L’Italia avvia il percorso verso la sua prima Strategia di Sicurezza Nazionale, colmando un vuoto storico nella cultura strategica della Repubblica. La sfida, ora, non è solo scrivere un documento organico sugli interessi nazionali, ma trasformarlo in una bussola stabile. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia all’Università di Bologna, già membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati
Per decenni l’Italia è stata l’unica potenza del G7 priva di un documento organico di indirizzo strategico. Non una dimenticanza tecnica, ma il sintomo di una difficoltà strutturale: quella di gerarchizzare l’interesse nazionale in un sistema politico frammentato, costruito attorno alla diffidenza verso qualsiasi forma di pensiero strategico di lungo periodo. Un eccezionalismo – tutto italiano – che ora, con il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 aprile 2026, sembra finalmente avviato al tramonto.
Il Dpcm ha formalizzato l’iter per la redazione della prima Strategia di Sicurezza Nazionale (Nss) italiana, affidando la regia politica al Cisr e quella tecnico-analitica al Dis, attraverso un “Cisr tecnico” presieduto dal suo Direttore Generale. Una scelta non casuale: ancorare la strategia alla base informativa dell’intelligence significa riconoscere che la sicurezza contemporanea non si costruisce sull’improvvisazione reattiva, ma sulla capacità di anticipare minacce in un ambiente caratterizzato da manipolazione cognitiva, competizione tecnologica e dipendenze strutturali non governate.
Parallelamente, l’iniziativa parlamentare promossa dal Presidente del Copasir, On. Lorenzo Guerini (AC 2117), mira a istituzionalizzare la Nss nell’ordinamento, modificando la legge 124 del 2007 e prevedendo una figura permanente di coordinamento delle politiche di sicurezza. Il fatto che la principale forza di opposizione sia arrivata prima del governo su questo terreno è politicamente significativo: indica che esiste, almeno in linea di principio, un consenso bipartisan sulla necessità dello strumento. Il che è condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché la strategia sopravviva ai cicli elettorali.
Dalla gestione delle emergenze alla proiezione dell’interesse nazionale
La vera portata del cambiamento non è burocratica. È culturale. Per decenni la sicurezza italiana è stata organizzata per silos: la Farnesina si occupava di diplomazia, il Ministero della Difesa di proiezione militare, le agenzie di intelligence di minacce specifiche. Il risultato era una visione parcellizzata, incapace di cogliere le interdipendenze sistemiche che caratterizzano la conflittualità del XXI secolo. Un attacco ransomware a un’infrastruttura critica, una dipendenza energetica non gestita, una campagna di disinformazione orchestrata da un attore statale ostile: ciascuno di questi fenomeni può avere un impatto sulla stabilità della Repubblica pari o superiore a quello di una minaccia militare convenzionale. Eppure, fino a oggi, nessun documento di vertice aveva il mandato di trattarli con la stessa priorità e coerenza concettuale.
La Nss introduce una logica di “ecosistema integrato” della sicurezza, dove le dimensioni militare, diplomatica, economica, cibernetica e informativa vengono ricondotte sotto un’unica cornice nazionale. Il Mediterraneo Allargato – dal Sahel ai Balcani, dal Levante al Golfo di Guinea – viene identificato come area di riferimento primario, con la stabilità delle rotte commerciali e dei “colli di bottiglia” marittimi elevata a interesse nazionale prioritario. Il Piano Mattei, in questa lettura, cessa di essere soltanto un’iniziativa di cooperazione allo sviluppo per diventare un pilastro della sicurezza nazionale: uno strumento per disinnescare alla radice i driver dell’instabilità nel quadrante meridionale, dalla pressione migratoria all’accesso alle materie prime critiche.
Altrettanto rilevante è la centralità attribuita alla dimensione economica e tecnologica. Per la prima volta, la sicurezza industriale, la sovranità sui dati, l’autonomia nelle catene di approvvigionamento e la protezione delle tecnologie dual-use entrano esplicitamente nella categoria degli interessi nazionali vitali. Non è una concessione retorica alla moda del momento: è il riconoscimento che il controllo cinese sulle catene globali delle materie prime critiche o la dipendenza da fornitori extra-Ue per infrastrutture digitali sensibili rappresentano vettori di vulnerabilità sistemica non meno pericolosi di quelli militari tradizionali.
Il nodo della continuità: chi garantisce che la bussola non ruoti a ogni cambio di governo?
Il vero banco di prova della Nss non è la sua redazione, ma la sua capacità di sopravvivere al ciclo politico. Se il documento fosse percepito come l’espressione esclusiva dell’indirizzo del governo Meloni, rischierebbe di essere ridiscusso o smontato alla prima alternanza di maggioranza, vanificandone la funzione di orientamento strategico stabile. Il coinvolgimento del Copasir – organo presieduto per legge da un esponente dell’opposizione – nella fase di adozione del documento è il principale argine istituzionale a questa deriva. Ma non è sufficiente.
La proposta Guerini punta a creare un automatismo legislativo: se la Nss diventasse un obbligo triennale sancito da una legge ordinaria, ogni futuro governo sarebbe costretto a misurarsi con i binari tracciati dal documento precedente, favorendo una convergenza dottrinale progressiva al di là delle alternanze politiche. È un modello che funziona in altri contesti – si pensi alla National Security Strategy americana, alla Boussole Stratégique francese o alla Stratégie Nationale de Sécurité – e che potrebbe funzionare anche in Italia, a condizione che la Nss sia percepita davvero come un documento “di Stato” e non “di governo”.
Il rischio opposto, però, è altrettanto reale: un documento talmente vago e generico da risultare inoffensivo sul piano politico ma inutile su quello strategico. Una Nss che enumera minacce senza gerarchizzarle, che enuncia obiettivi senza indicare i mezzi per conseguirli, che definisce priorità senza implicazioni di bilancio, non è una strategia. È una dichiarazione d’intenti, e come tale produce un effetto cosmetico più che sostanziale. La sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia del 2026 ha già reso l’esecutivo più prudente: il rischio che questa cautela si traduca in vaghezza strategica non va sottovalutato.
Il posizionamento euro-atlantico: tra fedeltà convinta e proattività esigente
Sul piano internazionale, la Nss riflette un orientamento che potremmo definire di “atlantismo maturo”: fedeltà convinta all’Alleanza, ma con la pretesa di essere ascoltati sulle priorità che l’Italia considera vitali. In primis, il riequilibrio dell’attenzione della Nato verso il Fianco Sud. In un’Alleanza che negli ultimi anni è stata assorbita dalla minaccia russa sul fronte orientale, Roma lavora per far comprendere agli alleati che l’instabilità nel Mediterraneo allargato – alimentata dalla presenza russa nel Sahel e in Libia, dall’influenza economica cinese e dall’irresolutezza europea nella gestione dei flussi migratori – è altrettanto pericolosa per la sicurezza euro-atlantica.
Sul fronte europeo, l’Italia partecipa all’attuazione della Bussola Strategica dell’UE sostenendo una difesa comune che sia complementare alla Nato, non alternativa. L’interesse nazionale coincide qui con il rafforzamento dell’autonomia tecnologica e industriale europea in settori come lo spazio, il cyber e l’intelligenza artificiale applicata alla difesa. Il “neoatlantismo” del governo Meloni si traduce così in un pragmatismo peculiare: il rapporto con Washington come garanzia di sicurezza ultima; l’integrazione europea come strumento di competizione economica e tecnologica su scala globale.
In fondo è un posizionamento coerente con la tradizione diplomatica italiana, ma che richiede una capacità di proiezione attiva che finora è mancata. L’Italia non può più permettersi di essere un “consumatore di sicurezza” – beneficiaria delle garanzie altrui senza una chiara e credibile offerta di stabilità propria. La Nss è il primo passo per cambiare questa percezione. Ma un documento strategico senza le risorse, le istituzioni e la cultura organizzativa per attuarlo rimane un esercizio intellettuale, per quanto sofisticato.
La bussola c’è. Ora bisogna imparare a navigare
L’adozione della Strategia di Sicurezza Nazionale segna una transizione importante nella storia istituzionale della Repubblica. Colma un vuoto che rifletteva, prima ancora che una carenza tecnica, un deficit di cultura strategica. Ma i rischi sono chiari: la frammentazione istituzionale in assenza di un vero National Security Council italiano, la tentazione di produrre un documento troppo vago per orientare scelte difficili, la strumentalizzazione politica di un processo che dovrebbe trascendere le maggioranze contingenti.
La sfida non è scrivere la strategia. È trasformarla in una bussola reale, capace di orientare le decisioni quando i venti cambiano – e nel sistema internazionale del 2026, cambiano con una velocità e una violenza che l’Italia non ha mai affrontato da sola.















