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Una rivoluzione che passi inevitabilmente dal libero mercato, con uno scatto di reni nel funzionamento della macchina amministrativa e con un occhio di riguardo a privatizzazioni che liberalizzino i settori economici. E’ una delle chiavi di lettura su Matteo Renzi prossimo premier che offre a Formiche.net Renato Giallombardo, esperto in fusioni, acquisizioni societarie e in operazioni di private equity, uno dei pochi avvocati italiani esperti di islamic banking and finance, oltre che segretario dell’ “Osservatorio sulla Finanza d’Impresa” dell’Università “Luigi Bocconi” di Milano, oltre che noto sostenitore di Matteo Renzi.

Innovazione e Matteo Renzi: perché è un binomio che potrebbe funzionare?
Perché ha una carica ed un’energia che raramente ho visto negli ultimi vent’anni di politica italiana. Con queste premesse può portare un vero cambiamento di metodo nelle istituzioni. Per cui penso che il primo punto all’ordine del giorno sia questo, come abbiamo visto di fronte a responsabilità e rischi che si è assunto con la decisione di Palazzo Chigi.

Oscar Farinetti è dato nella lista dei ministri, accanto ad altri: quale la strada da seguire per valorizzare le eccellenze italiane?
Non solo volti nuovi, ma penserei a un ricambio sostanziale dell’apparato amministrativo italiano, ovvero ad una riforma della PA. Prima di tutto, per poter portare fuori dai confini nazionali il made in Italy, è necessaria una certa velocità di quei centri decisionali che, come dice Renzi, oggi “paludano”. Una delle prime cose che farei è sveltire la macchina burocratica: con questo viatico si potrebbe poi investire massicciamente.

Il Job act è una prima sostanziale novità?
Penso di sì, anche se non credo che con un singolo provvedimento si possa modificare un panorama così complesso come quello del mercato del lavoro italiano. Certamente vi sono novità interessanti, perché definisce un sistema di ammortizzatori sociali che evidentemente l’Italia non hai mai considerato necessario. Una riforma vera del mercato del lavoro non può prescindere dal riformare anche gli ammortizzatori sociali e il job act su questo punto interviene in maniera convincente.

In un suo intervento pubblicato su Italianieuropei a proposito di Industria 2015 e mercato dell’innovazione, ragionava sull’approccio al libero mercato. Che cosa si aspetta da Renzi?
In quella circostanza criticavo un provvedimento che valutavo debole da un punto di vista strutturale, in quanto demandava le decisioni a sei o sette livelli diversi, per cui tutto era fuorché libero mercato. Quest’ultimo è la necessità di avere velocità nei processi decisionali, oltre che la fiducia di soggetti che potranno essere attirati.

E’ lì che si concentrerà la rivoluzione renziana?
Credo che Renzi abbia questo slancio nelle sue corde, ma non dimentichiamo che l’Italia è un Paese che di libero mercato ha ben poco, abbiamo ancora migliaia di società pubbliche gestite dagli enti locali che non vengono privatizzate, solo grandi imprese di Stato o che sono state privatizzate senza essere liberalizzate mantenendo dei quasi monopoli. Di libero mercato c’è solo un pezzo della piccola e media impresa, che all’estero soffre perché sconta da un lato la difficoltà di essere accompagnata in modo efficiente dalle nostre istituzioni, dall’altro la dimensione ridotta. C’è tanta strada da fare per introdurre elemento di libero mercato in Italia, lo considero un passo decisivo: coniugare un pezzo di concorrenza e di competizione al sistema Paese.

In molti chiedono una rottura netta col passato esecutivo, anche per il delicato dicastero dell’Economia: potrebbe non esserci un banchiere all’economia?
Mi auguro che sia una persona dotata di un pensiero politico ma anche di una profonda conoscenza tecnica. É finita l’epoca dei tecnici tout court, per cui abbiamo bisogno certamente di qualità e conoscenza, ma occorre una figura che sia prima di tutto un politico che abbia maturato un pensiero politico. Oltre che dotato della capacità di interpretare i fenomeni macroeconomici essenziali nella dinamica di impresa. É sotto gli occhi di tutti che il ritardo con cui in passato si è intervenuti è dato dall’incapacità di capire come si svolgessero i fenomeni economico-finanziari-imprenditoriali. Allo stesso tempo abbiamo visto anche tecnici incapaci di pensare politicamente. Non è semplice individuarlo, in quanto purtroppo i tecnici per troppo tempo hanno considerato la politica come un corpo estraneo e la politica per troppo tempo si è creduta autosufficiente dalle conoscenze specifiche.

twitter@FDepalo

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