La possibilità che la Cina limiti l’accesso ai propri modelli più avanzati conferma una tendenza già avviata dagli Stati Uniti: l’intelligenza artificiale di frontiera sta diventando un asset strategico nazionale. Per l’Europa cresce il rischio di una dipendenza tecnologica dai due blocchi. L’Italia dispone già di competenze, infrastrutture e imprese su cui costruire una filiera nazionale, ma serve una missione industriale sostenuta da investimenti adeguati e da una visione di lungo periodo. Il punto di Antonio Zennaro, già Deputato e membro del Copasir
Pechino valuta limiti all’accesso estero ai suoi modelli più avanzati. Washington ha già dimostrato di poter intervenire sulla distribuzione dei sistemi americani. L’Italia dispone di infrastrutture, aziende e competenze, ma deve trasformarle in una missione nazionale finanziata con almeno un miliardo di euro. La notizia più importante non è che la Cina abbia già vietato l’utilizzo dei propri modelli di intelligenza artificiale all’estero. Al momento non lo ha fatto. Il fatto strategicamente rilevante è che Pechino stia valutando di farlo.
Secondo Reuters, il ministero del Commercio cinese avrebbe incontrato Alibaba, ByteDance e Z.ai per discutere possibili limitazioni all’accesso internazionale ai modelli più avanzati, compresi quelli open-weight e quelli non ancora pubblicati. Le misure sono ancora allo studio, potrebbero riguardare soltanto le future generazioni e non è certo che entrino effettivamente in vigore. Ma il segnale politico è inequivocabile: anche la Cina sta iniziando a considerare l’intelligenza artificiale di frontiera come un asset strategico nazionale, non come una tecnologia da distribuire senza condizioni. Negli ultimi due anni modelli come DeepSeek, Qwen, Kimi e Glm hanno conquistato sviluppatori e imprese occidentali perché disponibili gratuitamente, open-weight o a costi molto inferiori rispetto alle alternative americane. Questa accessibilità ha alimentato l’illusione che i modelli avanzati sarebbero rimasti una commodity globale, sempre disponibile sul mercato. Quell’illusione sta finendo.
Il precedente americano
Gli Stati Uniti hanno già dimostrato che, quando entrano in gioco sicurezza nazionale e capacità cyber, l’accesso a un modello può essere subordinato a una decisione governativa. Il 12 giugno 2026 il governo americano ordinò ad Anthropic di sospendere l’accesso ai modelli Fable 5 e Mythos 5 per tutti i cittadini stranieri, compresi i dipendenti non statunitensi della stessa società. Non potendo verificare in tempo reale la nazionalità di ogni utilizzatore, Anthropic fu costretta a disabilitare temporaneamente i modelli a livello globale. Le restrizioni sono state successivamente rimosse dopo l’introduzione di ulteriori salvaguardie, ma il precedente resta.
Mythos, in particolare, è stato sviluppato per individuare vulnerabilità informatiche complesse. Jamie Dimon lo ha paragonato, con un’espressione volutamente forte, alla possibilità di consegnare “missili balistici agli individui”. Il paragone può essere discusso, ma rende evidente come i vertici economici e politici americani considerino ormai alcune capacità dell’IA alla stregua di tecnologie dual use. Anche Gpt-5.6 rappresenta questa nuova generazione di sistemi. OpenAI lo descrive come la propria famiglia di modelli più avanzata per ragionamento, programmazione, ricerca e cybersecurity. La relativa documentazione di sicurezza segnala un ulteriore miglioramento nelle attività cyber rispetto alla generazione precedente e conferma il coinvolgimento degli istituti di sicurezza nelle valutazioni precedenti al rilascio.
Questo non significa che GPT-5.6 sia stato sottoposto alle stesse limitazioni di Fable e Mythos. Significa, però, che le capacità più avanzate del mondo sono concentrate in poche società americane, operano all’interno della giurisdizione statunitense e possono essere sottoposte a controlli, restrizioni o condizioni di accesso decise a Washington. Dal punto di vista americano è comprensibile. Dal punto di vista cinese, è altrettanto comprensibile voler proteggere la propria tecnologia. L’errore sarebbe dell’Europa, qualora continuasse a considerare l’accesso permanente a questi strumenti come un diritto acquisito.
Una dipendenza da entrambi i blocchi
L’Europa rischia di trovarsi chiusa tra due fuochi. Da una parte ci sono i modelli americani, generalmente proprietari, utilizzati attraverso piattaforme cloud e soggetti alle regole di esportazione e sicurezza degli Stati Uniti. Dall’altra vi sono i modelli cinesi, spesso più economici o aperti, ma potenzialmente sottoposti ai controlli di Pechino. In condizioni normali questa dipendenza può apparire gestibile. Diventa molto più problematica durante una crisi internazionale, un conflitto, una grave emergenza cyber o un deterioramento dei rapporti diplomatici.
Un Paese che non controlla il modello, l’infrastruttura sulla quale viene eseguito e le condizioni contrattuali di accesso non possiede realmente quella capacità. La utilizza fino a quando qualcun altro decide di rendergliela disponibile. L’Europa non parte da zero. Esistono realtà importanti come Mistral in Francia e sono in costruzione diciannove AI Factories europee. La Commissione ha inoltre previsto un fondo da 20 miliardi di euro per realizzare fino a cinque AI Gigafactories, ciascuna dotata di oltre centomila processori avanzati. Ma possedere infrastrutture distribuite, singoli modelli linguistici o eccellenti applicazioni verticali non equivale ancora ad avere una capacità completa, stabile e autonomamente governata nel settore dei modelli di frontiera.
L’Italia ha già una base industriale
L’Italia non parte da zero. Fastweb ha sviluppato Miia, un modello linguistico addestrato in Italia e rivolto soprattutto alla lingua e al contesto nazionale. Almawave ha realizzato Velvet, una famiglia di modelli sviluppati da zero e addestrati sul supercomputer Leonardo. Si tratta di capacità industriali concrete, ma ancora lontane per scala e prestazioni dai maggiori modelli di frontiera americani e cinesi. Il salto di livello potrebbe arrivare dal consorzio Europa, guidato dalla società italiana Domyn e selezionato dalla Commissione europea per sviluppare un modello open source da oltre 400 miliardi di parametri. È però essenziale essere chiari: il modello è ancora in fase di realizzazione e il suo successo non può essere dato per acquisito.
La conclusione corretta, quindi, non è che l’Italia debba inventare l’ennesimo progetto pubblico in concorrenza con ciò che esiste. Deve mettere a sistema ciò che già possiede. Serve una missione nazionale che riunisca aziende italiane dell’IA, telecomunicazioni e cloud, università, centri di cybersecurity, industria della difesa e amministrazioni titolari di grandi patrimoni informativi. I migliori ingegneri italiani, compresi quelli che oggi lavorano all’estero, devono poter partecipare con remunerazioni e condizioni operative competitive a livello internazionale.
Almeno un miliardo come investimento iniziale
A questa missione dovrebbe essere destinato un primo stanziamento non inferiore a un miliardo di euro, aggiuntivo rispetto agli investimenti infrastrutturali già programmati. Non sarebbe una cifra sproporzionata. Le stime di Epoch AI indicano che il costo dei più grandi cicli di addestramento potrebbe superare il miliardo di dollari entro il 2027. E il singolo ciclo finale rappresenta solo una parte del costo complessivo: servono sperimentazione, raccolta e pulizia dei dati, personale altamente specializzato, sistemi di sicurezza, valutazioni indipendenti e capacità di erogare il modello su larga scala. Un miliardo deve quindi essere considerato il biglietto d’ingresso, non il costo definitivo.
Il programma dovrebbe finanziare potenza di calcolo e Gpu, acquisizione e preparazione dei dati, reclutamento internazionale, ricerca sulle nuove architetture, sicurezza, red teaming e sviluppo delle capacità di inferenza. Dovrebbe produrre un modello generale utilizzabile dall’industria e dalla pubblica amministrazione, insieme a versioni specializzate e protette per sanità, giustizia, cybersecurity, Intelligence e difesa. Una parte del modello potrebbe essere aperta per alimentare l’ecosistema nazionale. Le componenti addestrate su dati sensibili o destinate agli impieghi di sicurezza dovrebbero invece funzionare in ambienti segregati, verificabili e sotto controllo italiano.
La dimensione militare
La questione non è soltanto economica. La strategia digitale della Nato collega esplicitamente la superiorità informativa, le reti resilienti e l’integrazione delle tecnologie digitali al mantenimento del vantaggio militare dell’Alleanza. L’intelligenza artificiale sarà sempre più importante nell’analisi delle informazioni, nella cybersecurity, nella logistica, nella sorveglianza, nei sistemi autonomi e nel supporto alle decisioni.
Affidare completamente queste capacità a modelli stranieri significa accettare che, nel momento di maggiore necessità, le condizioni di accesso possano dipendere da decisioni politiche, commerciali o tecniche prese fuori dall’Italia. Un modello nazionale non sostituirebbe l’Alleanza atlantica e non dovrebbe essere interpretato come una scelta autarchica. Al contrario, renderebbe l’Italia un alleato più forte, capace di contribuire con tecnologie proprie e di operare anche all’interno di reti classificate, disconnesse o degradate. L’autonomia tattica consiste nella possibilità di impiegare una capacità quando serve. L’autonomia strategica consiste nella possibilità di svilupparla, controllarla e migliorarla senza attendere l’autorizzazione di altri.
Non possiamo perdere altro tempo
La competizione sui modelli di frontiera sta entrando nella stessa categoria dei semiconduttori, dello spazio, dell’energia e delle telecomunicazioni: settori nei quali il mercato, da solo, non garantisce la sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti stanno proteggendo il proprio vantaggio. La Cina valuta di fare lo stesso. L’Europa sta costruendo infrastrutture, ma deve accelerare nella produzione dei modelli. L’Italia possiede già supercalcolo, imprese, università e competenze sulle quali costruire.
Occorre decidere adesso se vogliamo restare semplici clienti dell’intelligenza artificiale prodotta altrove oppure diventare anche costruttori. Quando i modelli di frontiera verranno definitivamente chiusi dietro confini geopolitici e controlli nazionali, non sarà sufficiente stanziare denaro. Il tempo, i dati, le competenze e l’esperienza perduti non potranno essere acquistati in pochi mesi. Su questa scelta non possiamo permetterci di sbagliare.















