L’ex vicedirettore della Cia David S. Cohen propone su Foreign Affairs di superare uno dei tradizionali limiti dell’intelligence americana: raccogliere segreti commerciali stranieri anche per sostenere le imprese statunitensi nei settori strategici. Una scelta che riflette la crescente sovrapposizione tra sicurezza nazionale, tecnologia e competitività economica. Ma che richiederebbe regole molto rigide per evitare favoritismi e distorsioni del mercato
Per decenni Washington ha tracciato una linea piuttosto netta. Le agenzie di intelligence possono raccogliere informazioni sulle imprese straniere quando vi è un interesse per la sicurezza nazionale, ma non possono farlo con l’obiettivo di assicurare un vantaggio commerciale alle aziende americane. David S. Cohen, due volte vicedirettore della Cia, sostiene su Foreign Affairs che quella distinzione abbia perso buona parte della propria ragion d’essere.
L’analisi
Il punto di Cohen non consiste semplicemente nel sostenere che gli Stati Uniti dovrebbero comportarsi come i propri avversari. Riguarda, piuttosto, il cambiamento intervenuto nel rapporto tra sicurezza economica e sicurezza nazionale. Intelligenza artificiale, semiconduttori, tecnologie quantistiche, bioingegneria, energia avanzata e spazio si sviluppano oggi in larga misura nel settore privato. Tecnologie concepite per il mercato civile possono determinare contemporaneamente capacità militari, autonomia industriale e posizione di uno Stato nella competizione internazionale.
Il presupposto su cui si fondava la tradizionale cautela americana, secondo Cohen, si è quindi progressivamente indebolito. Quando gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio tecnologico difficilmente contendibile, legittimare lo spionaggio commerciale avrebbe significato soprattutto esporre le proprie aziende a un rischio maggiore. Oggi lo scenario è diverso. La competizione con la Cina ha ridotto il margine americano in diversi comparti tecnologici e, contemporaneamente, Washington ha riportato la politica industriale all’interno del perimetro della sicurezza nazionale.
Non era solo percezione: un censimento del Center for Strategic & International Studies ha raccolto 224 episodi pubblicamente noti di spionaggio cinese diretti contro gli Stati Uniti dal 2000, precisando che il 54% riguardava l’acquisizione di tecnologie commerciali. Lo stesso Csis avverte che la natura clandestina di queste attività rende inevitabilmente incompleto il dato.
Qui Cohen individua quella che considera un’asimmetria strategica. Stati rivali, e in alcuni momenti anche Paesi alleati, hanno utilizzato gli strumenti dell’intelligence per acquisire conoscenze industriali e tecnologiche americane, mentre Washington ha continuato a vietare alle proprie agenzie di raccogliere informazioni commerciali straniere con lo specifico scopo di migliorare la posizione competitiva delle aziende nazionali.
La scelta americana non nasceva soltanto da considerazioni etiche. Rispondeva anche a una precisa concezione del rapporto tra Stato e mercato. Se il governo decidesse quali aziende debbano beneficiare di informazioni clandestine ottenute all’estero, finirebbe inevitabilmente per intervenire nella competizione tra soggetti privati.
Nel 2014 l’amministrazione Obama rese esplicito questo principio nella Presidential Policy Directive sulle attività di signals intelligence. La raccolta di informazioni commerciali private straniere e di segreti industriali poteva essere autorizzata per ragioni di sicurezza nazionale, ma non per conferire un vantaggio competitivo alle aziende o ai settori economici statunitensi.
La superiorità tecnologica
La ragione sta nella crescente difficoltà di stabilire dove termina l’interesse commerciale e dove comincia quello strategico. Un algoritmo, una nuova architettura per semiconduttori o una tecnologia quantistica può rappresentare contemporaneamente una proprietà intellettuale privata, un vantaggio industriale e una capacità decisiva per la sicurezza dello Stato. Se la superiorità tecnologica diventa una componente della deterrenza e della potenza nazionale, sostiene in sostanza Cohen, anche il confine tradizionale entro cui opera l’intelligence deve essere riesaminato.
Intervistato da Npr dopo la pubblicazione dell’articolo, Cohen ha insistito sulla necessità di criteri “rigorosi, oggettivi e neutrali” per individuare sia i settori strategici sia le imprese destinatarie dell’intelligence. Presidente e Congresso dovrebbero definire preventivamente il perimetro, mentre le commissioni parlamentari competenti e gli ispettori generali della comunità di intelligence dovrebbero controllarne l’applicazione. L’obiettivo sarebbe impedire che uno strumento concepito in nome della sicurezza nazionale si trasformi in un meccanismo di favore verso aziende politicamente vicine all’amministrazione.
Una cosa è acquisire informazioni su una tecnologia sviluppata da un concorrente strategico; altra cosa è decidere quale impresa nazionale debba poterne beneficiare. La prima decisione appartiene alla tradizionale definizione delle priorità informative. La seconda introduce direttamente lo Stato all’interno della competizione tra aziende.
Cohen ne riconosce certamente il rischio, valutando però ancor più pericoloso lasciare che la vecchia norma venga progressivamente erosa senza una decisione formale e senza un sistema di controllo. Il suo timore, spiegato alla Npr, è che il cambiamento possa già procedere in maniera informale, producendo una zona grigia nella quale le vecchie restrizioni vengono indebolite senza che siano state costruite nuove garanzie.
Negli ultimi anni concetti come economic security, de-risking, controllo degli investimenti, protezione delle supply chain, export control e tutela delle tecnologie critiche hanno progressivamente avvicinato politica economica e sicurezza nazionale. L’interrogativo sollevato da Cohen rappresenta, sotto questo profilo, il passo successivo: se lo Stato identifica alcune tecnologie private come essenziali alla propria sicurezza, fino a che punto può utilizzare gli strumenti normalmente riservati alla sicurezza nazionale per garantirne la competitività?
Per gli Stati Uniti la risposta proposta dall’ex vicedirettore della Cia è chiara: il vecchio divieto assoluto non riflette più la struttura della competizione internazionale. Ma rimuoverlo significherebbe anche accettare una trasformazione non marginale della funzione dell’intelligence, chiamata non soltanto a conoscere le capacità dell’avversario o a proteggere quelle nazionali, ma potenzialmente anche a contribuire alla costruzione del vantaggio economico e tecnologico del Paese.
















