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Enrico Fardella, professore associato presso l’Università di Napoli “L’Orientale” e direttore del progetto ChinaMed, ragiona con Formiche.net sul viaggio che tra due giorni porterà la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Cina — su invito del premier cinese Li Qiang. Le implicazioni del ritiro dell’Italia dalla Belt and Road Initiative (Bri), l’evoluzione delle relazioni Ue-Cina sotto la nuova Commissione di Ursula von der Leyen e il ruolo futuro degli Stati Uniti nelle dinamiche geopolitiche internazionali. Tutto ruota attorno al rimodellamento in corso del rapporto sino-italiano.

Il viaggio di Meloni si muove tra l’abbandono della Bri e la volontà di mantenere attivo il partenariato strategico. Quali prospettive?

Meloni viaggia in Cina come primo ministro italiano e presidente del G7. Se la decisione di non rinnovare il memorandum d’intesa sulla Bri risponde a un legittimo riallineamento dell’Italia sulle posizioni degli altri paesi del G7 — le cui relazioni bilaterali con Pechino hanno spesso dato risultati comparativamente più sostanziosi rispetto a quelli che l’Italia, unico paese del gruppo ad aver aderito alla Bri — il rafforzamento del partenariato strategico risponde all’esigenza di promuovere gli interessi nazionali in un ambito bilaterale.

Legami con la Cina nell’ottica commerciale, sempre monitorando il contesto politico, dunque?

È in linea con l’approccio di Meloni, mantenere forti legami economici con la Cina anche dopo il mancato rinnovo del memorandum. Meloni ha affermato che l’Italia può intrattenere buone relazioni con la Cina senza far parte della Bri, concentrandosi invece sulla cooperazione economica bilaterale in settori chiave come macchinari, abbigliamento, prodotti farmaceutici e chimici. Tale approccio è stato confermato dalle parole del ministro Adolfo Urso, volato in visita in Cina il 4 luglio.

Sulle relazioni dell’Italia con la Cina un ruolo lo ha anche il rapporto Bruxelles-Pechino: come si approccerà la nuova commissione VdL?

La visita della Meloni avviene in un momento critico per l’Europa. L’industria europea non si è ripresa dall’impatto della guerra in Ucraina — gli indici Eurostat sulla produzione industriale sono ancora a livelli inferiori al 2021 — e fatica a trovare un ruolo nelle riconfigurazioni geopolitiche determinate dalla rivalità tra Cina e Stati Uniti. La nuova Commissione von der Leyen, cosi come anche la Banca Centrale, ha nella ripresa della competitività europea il suo scopo primario. Come ciò avverrà lo sapremo quando Mario Draghi presenterà il suo rapporto in ottobre, ma dai suoi recenti interventi sembra chiaro che lo spazio per investimenti statali e misure protezioniste dovrebbe aumentare. Come già avvenuto di recente, ciò rafforzerà da parte della Commissione una revisione critica nei rapporti economici con Pechino, revisione che tuttavia — come dimostrano le manovre tedesche contro i dazi alle EV cinesi — divide ulteriormente i Paesi membri.

Un quadro complicato da interessi nazionali che potrebbe intaccare l’Unione, dunque: con quali spazi per Roma?

Partiamo da monte: se la Germania si è astenuta sul voto di qualche giorno fa per l’implementazione delle tariffe provvisorie alle EV cinesi, l’Italia invece ha votato a favore insieme a Francia, Spagna e Polonia. Prima che la decisione diventi definitiva, in ottobre, Berlino — indebolita dalle recenti elezioni europee — cercherà alleati in Europa per annacquare la politica delle tariffe tentando di preservare la fiducia degli investitori stranieri, per primi i cinesi, nel mercato tedesco.

Il nuovo presidente del Consiglio europeo, l’ex primo ministro portoghese, Antònio Costa, potrebbe essere più conciliante della Commissione alle istanze di Berlino?

Costa è stato uno dei maggiori supporter degli investimenti cinesi in Europa (e Portogallo soprattutto) durante il suo mandato. E la Cina se ne è accorta inviando l’ex ambasciatore a Lisbona, Cai Run, come rappresentante a Bruxelles. Da oggi fino a ottobre, quando la decisione della Commissione sui dazi dovrebbe essere approvata a maggioranza qualificata per i prossimi cinque anni, la Germania di Olaf Scholz cercherà alleati nella Ue per annacquare le posizioni della Commissione. Se Berlino insegue, anche la leadership francese di Emmanuel Macron è stata dimidiata dalle recenti elezioni europee e dalla perdita di consenso all’interno del Paese. In questa nuova cornice potrebbe dunque aumentare lo spazio negoziale dell’Italia in una fase cruciale per le attribuzioni di portafogli strategici a livello europeo, come quelli sulla competitività, il commercio o l’industria.

Questo ruolo italiano era stato delineato anche da Noah Barkin (Gmf/Rhodhium Group) e trova condivisione dunque tra gli esperti. Ma nel futuro prossimo c’è anche un’altra evoluzione internazionale che potrebbe avere i suoi effetti sul rapporto con la Cina: Usa2024. Dopo le elezioni presidenziali, immaginiamo poche sorprese per quanto riguarda la linea cinese, anzi. E dunque, ci sarà ancora spazio per Paesi come l’Italia (e altri europei) per cercare di avere un qualche tipo di dialogo con Pechino?

La strategia diplomatica di Meloni deve fare propria la concreta probabilità di una rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. L’opposizione di Meloni sulla rielezione di Von Der Leyen sembra segnalare un passo in questa direzione. Lo stesso potrebbe dirsi, nel contesto della guerra russa in Ucraina, delle resistenze del governo italiano all’uso delle armi occidentali sul territorio russo: la recente visita del ministro degli Esteri Dmytro Kuleba a Pechino, così come la Dichiarazione di Pechino che ha unificato per la prima volta le varie fazioni palestinesi, potrebbe rafforzare il profilo ‘pacifista’ della Cina e rafforzare anche, in tal modo, il dialogo con Europa e Italia.

Se vince Trump, dunque?

Una vittoria di Trump potrebbe avere implicazioni immediate e dirette sulle misure finanziarie ed economiche degli Stati Uniti nei confronti della Cina e dell’Ue. Un’ampia serie di dazi negli Stati Uniti potrebbe combinarsi con una forte svalutazione del dollaro, misura tra l’altro fortemente favorita da figure come Robert Lighthizer, potenziale segretario al Tesoro nella prossima amministrazione Trump (il funzionario che per la precedente amministrazione trumpiana aveva guidato, col pugno duro, i negoziati economici-diplomatici con Pechino, ndr). Questo potrebbe esercitare ulteriore pressione sulla competitività delle esportazioni italiane, soprattutto nel mercato statunitense (che vale il 9% delle esportazioni totali del nostro Paese).

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Per il docente dell’Orientale, la visita di Meloni viaggia sul doppio binario del rapporto bilaterale e del contesto internazionale. Con un occhio alle mosse dell’Ue, dove l’Italia può avere spazi tra Germania e Francia, e a Usa2024. Roma tenterà di trarre il meglio dalle nuove relazioni con Pechino, considerando la nuova configurazione delle relazioni internazionali

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