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Sulla rivalutazione delle quote di partecipazione nel capitale della Banca d’Italia, le opinioni sono discordi e le incertezze non mancano: non riguardano solo i criteri utilizzati per stabilirne il valore attuale, quanto la utilizzabilità della rivalutazione ai fini della nuova vigilanza unificata da parte della Bce, per la quale è già in corso un esercizio preliminare che fotografa la situazione al 31 dicembre scorso.

Se c’è chi ritiene che alle banche sia stato fatto un regalone, perché possono evitare di chiedere al mercato un effettivo aumento di capitale e contare sulla distribuzione di dividendi con un tetto del 6%, c’è da riconoscere che una omogeneizzazione a livello europeo si imponeva e che, in ogni caso, la plusvalenza è soggetta a tassazione. Una somma aggiuntiva che lo Stato incasserà insieme all’una tantum dell’aumento dell’Ires sul 2013, incrementata di 8 punti percentuali (pari al 30% della aliquota ordinaria), a copertura del mancato versamento della seconda rata dell’Imu sulla prima casa.

Non c’è dubbio che, dopo tante incertezze, la questione sia stata gestita in modo concitato, visto che il parere preventivo alla Bce è stata richiesto senza rispettare i termini previsti, e che la valutazione sia ancipite non essendo ancora chiaro se corrisponda ad un valore patrimoniale accumulato negli anni per via della mancata distribuzione di dividendi ovvero rappresenti il valore attuale dei dividendi futuri, calcolato dai saggi in modo “congetturale”.

Se è innegabile che un do ut des, una reciproca convenienza ci sia, è altrettanto evidente che almeno un obiettivo è già sfumato: è pacifico infatti che la rivalutazione non potrà essere considerata nella prima fase dell’esercizio in corso da parte della Bce. In pratica, non verrà conteggiato ai fini della Asset Quality Rewiew (AQR), volta a verificare la sufficienza del capitale sulla base dell’attivo iscritto nel bilancio alla data di fine 2013. Questa impostazione è sensata, perché la rivalutazione viene effettuata al 31 dicembre scorso, con effetti dal 1° gennaio 2014.

Diversa, invece è la questione riferita agli stress test, che saranno svolti nella seconda parte del 2014: nel caso che dovesse emergere la necessità di integrare il capitale, è logico attendersi che la rivalutazione delle quote di partecipazione in Banca d’Italia possa essere legittimamente considerata in luogo di un aumento di capitale richiesto al mercato. Ciò in quanto la rivalutazione ha effetti dal 1° gennaio di quest’anno. Su questo aspetto, però, non c’è chiarezza: appena un accenno sfuggevole, seppure in senso positivo, da parte del Ministro Saccomanni nel corso dell’esame ieri da parte della Commissione finanze della Camera. Nel parere espresso da parte della Bce, e su cui la Bundesbank ha fatto conoscere la sua opinione, la questione non sarebbe stata affrontata.

Non vorremmo che, alla fine, quello che per taluni sarebbe stato un regalone alle banche si riveli una operazione costosa per i loro bilanci per via della tassazione ed inutile ai fini della loro capitalizzazione, in quanto la imputazione in bilancio delle rivalutazioni non sarebbe coerente con le convenzioni contabili internazionali. Con tante polemiche in corso, almeno un po’ di chiarezza sulle questioni sostanziali non sarebbe davvero male.

Perché Unicredit, Intesa e Mps non riceveranno un regalone dalla Banca d'Italia

Sulla rivalutazione delle quote di partecipazione nel capitale della Banca d’Italia, le opinioni sono discordi e le incertezze non mancano: non riguardano solo i criteri utilizzati per stabilirne il valore attuale, quanto la utilizzabilità della rivalutazione ai fini della nuova vigilanza unificata da parte della Bce, per la quale è già in corso un esercizio preliminare che fotografa la situazione…

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