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Qualcuno dice che gli esseri umani, nell’età del loro declino, diventano una specie di compendio sintetico delle loro azioni, un po’ come dei Bignami della propria esistenza. Non so se sia vero in generale; ma lo è senz’altro per quel che riguarda le proposizioni politiche di Silvio Berlusconi.

Il lettore non sia indotto in errore: nessuno sa meglio di me che il Cavaliere ha la pelle dura, e che, dato per spacciato da almeno otto anni a questa parte, riesce a risorgere dalle proprie ceneri con giovanile baldanza.

In realtà ormai è come il prode Anselmo, quel tal guerriero che andava combattendo ed era morto (in senso politico, per carità); non perché non sia ancora capacissimo di dragare consensi e di compiere rimonte miracolose, anche grazie al soccorso rosso di quei deficienti di MicroMega e consimili genìe. Ma perché sono ormai travolte dal tempo le liturgie del Grande Seduttore, il sogno televisivo-consumistico degli anni Ottanta, le dighe anticomuniste e quant’altro il Cavaliere ha incarnato e rappresentato.

In questo lungo e sulfureo tramonto, Berlusconi dice in modo rattrappito e un po’ frenetico cose che un tempo diceva ad intervalli di tempo maggiori. Nell’ultima settimana, ad esempio, ha effettuato, oltre ai consueti numeri di repertorio sul complotto dei magistrati, i ripetuti colpi di Stato del Quirinale, le nequizie di Fini e Giulia Bongiorno, l’imboscata della Bce e l’imbroglio dello spread, alcune esternazioni di singolare estemporaneità.

Per esempio la disdetta dell’accordo del Nazareno con Matteo Renzi, l’attestazione di Forza Italia su una riforma presidenzialista che equivale all’erezione di una barricata verso il contrarissimo Pd, pressoché coeva all’offerta di una maggioranza di grande coalizione, cioè esattamente quella dalla quale Berlusconi aveva trascinato fuori Forza Italia otto mesi fa, dopo esservi entrato quattro mesi prima.

Quanto a concavità e convessità non è male: straccio un accordo che abbiamo preso, contesto la tua legittimità personale a governare (premier non eletto da nessuno a capo di un Governo non eletto da nessuno), proclamo la mia indisponibilità assoluta a condividere il tuo impianto di riforme costituzionali e subito dopo ti propongo di governare insieme.

Un po’ come in Europa, dove la forte contestazione alla linea della Merkel si sposa con l’appoggio al Ppe di cui fa parte la Merkel e al candidato presidente della Commissione Juncker, indicato dalla Merkel. E dove il malcelato occhiolino ai bollori antieuro di Salvini e Grillo si accompagna al paragone fra il comico genovere e Hitler. Un po’ come in quella meravigliosa vignetta di Altan in cui un uomo dall’aria perplessa diceva a se stesso “Mi vengono in mente pensieri che non condivido”.

La strategia sembra essere quella per cui, su cento cose dette, ce n’è almeno una che può piacere a ciascun elettore. È vero, presidente. Il problema sono le altre novantanove che non piacciono proprio.

La fenice berlusconiana risorge sotto elezioni

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