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Da venerdì mattina, in Libia si vivono i prodromi una nuova guerra civile. Un attacco sferrato nella zone orientali del paese, ha prodotto una settantina di morti e oltre 140 feriti. A guidarlo, le forze leali al generale Khalifa Haftar. L’obiettivo i ribelli islamisti che stanno trasformando l’est del paese nel pozzo profondo dell’incubo libico – molti sono legati ad al-Qaeda tramite il grande gruppo Ansar al-Sharia, ma non mancano gruppi minori comunque molto attivi.

Il governo ha disconosciuto l’operazione gridando al «colpo di stato» e, notizia di queste ore, mobilitato la milizia Scudo – forza paramilitare (islamica) molto potente, molto vicina all’esecutivo – in sua difesa.

Haftar non era autorizzato a procedere. Tipo particolare il generale,: 71 anni, si professa adesso salvatore della patria, così come si considerava prima eroe della rivoluzione anti-Gheddafi. Ambizioso. Ex uomo del rais, era poi fuggito grazie agli Stati Uniti in Virginia (siamo alla fine degli anni Ottanta), per riapparire in Libia nei giorni della rivolta contro il regime, con la speranza – e l’ambizione – di avere un ruolo di primo piano. Speranza non realizzata: ma Haftar nel tempo non ha mollato. Nel luglio del 2013 fece circolare un piano di dieci punti per risolvere i problemi del paese – in testa c’era la sospensione del parlamento e la proclamazione dello stato d’emergenza. Nel tentativo di portare a sé lo scontento per il perenne clima d’instabilità lasciato dopo la guerra in cui l’Occidente si impegnò per liberare la Libia da Geddafi, ha continuato nel tentativo di racimolare consensi. A gennaio di quest’anno sarebbe stato visto a Misurata, città simbolo di quella guerra e delle milizie locali, per fare campagna. Terreno fertile, visto la situazione precaria e la necessità di affidarsi ad un uomo forte, in grado – almeno apparentemente – di ristabilire la sicurezza. Tanto che negli stessi giorni, vertici militari e dell’esecutivo si riunivano per pianificare il modo di bloccare il suo potere. A febbraio un’uscita pubblica in Tv, mentre proclamava in divisa la sospensione del Parlamento e l’arrivo dei militari, però, tutto andò a finire in una specie di pagliacciata. Nessuno lo seguì, e l’allora presidente Zeidan sottolineò che si trattava di dichiarazioni senza sostanza.

Ora le cose sembrano andare diversamente: a distanza di tre mesi, il generale Haftar ha unito uomini e mezzi al suo servizio – non si sa chi, e non si sa bene quanti. Gli attacchi a Bengasi di venerdì e sabato sono stati seguiti da raid aeri condotti con elicotteri e caccia: i velivoli potrebbero essere stati quelli della base aerea di Tobruk, che ha formalmente espresso sostegno ad Haftar. Venerdì il discusso governo del neoeletto Maiteeg, si è trovato nella paradossale situazione di lanciare il monito di no-fly-zone sopra Bengasi, alla sua stessa aviazione.

Tutto arriva in un periodo davvero critico per la Libia, si diceva: Il trigger dell’elezione del primo ministro (il terzo da marzo) secondo molti è frutto di brogli e si abbina a quello della sicurezza. Diversi sono stati gli attentati e gli atti di violenza nelle zone della Cirenaica – ma comunque diffusi nel resto del paese – culminati la scorsa settimana con l’uccisione del numero due dei servizi segreti. L’esercito, e il governo, sembrano impotenti nel contrastare lo strapotere delle milizie: non bastano le consulenze straniere e l’addestramento fuori dai confini (anche in Italia).

Domenica uomini armati in tenuta civile, hanno attaccato il la sede del parlamento a Tripoli: sembra siano riconducibili alla milizia “laica” Zintan, alleata in qualche modo di Haftar. Ma la situazione è tutt’altro che chiara: tanto che non c’è ancora assoluta certezza che l’azione possa essere ricollegabile a quella del generale. La notte scorso è stata invece presa d’attacco l’aeroporto di Benina, a Bengasi, da altri uomini armati. Nuovi scontri sulla strade che conduce all’aeroporto si sono registrati nel pomeriggio di oggi (lunedì).

Intanto a quanto pare, in questo caso le attività d’intelligence americane avevano lavorato a dovere: i duecento Marines spostati a Sigonella, hanno proprio l’ingaggio di rimanere in stato di pronto intervento a protezione delle ambasciate nel nord Africa. (Erano girate voci sull’evacuazione dell’ambasciatrice americana Deborah Jones).

Mentre il governo continua a ripetere di aver la situazione sotto controllo, ai confini libici la Tunisia ha spostato cinque mila uomini, e l’Algeria – che con un blitz delle forze speciali ha portato i propri diplomatici fuori dal paese – sembra ne stia ammassando circa 20/30 mila. Sicurezza. L’Arabia Saudita, ha da poco fatto sapere di aver chiuso le proprie sedi diplomatiche.

Secondo alcuni analisti, Haftar sarebbe sostenuto da paesi vicini, a cominciare dall’Egitto (lo riportano media algerini) e forse dagli Emirati Arabi: ma anche gli Stati Uniti starebbero chiudendo un occhio – tra l’altro il generale ha rapporti duraturi con il Pentagono.

D’altronde l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens è una ferita ancora aperta, e Washington non sarebbe troppo d’accordo dell’approccio morbido fin qui adottato dal governo libico contro gli islamisti – su tutti, Ansar al-Sharia, accusata per la morte del diplomatico.

Non c’è solo la storica rivalità tra Tripolitania e Cirenaica, dunque: sulla Libia si gioca una partita regionale, dove primo o poi dovrà tornare in campo anche l’UE – e l’Italia.

 

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