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Il governo più longevo, l’incognita Vannacci e la faglia russa. Le sfide di Meloni secondo Palano

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Meloni celebra il traguardo del governo più longevo della storia repubblicana, ma il finale di legislatura presenta nuove incognite. Per il politologo Damiano Palano, tra legge elettorale, ballottaggio e crescita di Vannacci, le insidie maggiori arrivano dall’interno del centrodestra. E il dossier Russia può diventare una nuova faglia, capace di attraversare maggioranza e opposizione. Una partita ancora aperta, nella quale anche gli equilibri dentro la coalizione potrebbero rivelarsi decisivi in vista del voto

Il 4 settembre Giorgia Meloni salirà su un palco affacciato sul porto di Bari per celebrare quello che, nelle intenzioni di Fratelli d’Italia, dovrebbe essere soprattutto il simbolo di una promessa mantenuta: la stabilità. Il governo raggiunge infatti il traguardo di longevità che gli consente di superare il secondo esecutivo Berlusconi e di diventare il più duraturo della storia repubblicana. Una festa di partito, ma anche un gigantesco punto esclamativo politico: il tempo, per la premier, è stato finora un alleato. È una fotografia potente, quasi plastica: mentre il centrodestra celebra la capacità di essere rimasto in piedi là dove altri governi sono caduti, sotto la superficie la politica italiana comincia però a muoversi. La luna di miele è finita da tempo, il rapporto con gli elettori mostra qualche segnale di logoramento, l’opposizione non sembra ancora aver trovato la chiave per trasformare le difficoltà della maggioranza in una vera alternativa e, soprattutto, dentro il perimetro del centrodestra si affacciano nuove variabili. Una su tutte: Roberto Vannacci. Il generale diventato politico è ormai qualcosa di più di una scheggia del consenso sovranista. È un possibile fattore di destabilizzazione degli equilibri, proprio mentre la maggioranza discute una nuova legge elettorale e il ritorno del ballottaggio. Sullo sfondo, poi, si riaccende la faglia sulla Russia, con il confronto sempre più esplicito tra Antonio Tajani e Matteo Salvini. È in questo crinale tra la celebrazione della stabilità e l’incertezza del dopo che si inserisce l’analisi di Damiano Palano, politologo e direttore di Aseri.

Professor Palano, il 4 settembre Fratelli d’Italia celebrerà a Bari il governo più longevo della storia della Repubblica. È il momento della consacrazione politica di Meloni?

È sicuramente un traguardo importante e ha anche un forte valore simbolico. La durata di un governo, soprattutto nella storia repubblicana italiana, rappresenta un elemento di stabilità che non può essere sottovalutato. Ma il punto è capire cosa ci dice questo record sul futuro. Meloni arriva a questo appuntamento affaticata, anche nel rapporto con l’elettorato, ma conserva ancora un distacco dagli inseguitori che le garantisce una certa tranquillità.

Quindi la festa di Bari fotografa una realtà solo parzialmente coincidente con quella che emerge dal dibattito politico quotidiano?

Sì. La celebrazione del record racconta la capacità del governo di essere rimasto in piedi, ma non necessariamente la sua forza elettorale. Nell’ultimo periodo ci sono stati diversi problemi e il governo non attraversa il momento migliore nel rapporto con gli elettori. Il paradosso, però, è che l’opposizione continua a essere così divisa e confusa da non rappresentare oggi l’insidia maggiore per Meloni.

Da dove arrivano allora i rischi?

Dall’interno della coalizione. E soprattutto da Vannacci. È questa la novità più interessante. Naturalmente alle elezioni manca ancora parecchio e sarebbe sbagliato leggere i dati di oggi come una previsione del risultato finale. Ma Vannacci è diventato una variabile che non può più essere ignorata.

E proprio mentre il centrodestra celebra la propria stabilità, si discute una legge elettorale che potrebbe introdurre il ballottaggio. Non è un paradosso?

La discussione sulla legge elettorale mi sembra un pasticcio che si sta ingarbugliando sempre di più. Cambiare le regole è qualcosa che hanno fatto un po’ tutti. Ma, una volta superato lo scoglio delle preferenze, che considero un elemento importante, l’introduzione del ballottaggio rischia di rendere il quadro molto più imprevedibile.

Per Meloni potrebbe essere un salvagente?

Potrebbe esserlo. Se non riuscisse a superare la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza, il ballottaggio potrebbe rappresentare una seconda possibilità. Ma può diventare anche un boomerang. Al secondo turno gli equilibri cambiano e le coalizioni possono essere sottoposte a tensioni molto forti.

Il rischio è che il ballottaggio faccia emergere le fragilità anziché risolverle?

Esattamente. Il ballottaggio funziona meglio quando i partiti sono forti e le coalizioni sufficientemente coese. Se invece i partiti sono deboli, il secondo turno può diventare un momento di ulteriore frantumazione. Il problema non è soltanto vincere le elezioni: è capire cosa succede il giorno dopo.

E qui Vannacci può diventare decisivo.

Sì. La sua crescita avviene in una fase particolare: il momento migliore di Meloni sembra essere alle spalle, mentre Salvini attraversa una fase molto più difficile. Vannacci intercetta un voto di forte rottura e può raccogliere anche una parte dell’elettorato che oggi non vota.

Quanto pesa il fatto che la nuova legge elettorale, introducendo un premio di maggioranza, potrebbe paradossalmente aumentare il suo peso?

Molto. È un possibile boomerang che forse non era stato previsto. Se Vannacci si collocasse in una posizione intermedia tra i due principali schieramenti, potrebbe diventare l’ago della bilancia. Una forza anche non enorme, in presenza di un meccanismo che concentra il premio sul vincitore, può acquisire un peso politico molto superiore alla propria consistenza elettorale.

Vannacci è ancora soprattutto un fenomeno mediatico oppure siamo già davanti a qualcosa di politicamente strutturato?

Al momento è certamente anche un fenomeno mediatico. Ma non credo che questo basti più a spiegare la sua crescita. Vannacci è stato favorito da una grandissima esposizione mediatica, anche da parte di settori che volevano contrastarlo e che hanno finito per contribuire alla sua notorietà. Ora, però, sembra avere anche strumenti politici e finanziari che possono consentirgli di trasformare quella visibilità in organizzazione.

Arriviamo così al tema russo. Il confronto tra Tajani e Salvini e le parole del ministro degli Esteri sulle possibili interferenze di Mosca nelle elezioni riportano il tema della Russia dentro la politica italiana. Quanto può incidere?

È un tema che riguarda la maggioranza, ma non soltanto la maggioranza. Meloni finora è riuscita a destreggiarsi. Il problema è che nell’opinione pubblica esiste un orientamento che sarebbe disposto a concedere alla Russia ampi margini e ampie porzioni di territorio ucraino pur di arrivare a una conclusione della guerra.

Perché queste posizioni possono diventare elettoralmente attrattive?

Perché intercettano una stanchezza reale. C’è una parte dell’opinione pubblica stanca della guerra e soprattutto delle conseguenze economiche che questa produce. È un sentimento che può attraversare destra e sinistra. La componente filo-russa può quindi trovare spazio in entrambi gli schieramenti.

E Vannacci potrebbe essere il principale interprete di questo spazio?

Potrebbe esserlo. Ma bisogna distinguere il piano ideologico da quello di un eventuale sostegno esterno. Non possiamo nemmeno escludere che possano esistere forme di sostegno. Non sarebbe il primo candidato filo-russo a beneficiarne.

Che tipo di sostegno?

Può essere un legame esclusivamente ideologico, oppure può assumere altre forme. Anche finanziarie o legate alla comunicazione. Sono piani diversi che vanno verificati e soprattutto non confusi tra loro.

Quindi la vera incognita delle prossime elezioni potrebbe non essere tanto se Meloni arriverà prima, ma con chi arriverà al traguardo?

È una buona sintesi. Meloni oggi ha ancora tempo e un vantaggio importante. La festa di Bari certificherà la longevità del suo governo. Ma la partita elettorale sarà un’altra cosa. Il vero interrogativo è se riuscirà a mantenere compatta la coalizione e a impedire che il malcontento venga intercettato da forze esterne al centrodestra.

E l’opposizione?

Ha davanti un problema ancora più grande: deve riuscire a trasformare la propria divisione in un’alternativa riconoscibile. Finché non ci riuscirà, Meloni potrà continuare a guardarsi soprattutto dentro casa. E oggi, paradossalmente, è proprio dentro casa che si trova l’inseguitore più imprevedibile.


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