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La pluralità è una forza, non un problema. La lezione americana al campo largo secondo Nicodemo

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Il voto americano ridisegna gli equilibri politici e consegna una lezione anche al centrosinistra italiano. Per lo spin doctor Francesco Nicodemo la forza dei democratici è stata trasformare la pluralità in un’identità collettiva, valorizzando le differenze senza imporre uniformità. Una ricetta che interpella direttamente il campo largo, chiamato a individuare obiettivi comuni oltre le divisioni ideologiche. Ma il risultato americano rappresenta anche un campanello d’allarme per la destra italiana, che dopo aver sostenuto Trump deve fare i conti con il logoramento della politica identitaria e delle guerre culturali. La sfida è tornare ai problemi concreti delle persone: costo della vita, inflazione e conseguenze dei conflitti

Lo tsunami blu non è soltanto una sconfitta elettorale per Donald Trump. È un terremoto politico che ridisegna gli equilibri di Washington e, soprattutto, riapre una questione che riguarda anche l’altra sponda dell’Atlantico: come si costruisce una coalizione capace di vincere senza chiedere a tutti di pensarla allo stesso modo? I democratici hanno conquistato entrambe le Camere del Congresso, ribaltando gli equilibri parlamentari e trasformando le elezioni di midterm in una pesante bocciatura per il presidente americano. Una vittoria alimentata dal malcontento per il costo della vita, dall’inflazione e dalle conseguenze della guerra in Iran, ma anche dalla capacità di mettere insieme sensibilità, generazioni e identità differenti. Una lezione che, secondo Francesco Nicodemo, spin doctor ed esperto di comunicazione politica, parla direttamente al centrosinistra italiano e al cosiddetto campo largo. Ma che dovrebbe far riflettere anche il centrodestra, chiamato a fare i conti con il tramonto di una certa politica identitaria.

Nicodemo, partiamo dal risultato americano. Lo tsunami blu era prevedibile oppure siamo di fronte a una sorpresa politica?

Lo tsunami blu era ampiamente prevedibile, ma probabilmente nessuno aveva compreso fino in fondo la portata di quello che sarebbe accaduto. Per una volta i sondaggi sono stati prudenti nei confronti dei democratici: indicavano una tendenza, ma non avevano intercettato completamente la dimensione del risultato. Soprattutto, non avevano colto fino in fondo la crescita della partecipazione di alcune componenti decisive dell’elettorato: giovani, indipendenti e latinos. È stata una mobilitazione molto più ampia di quella che ci si aspettava. E il dato politico è ancora più significativo se consideriamo che i democratici sono riusciti a conquistare consensi anche in territori tradizionalmente considerati difficili.

Che cosa ha funzionato nella strategia democratica?

Il grande partito americano, in questo momento, è il Partito democratico. Non perché sia diventato un soggetto uniforme, ma esattamente per la ragione opposta. È riuscito a rappresentare una pluralità di storie, sensibilità e percorsi politici dentro un’identità collettiva. Sono emerse figure molto diverse tra loro: dal profondo Sud arriva un ex pastore protestante, ci sono nuovi protagonisti con storie personali e politiche differenti, senatori come Jon Ossoff in Georgia, riconfermato, e poi le componenti più progressiste e socialiste, con Alexandria Ocasio-Cortez. Ci sono esperienze che sembravano difficilmente conciliabili e che invece hanno trovato una sintesi. Anche il risultato in Michigan è significativo. La forza dei democratici è stata proprio quella di non rinunciare a nessuna di queste anime.

Una coalizione di differenze, dunque. È questa la lezione più importante per il centrosinistra italiano?

Assolutamente sì. Il messaggio che arriva dagli Stati Uniti è molto semplice: non bisogna necessariamente essere uguali per stare insieme. Una coalizione non può essere una caserma, nella quale tutti devono pensarla allo stesso modo e pronunciare le stesse parole. La pluralità non è un problema da risolvere, ma una risorsa da valorizzare. Naturalmente servono obiettivi condivisi, una direzione politica riconoscibile e una piattaforma programmatica comune. Ma non è necessario avere la stessa identità, la stessa storia o la medesima sensibilità su ogni singolo argomento. I democratici americani hanno dimostrato che si possono tenere insieme mondi diversi senza cancellarne le specificità.

Quali dovrebbero essere, in Italia, i temi capaci di costruire questa sintesi?

Bisogna partire dalle preoccupazioni reali delle persone. Il costo della vita, l’inflazione, il prezzo della benzina, le conseguenze economiche delle guerre. Sono questioni che attraversano trasversalmente l’elettorato e sulle quali è possibile costruire una proposta comune. Il punto non è chiedere alle diverse componenti del centrosinistra di rinunciare alla propria identità, ma individuare ciò che le unisce. Se si parte dalle persone, dai loro problemi e dalle risposte che la politica deve essere in grado di offrire, le differenze diventano una ricchezza. Se invece si parte dalle appartenenze e dalle rispettive bandierine, si rischia di trasformare ogni confronto in un conflitto.

Il risultato americano può avere conseguenze anche sul centrodestra italiano, che negli ultimi anni ha mostrato una forte sintonia politica con Trump?

Ci sono almeno due elementi sui quali il centrodestra dovrebbe riflettere. Il primo è l’imbarazzo politico. Fino a ieri era difficile trovare un esponente della destra italiana che non esaltasse Trump, le sue politiche e il suo modello. Adesso si trovano a dover gestire una sconfitta molto pesante, che non può essere liquidata come un semplice incidente elettorale. Il secondo elemento riguarda la natura stessa di quella proposta politica. L’errore che la destra potrebbe commettere è continuare a puntare sulle guerre culturali, utilizzandole per nascondere i problemi concreti delle persone. Ma il voto americano dimostra che anche quell’approccio ha un limite.

È finita la stagione della politica identitaria?

Credo che sia arrivato un messaggio molto chiaro: le guerre culturali devono essere abbandonate. Non si possono continuare a costruire campagne politiche alimentando contrapposizioni permanenti, mentre le persone devono fare i conti con l’aumento dei prezzi, l’incertezza economica e le conseguenze dei conflitti internazionali. Il rischio è pensare che basti individuare un nemico, costruire una contrapposizione identitaria e mobilitare il proprio elettorato su quello. Ma la politica deve tornare a occuparsi della vita quotidiana. E soprattutto deve recuperare una consapevolezza fondamentale: l’altro non è il nemico. È qualcuno con cui bisogna trovare un terreno comune per affrontare i problemi del Paese. È questa, forse, la lezione più importante che arriva dal voto americano.


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