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Phisikk du role – Preferenze? No grazie. Meglio il listino bloccato dal capo

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Le campagne elettorali con la preferenza erano tutt’altra cosa: erano l’esito, certamente impegnativo ma anche di grande coinvolgimento popolare, di un confronto continuo con gli elettori nel corso della legislatura. Se il Parlamento è fatto di nominati che devono sempre dire sì al nominante, beh, forse allora quella battutaccia di Berlusconi, “Non abbiamo bisogno di tanti parlamentari: bastano solo i capigruppo che alzino la mano e votino per tutti”, ha trovato una sua mestissima ragione. La rubrica di Pino Pisicchio

Assodato che la trucidazione delle preferenze ieri alla Camera ha avuto un valore antropologico piuttosto che una cifra politica, mentre di politico c’è solo la pietra tombale, con l’amen finale, ad ogni velleità di ripristino della “scelta dal basso” per eleggere i rappresentanti del popolo in Parlamento, imperituramente collocati nelle mani dei padroni delle liste, quello che induce a meraviglia, piuttosto, è la meraviglia che ciò sia avvenuto.

Ci sarà un motivo per cui nei Comuni, alla Regione e persino negli sconfinati collegi del Parlamento europeo si vota con la preferenza e per il Parlamento italiano no. È un motivo elementare: le leggi elettorali si fanno nelle aule di Camera e Senato (solo quelle regionali posso approvarsi variazioni dell’impianto nazionale). Cosicché con il sistema della “scelta dall’alto” sono cresciuti tutti i parlamentari che negli ultimi trentatré anni hanno calcato le aule del Legislativo (si diceva una volta… adesso fa tutto il governo e meglio sarebbe dire il Ratificativo) e sono andati ad estinguersi quelli che avevano una traccia di memoria del sistema con la preferenza plurima. Si è destrutturata la figura del parlamentare votato dal popolo e si è ricomposto un ircocervo che ne riproduce le sembianze svuotandone i contenuti.

Mutazione antropologica, certo, ma con effetti diretti sul sistema politico, che vanno tutti nella direzione dello svuotamento dell’autonomia del parlamentare, la cui qualità richiesta non è il consenso popolare e la capacità di offrire un contributo di senso al Paese con le sue proposte e il suo costante raccordo col corpo elettorale, ma solo l’obbedienza perinde ac cadaver, come i monaci del deserto e i gesuiti. Il consenso? Quello lo conferisce il capo, che non a caso ha messo il suo nome persino sulle bandiere che garriscono al vento nella pugna elettorale. Che è spesso, dal punto di vista dei candidati, solo un pro-forma: si ricorda il caso di un candidato, un paio di legislature fa, messo alla gogna dal suo partito perché non aveva corrisposto, come si era impegnato a fare, le quote a sostegno della sua lista. La cosa avvenne solo dopo la presentazione delle candidature e dunque non ci fu possibilità di rimuovere il candidato infedele che, vedendo compromesso il suo futuro politico, pensò bene di andarsene con la giovane moglie all’estero in viaggio di nozze ritardato, tanto chi l’avrebbe votato più? E invece venne eletto ancora e con vasto suffragio, a conferma di un sistema che dando per scontato l’asservimento del candidato al leader, non incoraggia neanche la minima attenzione alle liste.

Le campagne elettorali con la preferenza erano tutt’altra cosa: erano l’esito, certamente impegnativo ma anche di grande coinvolgimento popolare, di un confronto continuo con gli elettori nel corso della legislatura. Ricordo i miei week end nel collegio che mi eleggeva, Bari-Foggia, con visite nei comuni, per convegni, ascolto di problemi collettivi e individuali (il parlamentare era una specie di difensore civico), confronto su temi nazionali e scelte compiute o da compiersi nelle aule parlamentari. I luoghi erano le sezioni di partito, ma anche associazioni, spesso persino il salotto buono o il tinello della famiglia che apriva le porte della casa per discutere e capire. Faticoso? Certo, molto faticoso, ma la rappresentanza democratica non è un obbligo terapeutico prescritto dal medico: la democrazia è fatica, attenzione, umiltà di chiedere il voto. È passione e professionalità, come diceva Weber, da noi tradotto sempre (sbagliando) solo come “mestiere”.

Ma vorrei dire ai lettori che quando vieni eletto, come a capitava a me, con 80.000 voti di persone che scrivono il tuo nome sulla scheda, beh, quella fatica scompare lasciando il posto alla responsabilità nei confronti di quella parte di popolo che ti sceglie. Molte domeniche sottratte alla famiglia (e ancora chiedo scusa a mia moglie che l’ha sopportato), ma il collegio aveva più di 120 comuni e ci mettevi qualche anno a girarli tutti. Non è, voglio assicurare il lettore, una nostalgia fogazzariana: non rincorro il piccolo mondo antico che fu. Il senso, questo sì: rincorro il senso della rappresentanza. Perché se il Parlamento è fatto di nominati che devono sempre dire sì al nominante, beh, forse allora quella battutaccia di Berlusconi,”Non abbiamo bisogno di tanti parlamentari: bastano solo i capigruppo che alzino la mano e votino per tutti”(10 marzo 2009), ha trovato una sua mestissima ragione.


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