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Barack Obama ha lasciato Roma per volare in una visita lampo in Arabia Saudita, due giorni dopo la chiusura dei lavori del vertice annuale della Lega Araba (quasi tutto incentrato sulle problematiche siriane ed egiziane e segnato dalle tensioni locali che ne avevano accompagnato l’organizzazione).

Niente sembra facile per il presidente americano a Riad: c’è da riallacciare i rapporti diplomatici, incrinati dal comportamento di Washington sui due principali tavoli di discussione – e di interesse saudita. I negoziati con l’Iran, innanzitutto, sul cui piano Obama dovrà cercare di riportare dalla sua la fiducia del re Abdullah, preoccupato per la morbidezza dimostrata dall’Occidente negli accordi di novembre – il blocco parziale del programma di Teheran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni – ma soprattutto preoccupato per la crescente influenza iraniana nella regione. E poi, l’altro grande argomento, per certi aspetti (quelli legati all’appoggio iraniano ad Assad) connesso, e cioè la Siria.

Proprio su questo, Obama potrebbe però trovare gioco per riappropriarsi dell’appeal storicamente esercitato verso l’alleato del Golfo. Secondo il Washington Post, infatti, l’Amministrazione statunitense avrebbe dato via libera alla fornitura delle armi ai ribelli siriani. Si tratterebbe dei Manpads di cui si era già parlato, che arriverebbero in mani fidate dell’opposizione combattente tramite i sauditi.

La Casa Bianca si era sempre opposta – almeno ufficialmente – all’invio di forniture più corpose rispetto alle armi leggere e alle munizioni (e agli aiuti umanitari) spediti finora, bloccando anche l’export saudita: secondo la normativa statunitense, infatti, chi compra armi dagli Usa, non può cederle a terzi senza l’approvazione di Washington. Adesso, secondo i primi commenti di un funzionario citato dal WaPo (che ne ha parlato senza autorizzazione e ha chiesto l’anonimato), il cambio di vedute sarebbe legato al raggiungimento di una maggiore comprensione sulla composizione delle forze ribelli. Tuttavia, il presidente non dovrebbe annunciare una decisione definitiva nella conferenza stampa dal Golfo.

Per quanto si sa, il piano consisterebbe nella fornitura di appena cinque Manpads (dovrebbero essere gli FN-6, ma non c’è ancora niente di certo), muniti di microchip per il tracciamento GPS. Se l’operazione funzionerà si procederà con altri pezzi. Essenzialmente l’obiettivo sarebbe quello di rendere meno ampio il gap sul conflitto areo: Assad infatti dispone di caccia ed elicotteri, mentre i ribelli non solo non hanno certi tipi di mezzi, ma non possiedono nemmeno unità antiaeree per contrastarli; i Manpads sauditi serviranno a questo.

A quanto si apprende ci sarebbe anche dell’altro: Reuters racconta infatti, di un piano statunitense per addestrare almeno 600 ribelli al mese proprio in Arabia (e anche in Giordania e Qatar; il paese di al-Thani dovrebbe pagare il conto da milioni di dollari, del primo anno di programma), raddoppiando le forze attualmente addestrate nell’area. Del training potrebbero occuparsi istruttori delle Special Operations Force – che avrebbero meno carico politico degli uomini della Cia.

La svolta sul sostenere più pesantemente i ribelli, rappresenta la terza decisione militare importante presa da Obama in questi ultimi giorni: dopo l’invio di nuove forze in Uganda per combattere di Kony e l’avvio della revisione del programma droni in Yemen (se ne parla qui).

Obama in Arabia: via libera alle armi per i ribelli siriani

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