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C’è, da sempre, un’oggettiva necessità di bilanciare l’esigenza dello sviluppo con la tutela dell’ambiente e della salute. Più le economie si sviluppano, più cresce l’attenzione all’ambiente e alla salute: queste ultime, quindi, sono un lusso che bisogna potersi permettere. Beninteso, auspichiamo la massima ricchezza possibile per poter godere della massima tutela possibile di ambiente e salute ma pretendere tali tutele sottraendo risorse allo sviluppo è la ricetta sicura per il declino.

L’impressione che si trae quando si esamina la normativa sia europea che nazionale in materia di tutela dell’ambiente, soprattutto con riferimento ai mercati dell’energia, è quella di un nobile decaduto che fa fatica a rinunciare a lussi che non si può più permettere e, anzi, in una sorta di rifiuto della sgradita nuova realtà, pretende lussi sempre maggiori.

Se guardiamo, ad esempio, alla recente Raccomandazione della Commissione in materia di sfruttamento dei gas di scisto, il notevole sbilanciamento tra sviluppo e tutela dell’ambiente è di tutta evidenza: il clamoroso impatto che lo shale gas ha avuto sull’economia nordamericana non ha indotto il nostro legislatore a promuovere lo sfruttamento di tale risorsa, che pure sembra disponibile in Europa in quantità non marginali, ma solo a piazzare paletti e ostacoli che, in nome di un’intransigente e oltranzista difesa dell’ambiente, non potranno che frenare, se non impedire, tale sfruttamento.

A tale riguardo non può certamente essere di consolazione che altri Paesi europei facciano peggio di noi, come la Francia che ha impedito tout court l’attività di fracking. In Italia qualche timido segnale controcorrente, rispetto all’imperante ideologia ambientalista, è apparso nella Strategia Energetica Nazionale, dove si prevede uno sviluppo dell’attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi, pur affettandosi a dichiarare che, comunque, saranno esclusi progetti in aree sensibili o in terraferma e tutti quelli riguardanti shale gas.

LE CAUSE NORMATIVE

Ci sono cause normative di questo particolare accanimento nella tutela dell’ambiente a scapito delle ragioni dello sviluppo? A mio avviso sì, almeno un paio principali ed altre minori.

La prima causa principale è senz’altro la mai troppo vituperata modifica del Titolo V della Costituzione, che dal 2001, in materia di energia, prevede una legislazione concorrente tre Stato e Regioni. In conseguenza di ciò, oggi le concessioni di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi vengono rilasciate a seguito di un procedimento unico al quale partecipano le amministrazioni statali, regionali e locali interessate.

Un esempio della follia a cui ha spinto questo infausto assetto è dato da una legge regionale della Basilicata, con la quale la Regione stabiliva, senza mezzi termini, che non avrebbe più prestato la propria intesa al conferimento di nuovi titoli minerari in materia di idrocarburi! Senza neppure prenderli in considerazione!

Fortunatamente è intervenuta la Corte Costituzionale a dichiararne l’illegittimità ma la vicenda è sintomatica dell’approccio delle regioni (ed ancor più degli enti locali) di aperta ostilità verso lo sfruttamento di idrocarburi, sotto la pressione di un elettorato fisicamente molto vicino che percepisce i disagi (spesso artatamente ingigantiti) di tali attività a fronte di un beneficio diretto minimo o assente.

LA LENTEZZA DEI PROCEDIMENTI AUTORIZZATIVI

Altro aspetto problematico, per certi versi comune a tutti i settori imprenditoriali ma per altri dipendente dallo sciagurato assetto del Titolo V della Costituzione, è quello della lentezza dei procedimenti autorizzativi, misurabili in termini di lustri. Nel settore degli idrocarburi, all’endemica lentezza dei procedimenti amministrativi si sommano due ulteriori aspetti: il necessario coinvolgimento delle – normalmente ostili – amministrazioni regionali e locali e una chicca del settore: servono due distinti provvedimenti, ciascuno con il proprio procedimento unico, per la ricerca e per la coltivazione. Inoltre, per non farsi mancare nulla, un’autorizzazione per ogni esplorazione di pozzo e per la realizzazione delle opere connesse! Un vero trionfo della burocrazia!

IL FUOCO INDISCRIMINATO DEI RICORSI

Ma ciò non completa il quadro, già di per sé piuttosto fosco. Perché una volta ottenuto l’agognato provvedimento autorizzativo, questo è esposto al fuoco indiscriminato dei ricorsi proposti dai soggetti più disparati, anche se portatori di un interesse molto fievolmente connesso al progetto in questione.

LE RESPONSABILITA’ DELLO STATO

Tuttavia, se regioni ed enti locali hanno certamente le loro responsabilità, lo Stato ne è tutt’altro che esente. Basti pensare ai recenti interventi normativi che, di volta in volta, hanno sempre più limitato le aree in cui è possibile ricercare ed estrarre idrocarburi.

IL REGIME DI PROPRIETA’ DEL SOTTOSUOLO

L’altro grosso freno giuridico allo sfruttamento dei nostri idrocarburi deriva dal nostro regime di proprietà del sottosuolo. In Europa continentale i proprietari dei terreni non hanno il diritto di sfruttamento del sottosuolo, diversamente da quanto avviene, ad esempio, negli USA. Lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo è consentito, anche al non proprietario, sulla base di concessioni pubbliche.

É evidente quanto questa struttura giuridica disincentivi i proprietari dei terreni, il cui valore è spesso enormemente inferiore a quello che sarebbe se la proprietà si estendesse anche ai diritti di sfruttamento del sottosuolo: i proprietari dei terreni interessati, quindi, saranno in prima linea contro chi intende sfruttarne il sottosuolo.

L’IMPOSIZIONE FISCALE

Per concludere, l’imposizione fiscale che, sulle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, raggiunge in Italia i livelli più elevati tra i Paesi europei.

Gli ostacoli normativi allo sfruttamento degli idrocarburi

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