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La Legge di stabilità di Letta e Saccomanni non soddisfa le richieste di Bruxelles, che incita il governo ad affrontare in modo più incisivo il problema dell’enorme debito del Paese.

Ed ecco riaffiorare nel dibattito politico l’ipotesi delle privatizzazioni, utili secondo Palazzo Chigi ed alcuni osservatori per risanare le dissestate casse dello Stato. Oggi il Corriere della Sera, con Francesco Giavazzi, continua a chiederle quanto prima. E anche l’esecutivo, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe orientato direttamente o attraverso la Cassa depositi e prestiti a vendere subito quote minoritarie di Eni e Cdp Reti.

Un’operazione che lo storico ed economista Giulio Sapelli, in una conversazione con Formiche.net, definisce il primo passo di un nuovo e meditato “saccheggio” dell’economia italiana.

Professore, si torna a parlare di privatizzazioni. Ma a chi, come e soprattutto sulla base di quale valutazione strategica e geopolitica?
Bisogna innanzitutto porsi l’interrogativo se chi medita queste operazioni sappia o meno cosa fa. Una cosa è certa: non servono a ridurre il debito pubblico, come dimostra l’esempio delle privatizzazioni fallimentari messe in atto negli anni ’90. Privarsi una volta per tutte di asset che danno un rendimento discontinuo, ma che hanno comunque un valore, vuol dire essere autolesionisti, significa nuocere al bilancio dello Stato.

Ma se le privatizzazioni non servono ad abbattere il debito pubblico allora a cosa servono?
La spiegazione che va per la maggiore è che servano a combattere la corruzione che proviene dalla politica. Eppure mi sembra che le mafie non siano una costruzione del mondo politico, ma che siano purtroppo ben radicate in molti strati della società, compreso quello economico. E poi le privatizzazioni sono promosse anche da chi è vittima di un vero e proprio “fanatismo ideologico”. Così come Ludovico Sforza chiese l’aiuto di Carlo VIII perché scendesse dalla Francia a proteggere il suo castello, tra questi c’è chi come Giavazzi e Saccomanni ritiene non solo che privatizzare sia un bene, ma che noi non siamo capaci di gestire le nostre aziende da soli e che quindi debba arrivare il capitale a “liberarci”. Eppure tutto il mondo, persino il liberista Regno Unito, va in una direzione contraria. E la cosa che mi stupisce di più è che chi predica di privatizzare non chiede nemmeno il modello Wimbledon – ovvero la vendita di quote azionarie preservando stabilimenti e competenze in loco – ma sembra preparare deliberatamente una vera e propria spoliazione della nostra economia.

Cosa intende per “deliberatamente”?
È da tempo che sostengo sia in atto una vera e propria “campagna d’Italia” franco-tedesca per appropriarsi delle nostre aziende più pregiate. Un esempio? Lo smantellamento dell’industria dell’acciaio. Prima ne eravamo tra i maggiori produttori, con impianti avanzati a ciclo integrale; oggi le imprese italiane, con l’Ilva ormai neutralizzata, lo acquistano dalla Turchia, dalla quale prendono un prodotto di qualità inferiore. Mentre noi ci facciamo del male da soli, la Germania, uno dei nostri principali competitor in quel mercato, brinda, perché le acciaierie tedesche continuano a produrre e le nostre sono inspiegabilmente ferme. È evidente che chi non fa niente per impedire che ciò accada ne è complice. E senza voler fare troppa dietrologia, si potrebbe dire che c’è chi pensa di far carriera politica svendendo l’Italia.

Con quali implicazioni geopolitiche?
Quelle, già evidenti, di rendere ancora più marginale il nostro Paese in tutti i contesti che contano. C’è chi ancora non si rende conto che alcuni pezzi della nostra economia – come le reti per l’appunto, ma anche pezzi importanti di industrie ad alto valore tecnologico – sono fondamentali per imporsi in un mercato globale e complesso. Eppure casi recenti come il Datagate dovrebbero aver insegnato quanto è importante possedere strumenti di questo tipo. E invece noi continuiamo a vendere, anzi, a svendere, come nel caso di Telecom, soprattutto in Argentina. Ma potrei citarne molti altri.

A proposito di aziende ad alto valore tecnologico, Il Sole 24 Ore ha ipotizzato per Avio Spazio una soluzione che vede la partnership fra Finmeccanica ed Eads. Come giudica questa ipotesi? E la ritiene frutto di una strategia complessiva?
Noi navighiamo a vista, ma abbiamo straordinarie competenze aerospaziali e tecnologiche. Questa ipotesi va valutata a seconda della direzione in cui si vuole andare. Se si dovesse pensare a creare una vera industria spaziale europea bisognerebbe puntare su Eads; se si prediligesse un comparto più snello bisognerebbe scegliere come partner Safran. Al momento, però, mancano sia una strategia che una visione. Se ce ne sarà un abbozzo si scoprirà al Consiglio europeo sulla Difesa di dicembre.

povertà

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