I colloqui tra Israele e Libano arrivano a Roma mentre la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran rischia di travolgere uno dei pochi canali diplomatici ancora aperti nella regione. Come osserva l’analista Giuseppe Dentice (Osmed), il rischio è che le tensioni si saldino in un’unica crisi sistemica, rendendo ancora più fragile ogni tentativo di mediazione. L’Italia prova a impedire che le crisi del Golfo e del Levante convergano in un unico fronte
“Il fatto che si svolgano a Roma i negoziati è molto importante e dimostra quanto l’Italia sia protagonista per un’azione di pace in Medio Oriente”. Con queste parole il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rivendicato il ruolo italiano alla vigilia del nuovo round di colloqui tra Israele e Libano, in programma il 14 e 15 luglio nella capitale.
Parlando a Bruxelles, a margine del Consiglio Affari Esteri, Tajani ha spiegato di aver appena parlato con i negoziatori israeliano e libanese per incoraggiarli a raggiungere un accordo. Una condizione complicata dalla riapertura di fatto dello scontro armato tra Stati Uniti e Israele. ”È importante continuare a lavorare perché si possa raggiungere veramente un cessate il fuoco e poi per arrivare alla pace in Libano”, ha detto il ministro, ricordando di aver offerto la disponibilità italiana al presidente libanese Joseph Aoun, al presidente del Parlamento Nabih Berri e al primo ministro Nawaf Salam.
L’incontro di Roma rappresenta uno dei pochi canali diplomatici ancora aperti in una regione nuovamente attraversata da una crescente instabilità. Ad annunciare il nuovo round di colloqui era stato l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, durante un incontro al Council on Foreign Relations di Washington. I negoziati, che si svolgeranno ancora a livello di ambasciatori, arrivano dopo l’accordo in 14 punti firmato a Washington il 26 giugno. Leiter ha inoltre annunciato che Aoun incontrerà il presidente americano Donald Trump il 21 luglio.
Al centro delle discussioni vi sarà il meccanismo per l’attuazione delle cosiddette “zone pilota” nel sud del Libano, aree ancora sotto controllo militare israeliano che, secondo quanto concordato nell’ultimo ciclo di colloqui a Washington, dovrebbero essere progressivamente affidate alle Forze armate libanesi (Laf). Tre organismi – una commissione tecnica, una di sicurezza e una militare – dovrebbero esaminare il passaggio di consegne nelle aree individuate e le modalità di attuazione del piano libanese per il disarmo di Hezbollah.
Ai colloqui sono attesi, per Israele, l’ambasciatore Leiter; per il Libano, l’ambasciatrice negli Stati Uniti Nada Hamadeh Mouawad e il diplomatico Simon Karam, già ambasciatore libanese a Washington. La delegazione statunitense dovrebbe invece essere guidata da Dan Holler, consigliere del Dipartimento di Stato e direttore ad interim dell’Ufficio per la pianificazione delle politiche.
A differenza del precedente round, conclusosi con la firma dell’accordo quadro, alla riunione di Roma dovrebbero tuttavia partecipare soltanto funzionari civili, senza rappresentanti militari. Una composizione che rende meno probabile un confronto sulla pianificazione operativa di un ritiro israeliano o sul dispiegamento delle Forze armate libanesi in ulteriori aree del sud del Paese.
La sequenza diplomatica segnala il tentativo di consolidare il cessate il fuoco e affrontare le questioni di sicurezza lungo il confine israelo-libanese. Ma i colloqui si svolgeranno mentre la ripresa delle tensioni tra Stati Uniti e Iran rischia di modificare nuovamente gli equilibri regionali e di restringere lo spazio per mantenere il dossier libanese separato dalla più ampia competizione tra Washington e Teheran.
”Dopo alcune settimane in cui sembrava essersi aperto uno spazio per una de-escalation tra Stati Uniti e Iran, i nuovi ’incidenti’ nello Stretto di Hormuz mettono seriamente a rischio la fragile tregua tra Washington e Teheran, riattivando una dinamica di confronto diretto che potrebbe compromettere i limitati progressi diplomatici raggiunti nelle ultime settimane”, spiega Giuseppe Dentice dell’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED) dell’Istituto di Studi Politici San Pio V.
Gli attacchi al traffico commerciale e la successiva risposta militare statunitense su più fasi, con il ritorno del blocco su Hormuz e il memorandum che ha sancito la tregua una mesata fa messo totalmente in crisi, hanno riportato il Golfo Persico al centro della competizione strategica regionale. “Hormuz rappresenta oggi il principale fattore di instabilità. Più che una chiusura totale dello Stretto, il rischio è quello di una strategia di instabilità controllata: attacchi selettivi contro il traffico marittimo, aumento dei premi assicurativi, rallentamento dei flussi commerciali e crescente militarizzazione dell’area”, osserva Dentice. “Una pressione calibrata che consente a Teheran di mantenere una significativa leva negoziale senza oltrepassare la soglia di un conflitto regionale aperto”.
Le conseguenze dell’escalation si estendono però ben oltre il Golfo. Le nuove tensioni hanno riportato la sicurezza marittima e la protezione delle rotte energetiche al centro del vertice Nato di Ankara, inizialmente concentrato soprattutto sul rafforzamento del fianco orientale e sull’attuazione dei nuovi impegni di difesa. Francia e Regno Unito stanno promuovendo una possibile iniziativa multinazionale per garantire la libertà di navigazione a Hormuz, mentre gli altri alleati, Italia compresa, cercano di evitare un coinvolgimento diretto nello scontro tra Stati Uniti e Iran.
È in questo scenario che si inseriscono i colloqui di Roma. Il problema è che il fronte libanese non è mai stato completamente separato dalla più ampia competizione tra Israele, Stati Uniti e Iran. Beirut sta cercando di consolidare un canale negoziale autonomo, mentre Teheran continua a mantenere un rapporto stretto con Hezbollah e con i suoi alleati politici libanesi.
“Una ripresa delle ostilità nel Golfo potrebbe compromettere anche i delicati colloqui tra Israele e Libano ospitati proprio mentre il negoziato costituisce uno dei pochi canali diplomatici ancora aperti e punta a consolidare il cessate il fuoco e affrontare le questioni di sicurezza lungo il ’nuovo’ confine israelo-libanese”, spiega Dentice.
La questione riguarda quindi anche la capacità del governo libanese di mantenere il controllo politico del negoziato. Le autorità di Beirut avrebbero intensificato i contatti con Washington per evitare che il Libano venga incluso nella trattativa tra Stati Uniti e Iran. Teheran, al contrario, continua a considerare il fronte libanese parte di un equilibrio regionale più ampio, nel quale Hezbollah rappresenta una leva politica e strategica.
La posizione di Aoun mostra quanto siano ristretti i margini di manovra. Mentre il Libano partecipa ai colloqui con Israele e il presidente si prepara a incontrare Trump, lo stesso Aoun ha escluso un incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu finché continueranno gli attacchi israeliani. Intervistato dal quotidiano libanese An-Nahar, il presidente ha affermato di non essere disposto a scendere a compromessi sul sud del Paese.
Beirut cerca così di negoziare con Israele senza trasformare il dialogo in una normalizzazione politica, rafforzare l’autorità dello Stato e, allo stesso tempo, evitare che il futuro del Paese diventi una variabile della trattativa tra Washington e Teheran. Un equilibrio già difficile che un’ulteriore escalation regionale renderebbe ancora più precario.
Secondo Dentice, una ripresa delle ostilità nel Golfo finirebbe infatti per rafforzare il peso di Hezbollah, restringendo i margini di compromesso e rendendo più difficile trasformare il dialogo tecnico in un processo politico stabile.
È qui che il ruolo dell’Italia assume un significato più ampio. Sebbene i colloqui si terranno nell’ambasciata statunitense di Via Veneto, e non nelle stanze istituzionali italiane, questo non significa che Roma offrirà solo una sede logistica al negoziato. L’Italia è parte del processo diplomatico che lega sempre più direttamente la stabilizzazione del Levante agli equilibri di sicurezza nel Golfo. Va inoltre ricordato che l’Italia ha guidato per diversi anni la missione internazionale delle Nazioni Unite Unifil, uno dei principali strumenti di stabilizzazione lungo il confine tra Libano e Israele.
“Roma si conferma tra i pochi attori europei in grado di mantenere interlocuzioni credibili con Israele, Libano, Stati Uniti e partner arabi e, attraverso questa iniziativa, punta a riaffermare il proprio ruolo di facilitatore del dialogo in una fase in cui la stabilizzazione del Levante e la sicurezza del Golfo risultano sempre più interdipendenti”, afferma Dentice.
“Se la crisi di Hormuz dovesse aggravarsi, la capacità italiana di promuovere iniziative diplomatiche multilivello potrebbe contribuire a evitare che i due principali fronti di tensione della regione finiscano per convergere in un’unica escalation”, conclude l’analista.
È questa, oltre al risultato immediato dei negoziati, la posta in gioco dei colloqui di Roma. Israele e Libano discuteranno del cessate il fuoco, della sicurezza del confine e del futuro dei rapporti tra i due Paesi. Ma il negoziato servirà anche a misurare la possibilità di mantenere aperto uno spazio diplomatico autonomo per il Libano mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran rischia nuovamente di saldare il Golfo e il Levante in un’unica crisi regionale.
















