Wealth tax, successioni e grandi patrimoni, dalla proposta del francese Zucman al G20 al referendum in California, il tema è tornato sulla scena internazionale. Ma cosa sappiamo sull’efficacia della tassazione della ricchezza, e quali soluzioni sono più rilevanti per il caso italiano? L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20
Reddito o ricchezza, questo è il problema. Quasi amletico il dilemma sul cosa tassare quanto e dove, in questo nostro tempo di accellerazioni tecnologiche, crescenti disuguaglianze e globalizzazione in redifinizione (non in ritirata). E se in Italia la parola patrimoniale pare divenuta radioattiva, in un dibattito forse ancora traumatizzato dal prelievo forzoso del 1992 (correva la torrida notte tra il 9 e il 10 luglio, con la lira sotto attacco speculativo), in Europa e non solo l’idea di una tassa sull’ultra-ricchezza, o wealth tax, è di nuovo in discussione.
Partiamo dal contesto. Thomas Piketty, economista francese autore del best-seller Il capitale nel XXI secolo e tra i massimi esperti di disuguaglianza, ci ricorda che quando il rendimento del capitale supera il tasso di crescita dell’economia, abbiamo un problema. Ed è stato così per buona parte della storia moderna, eccetto il secondo dopoguerra, ed è di nuovo la norma. I numeri non sono incoraggianti: secondo il World Inequality Report 2026, il 10% degli umani più ricchi controlla oltre la metà del reddito e i 3/4 della ricchezza mondiale totale (in Italia, rispettivamente, circa il 56% e il 22% nel 2024).
La ricchezza privata netta, intesa come patrimonio immobiliare sommato agli assets finanziari e non, meno debiti e passività, è aumentata significativamente in proporzione al Pil, trainata da rendite azionaire e risparmi accumulati. Negli Usa, per esempio, il rapporto era di 3:1 fino agli anni ‘80 contro oltre il 500% odierno. Anche in Italia la ricchezza privata totale vale piu’ di cinque volte il Pil secondo l’Istat, e nel 2022 vedeva il nostro paese in seconda posizione al mondo dopo Hong Kong secondo talune stime.
Considerato che anche la ricchezza estrema, quella detenuta dallo 0.001% dei più benestanti, continua a crescere e oggi rappresenta circa il 6% del totale mondiale, il ragionamento di Piketty sembrerebbe non fare una piega. Le disuguaglianze di reddito, dominanti nel dibattito fino agli anni ’90, sono ora meno rilevanti. E in uno scenario in cui la ricchezza aumenta e si concentra, mentre i salari stagnano e la crescita del PIL resta debole, è sui grandi patrimoni che la tassazione si deve concentrare. Ancor più con l’attuale boom di investimenti in intelligenza artificiale ($581 miliardi totali nel 2025, secondo le stime di Stanford), i cui benefici di produttività potrebbero tradursi in maggiori rendimenti di capitale.
Il resto è storia recente. Nel 2024 l’economista Gabriel Zucman (allievo di Piketty) propone al G20 una tassa minima globale al 2% per i mega-patrimoni sopra il miliardo di dollari (non esattamente una rivoluzione bolscevica), da applicarsi in modo coordinato a livello internazionale. L’idea va in scia a quella di una tassa minima globale al 15% per le multinazionali, convenuta da oltre 135 paesi nel 2021 sotto presidenza italiana G20, ma poi azzoppata dall’esenzione per le Big Tech nel 2025 (illusorio tentativo G7 di rabbonire Trump): se non paghi l’aliquota piena dove hai la residenza fiscale, qualsiasi altro paese puo’ chiederti la differenza.
A partire da quel momento il dibattito è riesploso. Nel febbraio 2025 l’Assemblea nazionale francese ha approvato in prima lettura una wealth tax stile Zucman (2% sui patrimoni da 100 milioni di euro), poi respinta dal Senato a giugno. In Gran Bretagna l’ex premier laburista Starmer aveva resistito alle pressioni di colleghi di partito ed autorevoli economisti, ma il suo successore Andy Burnham non ha escluso l’idea. E in California il 3 novembre c’è un referendum sulla Proposition 40, che prevede una tassa una tantum del 5% per patrimoni sopra il miliardo di dollari. In giro per il mondo, la patrimoniale e’ tornata alla riscossa.
Cosa dice l’evidenza empirica? Non c’è consenso su tutto, ma alcuni punti chiave emergono. Primo: tassare i grandi patrimoni riduce l’accumulazione di ricchezza tra gli ultra-ricchi, come dimostra questo esperimento in Danimarca (wealth tax in vigore fino al 1997). Secondo: una riduzione molto piccola (1%) dell’aliquota sui grandi patrimoni fa aumentare in modo significativo la ricchezza dichiarata tassabile, secondo un’altra analisi per la Svizzera (wealth tax tuttora esistente, su base cantonale). Terzo: gli ultra-ricchi tendono a spostarsi altrove in presenza di tasse sui loro patrimoni, con effetti pero’ molto modesti sull’economia nel suo insieme (occupazione, investimenti etc.) – è quanto emerge da questa indagine su Svezia (wealth tax abolita nel 2006) e, di nuovo, Danimarca.
In sintesi: tassare l’ultra-ricchezza si può, e non ha grossi danni collaterali. Richiede però coordinamento internazionale (come proposto da Zucman), e resta molto più complesso che riscuotere tasse sul reddito. Non a caso oggi solo quattro paesi Ocse hanno in vigore una wealth tax, contro i 12 del 1995, benché la misura goda di largo consenso un po’ dovunque: 64% di favorevoli in Italia, secondo un recente sondaggio Ipsos. Intanto Elon Musk ha pagato zero tasse federali sul reddito nel 2018, mentre il patron di Amazon Jeff Bezos aveva ricevuto detrazioni fiscali per i figli nel 2011. Sempre l’Ocse, in un rapporto del 2018, ha smorzato gli entusiasmi su entrambi i fronti del dibattito: una wealth tax va sempre contestualizzata, la sua efficacia dipende da come è disegnata, e occorre valutarla in dialogo con altre imposte tra cui quelle su rendite finanziarie e successioni. In pratica, dipende.
E l’Italia? Se la ricchezza delle famiglie è storicamente elevata, come si diceva, il suo trattamento fiscale appare piu’ favorevole rispetto ai redditi, con gettito da imposte sul patrimonio (immobili esclusi) stimato in un mero 0.1% di PIL secondo un’analisi FMI di qualche anno fa. Un po’ di ‘’micro-patrimoniali’’ sono in vigore da tempo (si pensi a IMU, bollo su auto e conti correnti, e imposte di registro varie), mentre il dibattito sulla wealth tax e’ ripartito gia’ da qualche anno. Nel 2024 un manifesto firmato da 134 autorevoli economisti aveva proposto un prelievo progressivo sui patrimoni sopra i 5,4 milioni di euro, con gettito stimato in circa 15,7 miliardi. Nel 2026 poi l’iniziativa ‘’1% Equo’’ ha raccolto le firme per una proposta di legge popolare con tassa progressiva sui patrimoni oltre i 2 milioni, ed annessa proposta di riforma dell’imposta di successione.
Quest’ultima appare per l’Italia il grande elefante nella stanza. La tassa sulle eredità è oggi al 4% per coniugi e figli (franchigia di un milione di euro), sale al 6% per i fratelli (franchigia 100mila euro), e arriva all’8% per tutti gli altri (senza franchigia). Rapido confronto europeo: in Francia, Germania e Spagna il sistema è progressivo, con franchigie molto più basse e aliquote fino al 60%, mentre nel Regno Unito la tassa e’ piatta al 40% (il coniuge e’ sempre esente, tranne nel sistema tedesco). Il risultato è che il fisco italiano riscuote pochissimo: nel 2021 circa 800 milioni, contro 18 miliardi in Francia, quasi 10 miliardi in Germania, più di 7 in Gran Bretagna e circa 4 miliardi in Spagna. Come proposto da quattro autorevoli economisti nostrani, un riforma moderata dell’imposta con aliquota per esempio al 20% (oltre la franchigia di 1 milione), e base imponibile rivalutata con criteri Imu (per ovviare all’atavico -e politicamente impraticabile, pare- problema della riforma del catasto) potrebbe generare 5 miliardi di gettito subito, e fino a 10 miliardi entro il 2045.
Idee e iniziative dunque non mancano. Qualche espressione va evitata, come l’infelice, benché veritiera, uscita sulle tasse cosa bellissima e civilissima (copyright Tommaso Padoa Schioppa). Chiamiamola wealth tax, se patrimoniale causa l’orticaria, e confrontiamoci finalmente su una seria riforma delle imposte su trasferimenti e successioni. Affrontare dilemmi con un dibattito maturo si può’, anche evitando il finale di Amleto.
















