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Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo il cameo di Riccardo Ruggeri apparso sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi.

Confesso un pregiudizio. Quando leggo Bernard-Henri Lévi un brivido mi percorre la schiena, temo che Hollande, Cameron, Obama, seguendo le sue ridicole elucubrazioni politico-filosofiche, si buttino in una delle loro tante guerre idiota. Cominciò con Gheddafi, proseguì con Assad, ai primi moti in Ucraina, BHL si schierò contro Putin, fomentando l’Europa perché «proteggesse» i rivoltosi. Intendiamoci, BHL resta un dandy annoiato, dalla camicia bianca sempre sbottonata, il classico intellettuale elitario inutile, presto si dimenticherà degli ucraini, ma il problema resta, ed è pericoloso. Specie se il dossier è, come è, nella mani delle inette leadership occidentali, e dei burocrati di Bruxelles. Ora l’ha preso in mano Putin, sarà pure uno sgradevole maschio alfa, però ha una lucidità politica che manca ai tre.

UNO SCONTRO DI ETNIE
Non è necessario essere esperti di politica internazionale per capire che la crisi ucraina, sotto gli occhi spietati delle televisioni e dei social network, altro non è che lo scontro di etnie diverse che si combattono fin dal XVI secolo. Le province orientali russe non cederanno mai la propria autonomia a Kiev, che loro associano agli odiati galiziani, accusati di essersi aggregati alla Germania nazista, e che ora si spacciano per europeisti. Lo stesso, anzi di più, vale per la Crimea, che fu «regalata» dall’Urss all’Ucraina nel 1954, tramite l’ucraino Nikita Krushev: la cessione avvenne durante una sua terribile sbornia di vodka.

I PROBLEMI ECONOMICI
Per fortuna, in politica, dopo l’iniziale ubriacatura di parole alte e nobili, in cui noi primeggiamo, si torna alla sintesi: «pace o guerra, ma chi paga»? Curiosi questi ucraini filo europei, campano da sempre a spese della Russia (dazi favorevoli e gas) ma cercano la loro «identità» in Europa, a spese nostre. Sono falliti, hanno 70 miliardi di debiti. Appena Putin ha congelato i finanziamenti, si sono precipitati a Bruxelles a chiedere quattrini, 35 miliardi di sull’unghia (pro-memoria per Renzi: si opponga, dovremmo accollarci il 17,9% di tale somma, siamo già esposti per 5 miliardi che forse non vedremo mai più).

LA STRATEGIA DI PUTIN
Come ha detto l’ex ambasciatore Stanevskiy a Michele Pierri (Formiche.net del 1° marzo) i russi ormai hanno capito il «giochino» dell’Europa: adesione significa sposare un modello economico che crea disoccupati, la pagherebbero gli ucraini di etnia russa, questi avendo colà i parenti si riverserebbero in massa in Russia. I russi hanno già pagato a caro prezzo l’adesione delle Repubbliche baltiche all’Europa: hanno dovuto prendersi gli «esuberi» e gli «esodati», il 15% della popolazione. Ora si sono stufati: a loro i costi della «ristrutturazione», agli occidentali fatturato e dividendi. Stanevskiy osserva che l’Europa è una curiosa democrazia selettiva: «difende, giustamente, i gay e i rom ma non le centinaia di migliaia di espulsi dalla Repubbliche baltiche solo perché di origine russa». Che rispondergli? Il razzismo è una brutta bestia, sempre.

VERSO UNA SEPARAZIONE?
Auguriamoci che Putin, l’unico leader politico vero sulla scena mondiale (mi secca riconoscerlo), continui a mantenere l’attuale atteggiamento da gatto soriano, con questi soldati muti e umili (senza mostrine e canna del fucile verso terra) e colloqui solo con Merkel, l’unico leader affidabile. Dalle rivoluzioni si esce o con una guerra civile con vincitori e vinti (sicuri che ci convenga?) o con una separazione (secondo Sergio Romano, in quattro: Leopoli, Kiev, russofoni, Crimea). Non dimentichiamo che la Crimea e l’Ucraina russofona sono il «giardino di casa» di Putin, come Cuba lo era per Kennedy. A volta la soluzione è nella carta geografica.

LO SGUARDO AL PASSATO
Guardiamoci indietro. Quando le leadership euro-americane giocano alla geopolitica lo schema è ripetitivo: la rivoluzione inizia in un clima di rivolta studentesca alto borghese, di «occupy piazze», dopo i primi successi entrano in campo i violenti (in questo caso i paramilitari nazistoidi che si ispirano a Stefan Bandera), il controllo della situazione passa a costoro, il finale è identico: sconfitta dell’Occidente. La Libia era un paese «benestante» e pacifico, dopo l’intervento euro-americano è un covo di tagliagole, si voleva abbattere il «losco» Assad e si è rafforzato Al Qaeda, che ora sta infettando Medio Oriente e Africa.

I PASSI FALSI DEGLI USA
L’Iraq? Gli americani si mossero falsificando i dati, non conoscevano nulla del Paese, nessuna idea avevano sul «dopo Saddam». Lo stesso è avvenuto in Afghanistan. Giocano alla guerra con la mentalità dei soldatini di piombo. Poco prima della ripresa di Obama, in jeans, che parla con Putin, minacciandolo, hanno proiettato un filmato ove Obama e Biden facevano jogging nei corridoi della Casa Bianca per sponsorizzare l’orto di Michelle. Che tristezza.

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