Con il recupero del primo stadio del Long March 10B, la Cina è diventata il secondo Paese al mondo a dimostrare una capacità di riutilizzo orbitale e punta ora a sfruttarla per sostenere le sue mega-costellazioni satellitari e le future missioni lunari. Un risultato che riapre il confronto con gli Stati Uniti e che, ancora una volta, mette in evidenza il ritardo europeo
Alle 12:15 di venerdì a Pechino (6:15 italiane), dal sito di lancio commerciale di Wenchang, sull’isola di Hainan, è decollato un razzo Long March 10B e, circa undici minuti più tardi, la China Aerospace Science and Technology Corporation (Casc) ha confermato che il primo stadio, dopo essersi separato dal secondo e aver rilasciato il satellite sulla sua traiettoria, è rientrato con una discesa verticale controllata ed è stato recuperato agganciandosi a una rete montata su una piattaforma galleggiante in mare. È la prima volta che la Cina riesce a recuperare il primo stadio di un lanciatore dopo un volo orbitale, un traguardo che nessun altro attore, ad eccezione di SpaceX, è ancora riuscito a replicare in questi termini.
Un secondo posto che vale una rivoluzione
Vale la pena fare un po’ d’ordine. Nel campo dei lanciatori riutilizzabili, il primato assoluto resta quello di SpaceX, che dal dicembre 2015 recupera regolarmente i booster del Falcon 9, e più di recente anche Blue Origin, con il razzo New Glenn. Quello cinese rappresenta quindi il terzo caso di recupero di un primo stadio orbitale nella storia dell’astronautica, ma il primo compiuto da un Paese diverso dagli Stati Uniti. La Cina diventa così il secondo Paese al mondo a riuscirci, davanti ad attori come Europa, Russia, Giappone e India. Per Pechino, in ogni caso, si tratta davvero di un primato assoluto. Nei mesi scorsi erano già stati tentati recuperi simili, sia con il razzo statale Long March 12A sia con lo Zhuque-3, della società privata Landspace. Entrambi questi tentativi erano però risultati in un fallimento. Lo stesso dicasi per il test della prima versione del Long March 10A, tenutosi a febbraio. Stavolta, l’intera sequenza, dal distacco del primo stadio fino al recupero sulla piattaforma, si è svolta senza intoppi.
La differenza con SpaceX
Sul piano tecnico, la soluzione scelta da Pechino è leggermente diversa da quella di SpaceX. Il Falcon 9 atterra in autonomia sulle proprie gambe, su una piattaforma di terra o su una chiatta in mare. Il Long March 10B, invece, non ha toccato terra sulle proprie “gambe”, ma si è agganciato a una rete montata su una nave da recupero, la Linghang Zhe. Si tratta del primo recupero documentato avvenuto con questo metodo, che ha il vantaggio di “risparmiare” al primo stadio il peso aggiuntivo delle gambe di atterraggio, aumentando così margine di carico utile. Il lanciatore, alto circa 70 metri per 5 di diametro, è stato sviluppato dalla China Academy of Launch Vehicle Technology attraverso la sua costola commerciale Chinarocket. Questa versione condivide il primo stadio, spinto da sette motori a cherosene e ossigeno liquido, con la variante Long March 10A, che sarà impiegata per portare in orbita la capsula con equipaggio Mengzhou, mentre il secondo stadio, alimentato a metano liquido, è pensato soprattutto per i lanci satellitari commerciali. Nella configurazione riutilizzabile il vettore può portare in orbita bassa fino a 16 tonnellate di carico, contro le quasi 23 del Falcon 9. La Casc ha già annunciato che lo stadio appena recuperato verrà sottoposto a ispezioni e revisioni per essere poi lanciato nuovamente entro la fine dell’anno. A quel punto, se tutto andrà liscio, potremo dire che la Cina è ufficialmente entrata nel novero degli attori con capacità di lancio riutilizzabili
Pechino e Washington corrono, gli altri?
Perché tanta fretta? La risposta sta nei numeri del programma spaziale cinese e nella competizione con gli Usa. Pechino sta costruendo in parallelo due mega-costellazioni satellitari per la connettività globale, Guowang e Qianfan, che da sole richiederanno centinaia di lanci nel prossimo decennio e, senza booster riutilizzabili, il costo e la cadenza necessaria a mettere in orbita decine di migliaia di satelliti sarebbero difficilmente sostenibili anche per l’economia del Dragone. C’è poi il programma lunare, che punta a portare i primi taikonauti sulla Luna entro il 2030. Nel frattempo, tutti gli altri arrancano. L’Europa su tutti. Il Vecchio continente non dispone né di un lanciatore riutilizzabile né ha, al momento, programmi strutturati in cantiere per procurarsene uno. C’è l’European launcher challenge bandita dall’Esa, ma anche in quel caso i requisiti di selezione non citano esplicitamente i lanciatori riutilizzabili, preferendo una più vaga menzione a “soluzioni sostenibili”. Eppure, non vi è ormai più dubbio sul fatto che i vettori riutilizzabili rappresentino il futuro (ma forse già anche il presente) dell’industria spaziale globale.













