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Il debito cinese piomba direttamente sulla scrivania di Xi Jinping. E forse non deve essere stato un bel momento. Non che il lider maximo cinese non fosse a conoscenza della drammatica situazione delle finanze del Dragone, tra banche imbottite di titoli pubblici a forte rischio di svalutazione, con tutte le conseguenze del caso, e un’economia che ha come unica possibilità di ripartenza la ripresa dei consumi. E invece a Pechino pensano ancora che sia una buona idea finanziare l’economia a debito. Una bomba a orologeria pronta a esplodere direttamente tra le mani dei massimi dirigenti del partito.

Il Consiglio di Stato, l’organismo che controlla direttamente le amministrazioni del popolo nelle province, e in pratica fa combaciare i poteri subalterni con i livelli superiori del partito determinando la saldatura di questi in un unico blocco di potere, ha pubblicato per la prima volta nella sua storia un rapporto sulla situazione del debito cinese, da spedire direttamente agli uffici centrali, affinché si rendano davvero conto della situazione. Documentazione che è stata affidata al ministro delle Finanze, Lan Foan, che lo avrebbe a sua volta illustrati, in una riunione del 10 settembre, al comitato permanente presso il Congresso nazionale del popolo.

Oltre a definire il perimetro del problema, sia a livello centrale e locale, il rapporto suggerisce anche una serie di impegni, tra cui l’approfondimento della riforma della gestione del debito del Tesoro, la promozione del graduale aumento della negoziazione di titoli di Stato nelle operazioni di mercato aperto della banca centrale e il rafforzamento della ruolo della curva dei rendimenti dei titoli, come parametro di riferimento dei tassi di interesse. Tutto questo, almeno nella logica del Consiglio di Stato, dovrebbe servire a impedire di superare quella linea rossa dietro la quale Pechino vuole a tutti i costi tenersi.

Allargando lo spettro, andando cioè oltre il debito, la verità è l’economia cinese è sempre più simile a un motore che perde giri, fino a ingolfarsi del tutto. Se ne sono accorti economisti, analisti, semplici osservatori e persino le grandi banche di investimento. Specialmente quelle americane, da sempre molto vigili sullo stato di salute del Dragone, complice anche la loro esposizione, ridimensionata negli ultimi anni, alla finanza cinese. Ebbene, le principali banche statunitensi hanno tagliato le loro proiezioni di crescita per la Cina quest’anno.

Un esempio? Goldman Sachs e Citigroup hanno ridotto le loro previsioni di crescita economica per l’intero anno al 4,7%, dopo che la debole attività economica di agosto, nello specifico la produzione industriale, ha messo in luce la debole ripresa della Cina e la necessità di ulteriori stimoli per sostenere la domanda dei consumatori. Goldman Sachs aveva inizialmente previsto una crescita annuale dell’economia del 4,9%, mentre Citigroup aveva previsto un aumento del 4,8%. Ma la crescita incerta ha portato a un ridimensionamento delle proiezioni per il 2024 al di sotto dell’obiettivo del governo di circa il 5%.

Un vaso di Pandora per Xi. A Pechino piomba la bomba del debito

Il Consiglio di Stato, l’organismo che funge da saldatura tra partito e amministrazioni, elabora per la prima volta un rapporto che mette nero su bianco la drammatica situazione delle finanze cinesi. A cominciare proprio dal debito

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