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Presentata la nuova edizione Donzelli per il Cinquecentennale del Principe con versione in italiano moderno a fronte: un capolavoro noto in tutto il mondo, molte volte citato, troppe volte tradito. Ma in Italia forse poco letto. Volentieri ospito l’articolo della studiosa Noemi Ghetti pubblicato sul sito italo-francese www.altritaliani.net

Il 10 dicembre 1513 dal suo esilio a Sant’Andrea in Percussina Niccolò Machiavelli, con la più bella lettera di tutta la storia della letteratura italiana, annunciava a Francesco Vettori la nascita de Il Principe. A coronamento delle celebrazioni, nella Casa delle Letterature di Roma dove lo scorso gennaio un importante convegno inaugurò il grande anno machiavelliano, si è tenuta una Serata Machiavelli, nel corso della quale è stata presentata la bella edizione del Cinquecentennale de Il Principe. Il piccolo grande libro, un evergreen che non dà segni di vecchiaia, viene ora riproposto con introduzione e ricco commento di Gabriele Pedullà e con traduzione a fronte in italiano moderno di Carmine Donzelli.

 

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Una sfida che l’editore stesso, curatore de Il moderno Principe di Antonio Gramsci pubblicato nel 1981 da Einaudi e da lui riproposto nel 2012, ha affrontato con competenza e passione per la grande prosa del segretario fiorentino, fornendo una versione rispettosa del ritmo e dello stile del piccolo capolavoro. Una traduzione «bella e fedele», godibile ma asciutta, e curata fino all’andamento interlineare, che favorisce il continuo raffronto con l’originale a lato.

Brani letti dagli attori Michele Lisi e Carlotta Mangione in entrambe le versioni hanno consentito di apprezzare il valore della iniziativa editoriale, che invita anche il non specialista ad avvicinare direttamente un testo che mai come in questi tempi di crisi viene, a proposito o a sproposito, quotidianamente citato, manipolato, strumentalizzato, perfino banalizzato.

Passi scelti tra i più celebri del trattatello hanno introdotto gli interventi di Roberto Esposito, Antonio Funiciello, Armando Massarenti e Gabriele Pedullà. Emozione tra il pubblico ha suscitato la lettura della celebre metafora machiavelliana che illustra il rapporto tra virtù e fortuna come la costruzione di argini che si deve provvedere in anticipo per contenere le piene di un fiume rovinoso. Una immagine, purtroppo, evocatrice di recenti catastrofi anche reali: «E se prendete in considerazione l’Italia, che è la sede di questi cambiamenti, e quella che ha dato loro origine, vedrete che è una campagna sanza argini e sanza alcun riparo: se essa fosse stata posta al riparo da un’adeguata virtù – come avviene per la Germania, la Spagna e la Francia – questa piena non arebbe prodotto i grandi cambiamenti che ha determinato, o non ci sarebbe stata. E mi fermo qui, quanto al modo in cui opporsi alla fortuna in generale».

Il grande nodo del rapporto tra politica e natura umana nella teoria di Machiavelli, e della contraddizione teorica implicita nell’immaginare un Principe capace di agire in modo valido e disinteressato, e allo stesso tempo nel mantenere la vecchia antropologia negativa della duplice natura, bestiale e umana, attende chi voglia approfondire la ricerca. La questione si pone ormai come la necessità storica del superamento dell’ideologia, condivisa dal logos greco e dal cristianesimo, della scissione e della cattiveria originaria degli esseri umani.

Per liberare l’aureo libretto dalle ombre e dagli equivoci secolari da cui è avvolta la sua fama, occorre mettersi sulla strada aperta da Antonio Gramsci, che in Machiavelli vide l’antesignano della filosofia della praxis e nel suo Principe il punto di partenza per disegnare l’idea del moderno partito per la fondazione di un nuovo stato.

Con Machiavelli Gramsci condivise la sorte degli eroi solitari, troppo integri e geniali per essere amati. Nella celebre lettera al Vettori, l’amico ambasciatore comodamente sistemato presso la curia romana, Machiavelli, caduto in disgrazia insieme con la Repubblica fiorentina, raccontava le sue giornate lontane dalla scena politica, tra il taglio del bosco, la caccia, le letture poetiche, le conversazioni con i viaggiatori di passaggio sulla via Cassia, i giochi e le chiassose risse all’osteria dell’Albergaccio. Poi alla sera nel silenzio del suo studio, indossati gli abiti curiali, l’intenso colloquio con i grandi del passato.

Da questo fitto intreccio di vita vissuta e di studio nacque Il Principe, l’«opuscolo» di ventisei capitoli al quale l’ex Segretario fiorentino affidava la speranza «che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso». Ma quel sasso, lo stesso che armava la mano nuda del David di Michelangelo, era temuto emblema di virtù repubblicane, della ribellione del popolo minuto alle prepotenze dei grandi. Machiavelli, il Segretario fiorentino che aveva una così grande esperienza delle cose umane da essere utilizzato come consulente da anche da Francesco Guicciardini, non fu più richiamato. Neppure dai suoi ex compagni di lotta, quando i Medici furono nuovamente cacciati.

Noemi Ghetti

 

Il "ghiribizzo" di Machiavelli. “Il Principe” compie 500 anni, e non li dimostra.

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