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Capitali, regole e democrazia. Così l’AI mette alla prova l’Europa

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Il futuro dell’intelligenza artificiale tra competitività, investimenti e garanzie democratiche. Al terzo appuntamento degli Innovations Dialogues di Italian Politics, istituzioni, imprese e mondo accademico si confrontano sulle strategie per governare la rivoluzione tecnologica e rafforzare il ruolo dell’Europa nella competizione globale

L’intelligenza artificiale non bussa più alla porta delle istituzioni: è già entrata nelle imprese, nelle amministrazioni e persino nei processi di produzione delle leggi. Il problema, adesso, è capire se l’Italia e l’Europa siano attrezzate per governarne la corsa o se rischino di restare spettatrici di una rivoluzione decisa altrove.

È da questa domanda che ha preso le mosse il terzo appuntamento degli Innovations Dialogues di Italian Politics, “Crescita, innovazione e AI: le leve del futuro del Paese”, che ha riunito a Roma, all’Enoteca Spiriti, rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo e dell’università.

Un confronto nel quale il tema dell’intelligenza artificiale è stato affrontato non soltanto come una sfida tecnologica ed economica, ma anche come una questione di democrazia, diritto e futuro del sistema Paese.

Tra gli interventi, quello del professor Alessandro Sterpa, dell’Università degli Studi della Tuscia, ha offerto una riflessione sul rapporto tra innovazione, diritto e principi costituzionali. Una prospettiva che ha spostato il ragionamento oltre la dimensione strettamente economica e tecnologica. Sterpa ha evocato l’immagine degli amanuensi, ancora impegnati nello scriptorium di un monastero mentre, fuori, è già arrivata la stampa.

“Non dobbiamo chiuderci dentro lo scriptorium”, è il senso del suo richiamo. Il rischio, infatti, è concentrarsi esclusivamente sulla misurazione dei costi e dei benefici senza cogliere la trasformazione più ampia che la tecnologia porta con sé.

La pubblica amministrazione, ha osservato, non è soltanto un apparato da rendere efficiente, ma un luogo attraverso il quale si produce e si redistribuisce ricchezza. L’intelligenza artificiale deve quindi essere considerata anche come un bene accessibile, finalizzato all’interesse generale.

Il punto di partenza resta la persona, che la Costituzione pone al centro dell’ordinamento. Il diritto, secondo il docente, deve riuscire a cogliere le opportunità dell’innovazione senza pretendere di disciplinare preventivamente effetti che ancora non conosce.

La tecnologia, del resto, è parte della storia umana e va governata attraverso i valori. “Quando la tecnologia toglie un ostacolo è efficace”, ha sottolineato, richiamando anche la necessità di considerare le nuove generazioni, spesso capaci di sviluppare un rapporto più naturale e concreto con questi strumenti.

Sul fronte istituzionale, la vicepresidente della Camera Anna Ascani ha illustrato il percorso avviato a Montecitorio, dove lo studio dell’intelligenza artificiale era cominciato già prima dell’affermazione dei sistemi generativi.

Dalle missioni negli Stati Uniti all’ascolto di esperti e talenti italiani, fino alle sperimentazioni attuali: la Camera utilizza già l’AI generativa e alcuni gruppi parlamentari stanno testando strumenti per supportare la scrittura degli emendamenti.

L’obiettivo è migliorare la qualità della legislazione. Ma la regolamentazione europea, ha avvertito Ascani, non basta. “Ora servono soldi”: investimenti pubblici e privati, infrastrutture cloud e capitali di rischio per consentire all’Europa di trasformare la ricerca in innovazione industriale.

Una questione che riguarda direttamente il tessuto produttivo. Costanza Andreini, in rappresentanza di Meta, ha ricordato che soltanto il 10% delle piccole e medie imprese ha utilizzato chatbot. Eppure gli strumenti sono ormai accessibili anche alle realtà meno strutturate.

Meta ha investito nello sviluppo di Muse, un agente capace di assistere imprese e pubbliche amministrazioni in attività complesse, liberando tempo e risorse da destinare a mansioni ad alto valore aggiunto. “Le grandi aziende hanno tanto da portare al Paese”, ha osservato, sottolineando l’importanza di mettere i decisori pubblici nelle condizioni di comprendere il funzionamento delle nuove tecnologie.

Per Giulia Callini, di Agronetwork, l’innovazione è già una componente strutturale dell’agricoltura, chiamata a confrontarsi con cambiamenti climatici sempre più incisivi. Il risparmio idrico, in particolare, è diventato un tema centrale: “Dobbiamo consumare meno acqua possibile”. Una sfida nella quale ricerca, dati e nuove applicazioni possono fare la differenza.

Il confronto politico ha allargato lo sguardo alla competizione internazionale. Gianluca Cantalamessa, senatore Lega, ha richiamato l’assenza di una visione europea di lungo periodo, tanto sul piano industriale quanto su quello demografico: “Non dobbiamo più subire i progressi”.

Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, ha indicato nella dimensione europea e nel dialogo con gli Stati Uniti i passaggi necessari per affrontare la concorrenza cinese. “Dobbiamo tornare a far sì che nelle democrazie si possa estrinsecare il meglio”, ha detto, individuando nella libertà individuale e d’impresa uno degli elementi distintivi del modello occidentale.

Raffaella Paita, senatrice Italia Viva, ha invece insistito sulla necessità di superare gli eccessi regolatori europei e mobilitare nuove risorse: “L’approccio positivo è l’unico possibile”. La competizione tecnologica, ha aggiunto, riguarda anche la tenuta dei sistemi democratici e la capacità di affermare i propri valori.

Ad aprire l’incontro era stato Giuseppe De Lucia, presidente di Italian Politics, spiegando la filosofia dell’associazione: “Creiamo momenti di dialogo con decisori istituzionali, aziende e mondo accademico”. Una scelta che nasce dalla volontà di restituire centralità al Parlamento e al lavoro di chi vi opera, andando oltre la rappresentazione delle aule come luoghi di contrapposizione permanente.

A moderare la serata Lavinia Spingardi, giornalista di Sky TG24. Il filo che ha unito gli interventi è dunque una consapevolezza: l’intelligenza artificiale non è soltanto una questione di algoritmi, ma un passaggio che investe la competitività economica, la qualità delle istituzioni e il modello di società che si intende costruire. La sfida non è fermare la stampa per salvare gli amanuensi.

È fare in modo che il nuovo libro del progresso non venga scritto senza l’Europa, senza le imprese e, soprattutto, senza le persone.


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