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L’anarchia regna in Libia. Dopo la nomina del premier Ahmed Matiq e l’annullamento da parte del Parlamento, le istituzioni sono sempre più deboli e le numerose milizie che operano in tutto il territorio libico hanno preso il controllo del Paese.

Dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, l’Occidente è rimasto semplicemente a guardare. Ma gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei – in particolare Francia, Gran Bretagna e Italia – hanno una specifica responsabilità, visto il loro ruolo diretto nella caduta del regime.

LA RESPONSABILITÀ OCCIDENTALE
In un’intervista con Formiche.net, Roberto Menotti, Senior research fellow dell’Aspen Institute Italia, ha sostenuto che con motivazioni diverse, e con ruoli non identici, questi Paesi hanno comunque deciso di fatto il destino della Libia nelle fasi cruciali e violente in cui il dissenso era esploso nel paese ma il potere poteva ancora tornare nelle mani del vecchio regime.

IL MANCATO IMPEGNO DELL’EUROPA
“È chiaro che le dimensioni del problema – un vasto territorio che a Sud non ha praticamente confini difendibili e neppure realmente marcati, una lunghissima costa, e una grande frammentazione su base ‘clanica’ – richiederebbero un vero impegno condiviso e di lungo termine da parte della Ue come tale; ma proprio la controversa eredità dell’operazione (ufficialmente sotto egida NATO) del 2011 rende impossibile un’azione coesa”, ha spiegato. E quale sarebbe la via percorribile? Secondo Menotti “resta l’ipotesi di iniziative nazionali che potrebbero essere congiunte almeno tra alcuni Paesi, ma anche tale soluzione è improbabile perché esiste un certo livello di competizione economica tra i Paesi più direttamente coinvolti”.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI
Per quanto  riguarda gli Stati Uniti, non c’è alcuna intenzione di un nuovo coinvolgimento nella regione “a meno di un’improvvisa escalation della violenza sul terreno – a maggior ragione dopo il danno che l’amministrazione Obama (e in particolare l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton) ha subito dalla vicenda dell’ambasciatore americano Stevens, ucciso a Bengasi nel 2012”, ha ricordato Menotti. “Temo quindi che per ora non vi siano prospettive realistiche di un maggiore impegno euro-americano, nonostante la consapevolezza che l’instabilità libica può contagiare diversi paesi della regione”, ha avvertito.

GLI INTERESSI DELL’ITALIA
L’Italia ha un forte interesse in Libia per ragioni energetiche e per i flussi migratori.
“L’impianto dei rapporti bilaterali con Tripoli che funzionava – seppure non perfettamente – da argine rispetto ai flussi migratori era legato ovviamente anche agli scambi economici, e oggi entrambi i settori soffrono dell’assenza di una controparte libica affidabile. Difficile dunque immaginare un cambio di rotta in tempi rapidi, stante l’impossibilità di un’azione congiunta a livello europeo per il controllo dei confini meridionali e/o dei maggiori porti di transito”, ha detto Menotti.

LA SPERANZA DEL MEDITERRANEO
Per Menottinelle capitali europee è cresciuta la consapevolezza del legame inevitabile tra l’area del Sahel (lo si è visto soprattutto con le vicende del Mali) e il Mediterraneo, come anche tra il Corno d’Africa (come testimoniano le missioni contro la pirateria) e il Mediterraneo stesso. Questo ampliamento dell’orizzonte strategico della UE è importante anche per gli interessi specifici dell’Italia, e potrebbe col tempo coinvolgere in qualche misura anche le politiche verso la Libia”.

Cosa possono fare Stati Uniti, Ue e Italia per la Libia. Parla Menotti (Aspen Institute)

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