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Qualche riflessione sul variegato centro-destra urge: sia perché talune sue interne differenziazioni non sono per nulla chiare; sia in quanto, con la nuova legge elettorale che si profila, una convergenza generale potrà determinare una maggioranza parlamentare superiore all’esercito che riuscirà ad organizzare il Pd di Renzi; che comunque ha risollevato le sorti del vecchio partito burocratico bersaniano.

Il centro-destra può persino parere un oggetto misterioso: talvolta eccessivamente pendente a destra (e quindi incapace di mantenere compatto l’elettorato moderato italiano); talaltra parecchio rissoso al proprio interno (non sempre per ragioni nobili), com’è accaduto più volte e come comunque è accertabile dalla seconda metà del 2013. Dopo cioè che una criticabile sentenza giudiziaria, scandalosamente supportata da una pronuncia di una maggioranza corsara in senato, risultavano palesemente finalizzate a mettere definitivamente fuori della politica Silvio Berlusconi. Peraltro già da prima che si votasse a febbraio si sapeva universalmente che esisteva un «nodo Berlusconi» estraneo al dibattito politico ed unicamente affidato alla discrezionalità di magistrati militanti d’estrema sinistra o collegati con una estrema destra ben protetta nel potere istituzionale (Fini).

Dunque, ancor prima di andare al voto esisteva il problema di un riassetto del centro-destra in relazione alla piega che avrebbero assunto le vicende giudiziarie di Berlusconi. Lo stesso interessato se ne preoccupava, confidando che prevalesse la volontà di una riappacificazione nazionale. Ne erano avvertiti i maggiori attori del Popolo della libertà che avevano concorso a salvare la legislatura: prima dando vita ad una maggioranza presidenziale attorno al Napolitano II; poi ad un governo Letta che significasse presenza di ministri e sottosegretari di centro-destra. I ministerialisti di questo schieramento furono leali verso Berlusconi, che a sua volta si era preoccupato di avere nel ministero delle grandi intese personalità della propria parte rappresentative delle diverse aree territoriali nazionali. Ma, nel contempo, nel governo cominciarono a chiedersi che ne sarebbe stato di un Pdl decapitato nel caso di uno sbocco negativo della storia giudiziaria di Berlusconi.

Quando scattò la ghigliottina della giunta delle elezioni del senato che (sin dal principio aveva manifestato l’intenzione di interpretare retroattivamente la legge Severino), i ministerialisti del Pdl solidarizzarono con la persona Berlusconi, restata mutilata dei suoi diritti costituzionali; ma ne spaccarono il partito: nell’illusione di poter raccogliere, attorno a sé la maggioranza dei simpatizzanti e degli elettori che hanno sempre avuto nell’uomo di Arcore, più che un leader, l’unico trascinatore capace di tenere unito un popolo di moderati speranzosi di salvarsi dal pericolo permanente di un sinistrismo violento, illiberale e contrario a qualsiasi tipo di riforma strutturale del paese.

Il Ncd si ultimamente è trovato spiazzato dall’intesa Berlusconi-Renzi. Comprende che i temi pattuiti vanno ben oltre l’orizzonte elettorale. Avverte che, malgrado tutto ciò che ha subito, Berlusconi, ormai ritenuto un desparecido della politica italiana, è tornato invece a proporsi come un perno della stessa vita della legislatura. Cerca di presentarsi come movimento di difesa dei diritti delle minoranze di centro. Ma non possiede altra arma di bilanciamento politico che non sia la convergenza sul patto tra i contrapposti Berlusconi e Renzi; cioè una intesa che può riaprire il gioco democratico italiano e recuperare alla politica non pochi elettori.

Partiti immaginando di sostituire Berlusconi assorbendone la quasi totalità delle sue rappresentanze nazionali, il Ncd ha, opportunamente, preso atto che anche i sondaggi più benigni non gli assegnano quotazioni brillantissime, ma solo ciò che è ascrivibile al valore personale di alcuni suoi leader. I quali, se non riconvergono rapidamente in una coalizione di centro-destra, addirittura rischiano di rimanere sotto quorum, fuori dal parlamento. I dirigenti del Ncd, come tutti i partiti minori di centro, sono in difficoltà serie; vanno sorretti ma, soprattutto, si devono aiutare ad abbandonare la grandeur e a credere nel coalizionismo fra affini.

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