La Cina è tornata ad utilizzare la propria normativa sugli investimenti esteri per bloccare un’altra grande operazione: la cessione della divisione robotica della multinazionale svizzera ABB alla giapponese Softbank per un valore di quasi 5,4 miliardi di dollari. Cosa c’entra la Cina in un’operazione che vede una società giapponese acquisire un ramo di una società svizzera? La riflessione di Luca Picotti
Dopo il veto all’acquisizione della startup di intelligenza artificiale Manus da parte di Meta, Pechino è tornata ad utilizzare la propria normativa sugli investimenti esteri per bloccare un’altra grande operazione: la cessione della divisione robotica della multinazionale svizzera ABB alla giapponese Softbank per un valore di quasi 5.4 miliardi di dollari. Cosa c’entra la Cina in un’operazione che vede una società giapponese acquisire un ramo di una società svizzera? Qui entra in gioco l’attivazione delle linee invisibili in tempi di crisi, e in particolare la lente della geografia giuridica, che va a scomporre le multinazionali all’interno delle diverse giurisdizioni in cui operano, ossia dei diversi centri di potere, regole e interessi riconducibili ai singoli Stati.
Così, in una operazione miliardaria che coinvolge decine di paesi, è possibile che uno di questi, per ragioni di sicurezza nazionale, ponga un veto in relazione alla propria singola geografia giuridica: per tornare al caso ABB-Softbank, l’operazione astrattamente può andare avanti, ma senza le entità e gli asset presenti in Cina. Il che diventa ovviamente piuttosto problematico. ABB è una società svizzera basata a Zurigo, frutto della fusione tra la svedese ASEA e la svizzera BBC. Trattasi di un colosso nella metalmeccanica e relative tecnologie e, tra le varie attività in portafoglio, figura proprio la ABB robotics, che produce diverse tipologie di robot (pesanti, autonomi, collaborativi etc.).
Questa divisione, che fattura circa 2,3 miliardi, è suddivisa in tre mercati principali: uno europeo, con il cuore in Svezia, uno americano e uno asiatico e soprattutto cinese. È proprio in Cina infatti che troviamo la maggiore fabbrica e la maggiore capacità produttiva. Si parla di circa il 30% del valore dell’intera divisione (e sostanzialmente il 90% di quanto destinato al mercato cinese). È dunque un tassello fondamentale all’interno dell’architettura dell’operazione. Se ABB voleva cedere l’intera divisione, che nel complesso non presenta margini altissimi, la holding finanziaria giapponese Softbank voleva comprare l’intero pacchetto per aggiungere al proprio portafoglio, di recente focalizzato molto sull’AI, la dimensione fisica della robotica. In altri tempi, un incontro di volontà win-win. Ma il complesso deal multi-giurisdizione, che aveva già ottenuto diverse autorizzazioni, a partire da quelle concorrenziali europea e cinese, è andato a sbattere contro il veto per ragioni di sicurezza nazionale di Pechino.
Le possibili motivazioni che emergono dalle indiscrezioni stampa, come quelle del Financial Times, sono plausibili se si considera le principali tendenze di questa fase storica: blindare le attività cinesi per evitare che dati e know-how finiscano nelle mani di una realtà, Softbank, non solo giapponese – e di recente i rapporti tra i due paesi si sono ulteriormente incrinati – ma anche molto vicina agli Stati Uniti, e in particolare alle società di AI, pensiamo a OpenAI, di cui la holding giapponese è tra i principali finanziatori, che potrebbero beneficiare dei dati raccolti dai robot prodotti in Cina per addestrare i propri modelli. Il dato è un elemento ormai centrale nelle istruttorie di FDI screening. E può diventare uno dei fattori principali alla base dell’attivazione delle linee invisibili, ossia il muro del veto: gli asset cinesi, e relativi dati e know-how, devono restare in Cina. Non si può rischiare che finiscano ad essere utilizzati da società giapponesi e occidentali per sviluppare i propri modelli AI.
Una multinazionale, una divisione robotica, ma più geografie giuridiche. La stessa operazione potrebbe così continuare in Unione europea, ma non in Cina, e questo perché Pechino ha potere di veto per quanto concerne le entità incorporate nella propria giurisdizione: e nel caso di specie trattasi di una controllata, sotto forma di JV, che gestisce lo stabilimento più moderno e produttivo; nel complesso, come si diceva, il 30% della divisione. Senza, le carte in tavola possono cambiare, a partire dall’effettivo interesse di Softbank. Sullo sfondo, la nuova realtà che le multinazionali debbono oggi affrontare: scorpori, cessioni, divisioni ad hoc, muri intra-gruppo, limiti a flussi informativi, duplicazioni, differenti sistemi operativi e gestionali, separazione dei dati. È l’attivazione delle linee invisibili in tempi di crisi, per cui ogni potere sovrano, in relazione alla propria geografia giuridica, tende a intervenire per tracciare muri di sicurezza nazionale rispetto all’esterno. Geo-diritto, geopolitica e tecnologia.
















