la loro natura non sempre amichevole, ha riportato definitivamente a galla un dibattito che negli ultimi mesi andava via via riprendendo vigore. Stringendo, se è vero che l’Italia e l’Europa debbono ancora una volta guardarsi le spalle dal Dragone, quale il modo migliore per farlo? E, soprattutto, non è che nel frattempo il pericolo cinese ha allargato i suoi orizzonti, andando ben oltre la minaccia ai settori tradizionali? Formiche.net ne ha parlato con Antonio Teti, professore di Fondamenti di Cybersecurity presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.
A distanza di sette anni, il Copasir è pronto a gettare nuova luce sugli investimenti cinesi in Italia. Quali motivi giustificano questa decisione?
La decisione del Copasir è non solo opportuna, ma necessaria. A distanza di circa sette anni dalla precedente attenzione parlamentare sulla penetrazione cinese nelle reti 5G, il quadro strategico è profondamente cambiato, poiché attualmente il problema non riguarda più soltanto le telecomunicazioni, ma l’intero perimetro della sovranità tecnologica nazionale. La nuova indagine conoscitiva, secondo le anticipazioni, dovrebbe concentrarsi su startup, difesa del know-how, tecnologia e investimenti cinesi in settori sensibili. Il punto centrale è che gli investimenti esteri non possono più essere valutati esclusivamente con categorie economico-finanziarie.
Che cosa intende dire?
Mi spiego meglio. Occorre chiedersi che cosa viene acquistato, da chi, con quali finalità, attraverso quali catene societarie e con quali effetti sulla sicurezza nazionale. Ad esempio, una piccola startup che sviluppa algoritmi di Intelligenza Artificiale, sistemi di sensoristica, tecnologie quantistiche, robotica, semiconduttori, software di cifratura o finanche applicazioni dual use può assumere un valore strategico superiore a quello di un’infrastruttura tradizionale. La Cina, un esempio in tal senso, non opera secondo una separazione netta tra pubblico e privato come avviene nei sistemi liberaldemocratici occidentali. Come ho spiegato anche nel mio penultimo libro, dal titolo China Intelligence, Tecniche, strumenti e metodologie di spionaggio e controspionaggio della Repubblica Popolare Cinese, molte imprese formalmente private agiscono dentro un ecosistema nel quale Stato, partito, apparato industriale, mondo accademico, ricerca scientifica e intelligence sono strettamente interconnessi, e ciò si traduce in uno scenario in cui un investimento apparentemente commerciale può produrre effetti di lungo periodo sul piano informativo, tecnologico, militare e geopolitico.
E qui entra in gioco lo Stato italiano, ovvero il Copasir.
Esatto. Il Copasir, di conseguenza, fa bene a interrogarsi su tre aspetti: la protezione del know-how nazionale, la vulnerabilità delle filiere strategiche e il rischio che capitali esteri possano trasformarsi in strumenti di influenza. Non si tratta di demonizzare la Cina, ma di comprendere che la sicurezza nazionale, attualmente, passa anche dalla governance delle imprese, dai brevetti, dai dati, dagli algoritmi e dalle infrastrutture digitali.
Gli investimenti cinesi hanno spesso rivelato una natura predatoria. L’Europa ha ignorato questa condotta?
Sì, l’Europa ha spesso sottovalutato il problema. Per molti anni ha prevalso una lettura ingenuamente mercatista: se arriva capitale straniero, allora si tratta automaticamente di un’opportunità. Logica completamente sbagliata di questi tempi. Questa impostazione, peraltro, ha anche trascurato un punto decisivo: non tutti gli investimenti sono uguali e non tutti gli investitori operano con le stesse logiche. Nel caso cinese, in numerosi settori, l’obiettivo non è stato soltanto investire, ma acquisire capacità ad ampio spettro, ovvero acquisire know-how, brevetti, competenze, accesso a mercati, relazioni industriali, tecnologie emergenti e dati. In alcuni casi si è trattato di una vera e propria strategia di assorbimento tecnologico, poiché entrare nel capitale di un’impresa occidentale, comprenderne i processi, acquisirne il patrimonio cognitivo e immateriale per poi trasferire quel vantaggio competitivo altrove, rappresenta la chiave di volta per l’evoluzione di un sistema Paese. In ciò si è consumato un duplice errore per l’Europa.
Quale?
Se da un lato ha difeso l’apertura dei propri mercati senza pretendere reale reciprocità, dall’altro ha faticato a riconoscere la dimensione geopolitica dell’economia. La Cina, invece, non ha mai separato economia, industria, sicurezza e potenza nazionale. Ciò che forse molti non hanno ancora compreso è che per Pechino, la tecnologia è uno strumento di sovranità assoluta. Per troppo tempo, per l’Europa, la Cina è stata soltanto un comparto di mercato, e ciò ha prodotto una sostanziale e progressiva vulnerabilità di molti asset strategici europei, come le grandi infrastrutture, ma finanche le piccole aziende ad altissimo valore tecnologico. Il problema è particolarmente grave nel caso delle startup, perché spesso dispongono di tecnologie promettenti ma sono finanziariamente fragili, e ciò le rende facilmente acquisibili da capitali esteri, soprattutto quando mancano strumenti pubblici o europei in grado di sostenerle nella crescita. L’Occidente si è girato dall’altra parte perché l’investimento cinese appariva conveniente nel breve periodo, ma la sicurezza nazionale non si misura sul breve periodo. Essa si misura sulla capacità di preservare autonomia, filiere, conoscenza industriale e superiorità tecnologica.
Teti, proviamo una prima conclusione. La nuova Guerra Fredda si combatte su tecnologia, cybersecurity e IA. Quanto può essere pericolosa oggi la Cina?
La Cina è oggi uno dei principali competitori sistemici dell’Occidente. La sua pericolosità non va intesa soltanto in senso militare, ma soprattutto in senso tecnologico, industriale, informativo e cognitivo. Il rischio cinese non è rappresentato da un singolo settore, ma dall’integrazione di più dimensioni: cyberspazio, Intelligenza Artificiale, dati, infrastrutture, supply chain, ricerca scientifica, piattaforme digitali, logistica, spazio, energia e finanza. La Cina è pericolosa perché, come ho già evidenziato, possiede una strategia persistente. Ha una visione di lungo periodo, investe massicciamente in tecnologie critiche e utilizza la dimensione economica come leva geopolitica. L’Occidente, invece, molto spesso reagisce in modo frammentato, tardivo e difensivo.
Possiamo fare un esempio?
Nel campo dell’intelligenza artificiale, ad esempio, la Cina si pone al vertice della disponibilità di enormi quantità di dati, della capacità computazionale, del controllo sulle piattaforme e l’integrazione tra ricerca pubblica e industria privata, che rappresentano fattori di notevole potenza. Nell’ambito della cybersecurity, la minaccia non è rappresentata solo dal cyberattacco tradizionale, ma dalla possibilità di penetrare filiere, software, componenti hardware, reti industriali e infrastrutture critiche. Ma il vero punto centrale è dato dal concetto di dipendenza. Mi spiego meglio: se un Paese dipende da tecnologie prodotte, controllate o aggiornate da un attore strategico esterno, la sua autonomia decisionale si riduce. Questo vale per il 5G, per il cloud, per le batterie, per gli inverter, per i sistemi di videosorveglianza, per la componentistica industriale, per le piattaforme di IA, per la sensoristica e per le tecnologie applicate alla mobilità. In una scala di valori, direi che il rischio è molto elevato, ma non perché ogni prodotto cinese rappresenti automaticamente una minaccia, ma perché ogni tecnologia inserita in un contesto critico può diventare un vettore di vulnerabilità. La Cina assume un elevato livello di pericolosità quando riesce a combinare tre elementi: accesso ai dati, controllo tecnologico e influenza sulla governance industriale.
A questo punto, proviamo a redigere un vademecum di sopravvivenza per l’Occidente?
Il primo punto è abbandonare l’ingenuità. Cerco di spiegarmi meglio. L’Occidente deve continuare a essere aperto, ma non può essere indifeso. Il libero mercato funziona se gli attori rispettano regole comparabili, diventa invece un rischio quando viene usato da potenze autoritarie come strumento di penetrazione strategica. Il vademecum dovrebbe partire da una vera dottrina di sicurezza economica che si basa su una molteplicità di punti. Primo: mappare gli asset strategici. Non soltanto grandi aziende, ma anche startup, centri di ricerca, brevetti, laboratori universitari, infrastrutture digitali, basi dati, piattaforme software e filiere produttive. Secondo: valutare il beneficiario ultimo dell’investimento. Non basta sapere quale società compra, bisogna capire chi la controlla, quali legami ha con lo Stato cinese, quali obblighi normativi subisce e quale ruolo svolge nella strategia industriale di Pechino. Terzo: rafforzare lo screening sugli investimenti esteri. Se l’Unione europea si sta muovendo in questa direzione, con un quadro sempre più attento alla valutazione dei rischi posti da determinati investimenti diretti esteri, va evidenziato che occorre una maggiore velocità, coordinamento e capacità di intelligence economica. Quarto: applicare il golden power in modo preventivo, non solo emergenziale. In altri termini, se lo Stato interviene quando il controllo societario è già consolidato, il rischio è rappresentato da un intervento tardivo. Quinto: creare strumenti finanziari europei per proteggere le imprese strategiche.
E come?
Non basta impedire che vengano comprate da attori esterni, ma bisogna offrire alternative di capitale, crescita e internazionalizzazione. Sesto: proteggere i dati. Oggi il vero valore di molte imprese non è nel patrimonio materiale, ma nei dati che possiedono, negli algoritmi che sviluppano e nei modelli predittivi che alimentano. Settimo: introdurre una cultura nazionale della sicurezza economica. Manager, università, centri di ricerca, startup e pubbliche amministrazioni devono comprendere che una partnership tecnologica può avere implicazioni di intelligence. La sopravvivenza dell’Occidente dipenderà dalla capacità di difendere l’apertura ma senza che si trasformi in una vulnerabilità ad ampio spettro.
Lei ha citato il golden power. In Italia abbiamo assistito al caso Pirelli, ora potrebbe essere la volta di Ferretti e altri dossier: è un modo corretto ed efficace di affrontare il problema?
È un modo corretto, ma deve essere parte di una strategia più ampia. Il golden power è uno strumento fondamentale perché consente allo Stato di intervenire quando un’operazione societaria può incidere su interessi essenziali della sicurezza nazionale. Nel caso Pirelli, il governo italiano ha imposto nuove prescrizioni per limitare l’influenza della cinese Sinochem, che detiene una quota rilevante della società, in particolare rispetto alla governance, all’accesso a informazioni sensibili e alla capacità di condizionare le scelte industriali. Il caso Pirelli è particolarmente significativo perché non riguarda più un pneumatico tradizionale, ma tecnologie evolute come i cyber tyres, la prima tecnologia al mondo in grado di trasformare uno pneumatico in un sensore intelligente in grado di “parlare” con l’elettronica del veicolo. A tal proposito, è noto che Pirelli intende produrre questi pneumatici avanzati negli Stati Uniti anche alla luce delle restrizioni italiane sull’influenza cinese. Questo dimostra che la tecnologia industriale contemporanea è sempre più connessa, digitale e sensibile. Il caso della Ferretti Group, leader mondiale nella nautica di lusso che include marchi come Riva e Pershing, si inserisce nello stesso quadro.
Il metro di misura utilizzato su Pirelli può essere applicato a Ferretti?
Il caso della Ferretti, leader mondiale nella nautica di lusso che include marchi come Riva e Pershing, si inserisce nello stesso quadro. Secondo quanto riportato da diverse testate giornalistiche, il gruppo vede una presenza cinese rilevante nella governance e ciò ha innescato il caso che è arrivato al centro del confronto politico, con richieste di valutare l’attivazione dei poteri speciali. Qui il punto non è soltanto la quota azionaria formale, ma il controllo effettivo: chi nomina gli amministratori? chi orienta le scelte strategiche? chi accede alle informazioni industriali? Chi condiziona la proiezione internazionale dell’impresa. Il golden power è efficace quando serve a sterilizzare il rischio, cioè a impedire che un azionista estero possa influenzare decisioni strategiche, accedere a informazioni sensibili o condizionare asset industriali critici. Tuttavia, nel contempo, esso presenta un limite che è dato dalla sua attivazione nel momento in cui l’operazione è già avanzata. Per questo motivo esso deve essere affiancato da monitoraggio preventivo, dalla conduzione di attività di intelligence economica, dall’analisi delle catene societarie e dalla capacità di intervento finanziario pubblico o europeo. In sintesi, il golden power è uno strumento indispensabile, ma può non risultare sufficiente per la difesa delle imprese quando le stesse sono già sotto pressione. La soluzione efficace è impedire che diventino vulnerabili prima.
Tecnologia cinese e spionaggio: dove si colloca oggi l’asticella del rischio?
L’asticella del rischio è molto alta, soprattutto perché la tecnologia contemporanea è pervasiva, connessa e spesso invisibile. Non parliamo più soltanto di apparati di telecomunicazione o reti 5G. Parliamo di inverter, batterie, pannelli solari, sistemi di accumulo, telecamere, sensori industriali, software gestionali, piattaforme cloud, algoritmi, droni, sistemi portuali, apparati logistici, dispositivi IoT e componenti inseriti nelle infrastrutture critiche. Nel settore delle rinnovabili, ad esempio, il rischio non riguarda soltanto la dipendenza industriale dalla componentistica cinese, ma anche la possibilità che dispositivi connessi alla rete energetica possano introdurre nuove e non previste vulnerabilità. Infrastrutture energetiche, ospedali, sistemi di pagamento, reti idriche e trasporti sono oggi ambienti digitalizzati. Una vulnerabilità nella supply chain può diventare un problema di sicurezza nazionale. Di conseguenza si trasforma il paradigma del rischio.
Cioè che succede?
Il pericolo maggiore non è dato dallo spionaggio nel senso classico del termine, ma è molto più ampio. Può riguardare raccolta di dati, accesso remoto, sabotaggio potenziale, manipolazione dei flussi informativi, dipendenza dagli aggiornamenti software, opacità del codice, impossibilità di verificare componenti hardware e capacità di esercitare pressione politica attraverso il controllo di tecnologie essenziali. Non ogni tecnologia cinese è una minaccia, e sarebbe un errore sostenerlo. Ma ogni tecnologia prodotta da un ecosistema sottoposto all’influenza di uno Stato autoritario deve essere valutata in base al contesto in cui viene inserita. Un conto è un dispositivo commerciale ordinario; un altro è lo stesso dispositivo collocato dentro una rete energetica, un porto, una centrale, un’infrastruttura sanitaria, un sistema di difesa o una rete della pubblica amministrazione. La soglia del rischio, dunque, oggi si colloca nella combinazione tra tre fattori: criticità dell’infrastruttura, livello di connettività e opacità del fornitore. Dove questi tre elementi si incontrano, il rischio diventa strategico. La vera sfida dell’Occidente sarà distinguere tra apertura economica e vulnerabilità sistemica. Perché il punto non è chiudersi al mondo, ma evitare che il mercato diventi il varco attraverso cui altri attori acquisiscono potere sulle nostre infrastrutture, sulle nostre industrie e, in ultima analisi, sulla nostra sovranità.
















