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L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

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A poco più di un anno dal voto, si riaccende il dibattito sulle possibili ingerenze russe in Italia. Dall’analisi del caso Vannacci ai precedenti della Guerra Fredda, fino ai casi documentati in Usa ed Europa, l’articolo ricostruisce strumenti e strategie della guerra cognitiva di Mosca. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva

A poco più di un anno dalle elezioni politiche italiane, si è aperto nel dibattito pubblico un confronto acceso sul rischio di un’ingerenza russa finalizzata a garantire, all’interno del prossimo Parlamento, una presenza politica favorevole agli interessi di Mosca. A innescarlo è stata un’inchiesta del Financial Times che, agli inizi di settembre 2026, ha definito il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, un possibile “cavallo di Troia” dell’influenza russa in Italia, riprendendo un’analisi dello European Council on Foreign Relations.

Il quotidiano britannico ha ricostruito le posizioni del generale — dalla richiesta di riaprire la cooperazione militare con Mosca fino agli appelli a interrompere l’invio di armi all’Ucraina e a riprendere gli scambi commerciali con la Russia — sottolineando come esse coincidano in modo sorprendente con la narrativa del Cremlino. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha risposto con cautela, chiedendo che simili accuse vengano provate ma riconoscendo, al tempo stesso, che l’Italia non può escludere tentativi di ingerenza russa nella prossima tornata elettorale.

Posizioni non dissimili attraversano tuttavia, trasversalmente, l’intero arco politico italiano. Matteo Salvini, leader della Lega, è rimasto nella memoria collettiva per le fotografie, diffuse negli anni precedenti l’invasione dell’Ucraina, con magliette raffiguranti Vladimir PutinGiuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha più volte proposto — da ultimo nell’aprile 2026 — di tornare ad acquistare gas russo non appena le condizioni diplomatiche lo consentano, giudicandolo più conveniente per famiglie e imprese italiane, e nel marzo 2025 aveva criticato il piano di riarmo europeo da 800 miliardi di euro accusando la Commissione di “esagerare la minaccia russa” per giustificarne la spesa. Critiche di questo tenore vengono di norma respinte dagli interessati come espressione di un clima di sospetto e sono ricondotte, nel dibattito pubblico, al tema della “russofobia” più che discusse nel merito — un terreno scivoloso in cui il confine tra dissenso legittimo sulla politica estera e allineamento agli interessi geopolitici di Mosca resta uno dei nodi più delicati della guerra cognitiva contemporanea.

Un paese storicamente conteso: il precedente della Guerra Fredda

Questo dibattito non nasce nel vuoto. L’Italia occupa da sempre una posizione strategica negli equilibri mediterranei ed europei che ne ha fatto, storicamente, un bersaglio privilegiato delle ingerenze delle grandi potenze. Il precedente più istruttivo risale alla Guerra Fredda: William Colby, futuro direttore della Cia, racconta nelle sue memorie le operazioni clandestine condotte a Roma negli anni Cinquanta per contrastare l’avanzata del Partito Comunista Italiano, allora il più forte d’Occidente, mentre l’Unione Sovietica, tramite il Pcus, sosteneva finanziariamente il Pci di Togliatti per sottrarre l’Italia al blocco atlantico.

Il quadro muta con Enrico Berlinguer, che negli anni Settanta prende pubblicamente le distanze da Mosca con l’eurocomunismo e la “terza via” — e poco dopo rischia la vita in un incidente rimasto a lungo misterioso: a Sofia, nel 1973, l’auto su cui viaggia viene investita da un camion militare, con un morto tra il suo seguito; lo stesso Berlinguer sospettò, senza mai averne prova certa, un attentato di matrice sovietica.

Non stupisce allora che i documenti desecretati dell’ambasciata americana e del Dipartimento di Stato relativi al “compromesso storico” tra Moro e Berlinguer rivelino una Cia romana favorevole a un’apertura verso il Pci — persino alla sua entrata nell’area di governo — proprio per completare il distacco del partito da Mosca, contro il parere contrario di Kissinger, che nel 1978 impose l’ostilità ufficiale degli Stati Uniti: un dibattito interno a Washington che rende l’odierna discussione sull’ingerenza russa meno una novità del XXI secolo che l’ultima variazione di una costante storica.

La grammatica dell’ingerenza russa in Europa e non solo: casi documentati

Il caso italiano si inserisce in un quadro più ampio di attivismo russo documentato in numerosi paesi, orientato a precisi obiettivi geostrategici. Il precedente più celebre e meglio documentato dalle inchieste ufficiali riguarda le elezioni presidenziali statunitensi del 2016: il rapporto del procuratore speciale Robert Mueller ha ricostruito come la Internet Research Agency, struttura con sede a San Pietroburgo, abbia condotto una complessa campagna di manipolazione su Facebook, Twitter e Instagram per amplificare tensioni sociali e politiche, mentre l’intelligence militare russa (Gru) violava i server del Comitato Nazionale Democratico e dello staff di Hillary Clinton, diffondendone le email trafugate tramite WikiLeaks in un’operazione di hack-and-leak.

Nello stesso anno, nel Regno Unito, il referendum sulla permanenza nell’Unione europea fu bersaglio, secondo il Russia Report del Parlamento britannico pubblicato nel 2020, di una campagna di disinformazione e di flussi finanziari opachi volti a polarizzare il dibattito pubblico su un tema strategico per l’unità europea; il rapporto denunciò inoltre la mancata verifica, da parte del governo dell’epoca, dell’entità reale di tale ingerenza.

In Francia, alla vigilia del ballottaggio presidenziale del 2017 tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, il cosiddetto “Macron Leaks” diffuse online migliaia di documenti trafugati dai server della campagna del candidato centrista, in un’operazione di hack-and-leak accompagnata da una campagna di disinformazione tesa a screditarne l’immagine pubblica nelle ore immediatamente precedenti il silenzio elettorale.

In Catalogna, il referendum indipendentista dell’ottobre 2017 fu accompagnato da una vera e propria “combinación” — l’operazione che integra cyber-intelligence, disinformazione e propaganda — con il governo spagnolo che denunciò ufficialmente campagne di disinformazione originate da territorio russo, account coordinati amplificati da Russia Today e Sputnik, e contatti, oggetto di inchiesta giudiziaria, tra emissari russi e l’allora presidente della Generalitat Carles Puigdemont.

In Romania, le presidenziali del 2024 furono annullate dalla Corte Costituzionale dopo che il Consiglio Supremo di Difesa aveva declassificato prove di cyberattacchi e campagne di influenza, condotte sfruttando gli algoritmi di TikTok, a favore del candidato nazionalista Călin Georgescu.

In Germania, le autorità hanno attribuito al gruppo APT28, riconducibile al Gru, l’attacco informatico al Bundestag del 2015, e nel febbraio 2025 hanno individuato “Storm-1516”, una vasta operazione di disinformazione costruita attorno a oltre cento siti fittizi in lingua tedesca, volta a screditare gli avversari dell’AfD con accuse fabbricate e video falsi diffusi nell’imminenza delle elezioni.

Un capitolo a parte riguarda la Serbia, che secondo analisi indipendenti costituisce oggi uno dei principali laboratori dell’influenza russa in Europa: emittenti come RT Balkan e Sputnik Serbia — la cui gestione editoriale fa capo, secondo inchieste giornalistiche, a personale scelto direttamente da Mosca — operano in sintonia con i media filogovernativi serbi per screditare le proteste antigovernative esplose dopo le tragedie del maggio 2023, mentre Belgrado resta l’unico paese europeo, insieme alla Bielorussia, a non aver imposto sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Come opera la guerra cognitiva russa

Al di là dei singoli casi nazionali, le operazioni russe condividono una grammatica operativa costante. Il primo strumento è la disinformazione digitale veicolata da bot, troll farm e siti-fantoccio che replicano automaticamente i contenuti dei media di Stato — RT, Sputnik e i loro cloni regionali, come dimostra la rete “Pravda” individuata in decine di Paesi — amplificando artificialmente narrazioni funzionali agli interessi di Mosca. Il secondo è l’hack-and-leak: la sottrazione di dati riservati tramite attacchi informatici seguita dalla loro diffusione mirata in prossimità del voto, impiegata dagli Stati Uniti alla Francia fino alla Germania. Il terzo è il finanziamento occulto di partiti, media e reti associative attraverso canali opachi, oligarchi sanzionati o società di comodo, come documentato in Moldavia. Il quarto è lo sfruttamento sistematico di fratture sociali preesistenti — identitarie, etniche o territoriali — individuate e amplificate perché già predisposte alla polarizzazione, secondo la logica osservata in Catalogna. Il quinto, sempre più rilevante, è il ricorso all’intelligenza artificiale generativa per produrre deepfake e contenuti fabbricati su larga scala, come nei casi ungherese e tedesco.

A tenere insieme questi strumenti eterogenei è un unico principio operativo: la negabilità plausibile. L’azione viene condotta attraverso intermediari che rendono l’attribuzione politica difficile o contestabile, paralizzando la capacità di risposta degli Stati bersaglio e trasformando ogni accusa in un ulteriore terreno di scontro informativo — l’ambiguità stessa, più che una singola menzogna, è l’arma.


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