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La tempesta finanziaria si è finalmente allontanata dall’Europa. E’ come in mare, quando le onde si fanno più lunghe e non si frangono più travolgendo i natanti rimasti intrappolati nel cavo. Ormai portano su e giù soavemente qualunque gallegiante, dal pattino al transatlantico. Così, sui mercati, sono ormai mesi che i bond sovrani europei non incontrano più tassi altissimi sulla rotta del piazzamento, né subiscono il rovescio delle vendite improvvise. C’è bonaccia: i tassi di interesse scivolano tutti verso il basso, sul piano inclinato dell’onda lunga.

CHE COSA E’ SUCCESSO IN GRECIA

La Grecia è tornata a piazzare sul mercato titoli del debito pubblico a cinque anni, spuntando un tasso inferiore al 5%: un miracolo, visto che il Paese ancora nel 2013 ha registrato un pil in calo del 3,8%, perdendo cumulativamente il 26% dal 2008. Neppure si guarda al fatto che a fine 2013 il debito pubblico greco abbia nuovamente superato il livello considerato insostenibile nel 2011: è rimbalzato al 173,8% del pil, rispetto al 170,3% registrato nel 2011. Il Fmi prevede che crescerà ancora nel 2014, arrivando al 174,7%. La ristrutturazione del debito adottata nel 2012, abbattendolo al 157,2% del pil, è evaporata. Ma il mercato non se ne accorge, è come un marinaio sfiancato da una lunga tempesta che si lascia andare ad una doppia dose di rum perché è sicuro della rotta che gli è stata assegnata. Non gli sfugge né la disoccupazione al 27%, né tantomeno che l’inflazione dei prezzi sia stata negativa dello 0,9% nel 2013 e lo sarà ancora dello 0,4% quest’anno. Tutto previsto: sono gli effetti della deflazione competitiva che è stata imposta alla Grecia. Il premier Samaras ha fatto di tutto per presentarsi alla scadenza delle elezioni europee con l’aria di chi ha rimesso in sesto i conti, riguadagnando addirittura la fiducia dei mercati finanziari: lo hanno promosso, e così spera che anche i greci facciano altrettanto e non votino massiciamente per le formazioni antieuroee.

UNO SGUARDO ALLA SPAGNA

Non è diversa la situazione della Spagna: la disoccupazione è al 26%. I conti pubblici non stanno meglio: non solo il debito è cresciuto dall’85,9% del 2012 al 93,9% dell’anno scorso, ma si prevede che andrà ancora su almeno fino al 2014, quando il Fmi prevede che toccherà il tetto del 104,3% sul pil. Il deficit del bilancio spagnolo in questi anni non è stato messo in sordina: dal 10,6% del pil nel 2012 è sceso al 7,2% del 2013. Quest’anno sarà ancora del 5,9% e nel 2015 ancora del 4,9%. Se il Fiscal Compact non si applica alla Spagna in quanto ha accettato gli aiuti dell’ESM a condizioni di stretta condizionalità, neppure si può neppure dire che il deficit spending sia riuscito a far ripartire l’economia che è zavorrata dal tracolllo delle banche. Tra il 2012 ed il 2013 il pil è caduta prima dell’1,6% e poi dell’1,2%. Il partito del premier Rajoy non ci sta a passare per l’unico responsabile dello sfascio, dell’austerità di oggi e delle dissipazioni bancarie degli anni della speculazione immobiliare. Non è un caso che la Corte dei conti di Madrid si sia messa a fare le pulci addirittura al Banco de Espana, che aveva calcolato in 61,3 miliardi di euro il costo del salavataggio bancario: computando anche le linee di credito erogate al sistema bancario, gli aiuti arrivano a 107,9 miliardi, il 75% in più. Il fatto è che, ripartendo gli aiuti così erogati tra i diversi istituti bancari e tenendo conto che la loro conduzione viene attribuita ai diversi partiti politici, si è scoperto che il palmares non è detenuto, come si pensava, dalla nazionalizzata Bankia, l’istituto legato al partito popolare, il centro-destra attualmente al governo, bensì dalla Cam, guidata dai socialisti, che ha assorbito nientemeno che 24,8 miliardi, ben 2, 4 miliardi in più di Bankia. Se qualcuno voleva trarsi d’impaccio, il risultato è stato l’opposto: più benzina per gli indignatos, visto che è chiaro come non ci sia differenza tra le banche guidate dalla destra e quelle riferite alla sinistra.

FRANCIA CON L’ACQUA ALLA GOLA

Se passiamo alla Francia, vediamo che il Fronte Nazionale di Marine Le Pen si avvia ad essere il primo partito alle elezioni europee, visto che si vota con il sistema proporzionale e non con il doppio turno di coalizione. Sarebbe l’ammutinamento che farebbe saltare non solo l’asse franco-tedesco e segnerebbe la fine dell’Unione fondata sulla burocrazia bruxeellese, sugli interessi dei mercati e dei mercanti. Non è un caso che la direttrice del Fmi Christina Lagarde, francese, si sia fatta subito sotto e non ha lesinato i suoi suggerimenti alla Bce: deve adottare misure immediate di sostegno all’economia, prima che sia troppo tardi. Sono suggerimenti generosi, così li ha definiti Mario Draghi nella conferenza stampa seguita all’ultima riunione del Board della Bce, auspicando che il Fondo sia altrettanto tempestivo nel formulare i suoi auspici, a ridosso delle riunioni della Fed. Erano troppo evidenti la correlazioni: deblache della Presidenza Hollande alle elezioni amministrative, nomina immediata del nuovo Presidente del Consiglio Valls, intervento straordinario della Bce a sostegno dell’economia europea.

PERCHE’ LA BCE TRACCHEGGIA

E’ ovvio che la Bce stia a guardare: prima delle elezioni europee non si muoverà. Spetta ai cittadini europei, se lo credono, cambiare i Trattati dell’Unione ed attribuire alla Bce un mandato diverso, prendendo come modello la Fed o la Banca d’Inghilterra. All’orizzonte, ci sono le elezioni europee: i risultati in Grecia, Spagna, Francia ed Italia potrebbero scompaginare il sistema delle rappresentanze storiche. A 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino, il pendolo della storia europea potrebbe tornare indietro, constatando il fallimento di questa Unione.

IL VOTO EUROPEO

La Bce non può che dichiararsi soddisfatta del risultato raggiunto: l’euro si è salvato dall’implosione. Il mercato festeggia, a sua volta: il rischio della tempesta finanziaria è passato. Come un marinaio stanco dopo la tempesta, il mercato si concede una doppia razione di rum, si gode la bonaccia e l’onda lunga. A maggio si vota per il Parlamento europeo: fra un mese si ricomincia a ballare.

Euro e Bce, la bonaccia sui mercati prima della tempesta elettorale alle Europee

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