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La manifestazione che si è svolta a Roma all’insegna dello slogan “Giù le mani dalla Costituzione”, ha costituito oggetto di vari interventi anche giornalistici, ma sembra che fino ad ora sia mancata una sufficiente analisi storica e giuridica capace di superare le tentazioni dell’ideologia.

Vi è stato purtroppo un intreccio pericoloso tra la teoria costituzionale, intesa in senso stretto, e la prospettiva istituzionale legata sostanzialmente alla attuale congiuntura politica.

Dal un punto di vista strettamente politico-costituzionale occorre infatti ricordare ancora una volta che la vigente costituzione italiana fu sostanzialmente il prodotto giuridico-istituzionale al quale diede vita la breve, intensa e complessa stagione dei Comitati di Liberazione Nazionale.

La costituzione italiana fu infatti deliberata all’indomani del notissimo referendum istituzionale del 2 giugno 1946.
In conseguenza di quel referendum, l’Italia passava dalla forma monarchica a quella repubblicana, e la Costituzione che l’Assemblea Costituente – eletta anche essa il 2 giugno di quell’anno – finì con il disegnare e deliberare, risultò di fatto una sorta di Costituzione del CLN.

Anche studi molto recenti hanno infatti posto in evidenza che quella Costituzione diede vita ad un grande Patto costituzionale che aveva i propri perni nei Patti Lateranensi; nei diritti sociali; e nell’articolo 138 della Costituzione medesima.

L’intesa sull’articolo 138 finì con il prevedere che un’eventuale intesa tra i partiti politici in Parlamento, capace di raggiungere i 2/3 dei componenti di ciascuna Camera, non consentiva di richiedere un referendum popolare.

Finiva pertanto con il prevalere una sorta di superiorità dell’intesa politico-parlamentare rispetto alla sovranità popolare espressa attraverso il voto.
Ed è bene ricordare che all’epoca l’intesa comprendeva anche e soprattutto il Partito Comunista italiano, che aveva dichiarato formalmente di ispirarsi alla costituzione sovietica del 1936.

Ed è proprio su questa base che nacque allora l’espressione del cosiddetto “arco costituzionale” che comprendeva il Pci, mentre oggi siamo in presenza delle cosiddette “larghe intese” fra il Pd e il Pdl.

Le modifiche apportate all’articolo 138 della Costituzione sono pertanto una conseguenza non solo del trascorrere del tempo da allora ad oggi, ma anche e soprattutto del mutamento sostanziale concernente i soggetti tra i quali è intervenuto il nuovo Patto costituzionale.

Non sorprende pertanto che alla manifestazione abbiano preso parte soggetti sociali e politici contrari alle “larghe intese”, perché queste sembrano persino rimpiangere il bipolarismo “feroce” che aveva costituito la regola fondante della cosiddetta Seconda Repubblica.

Occorre dunque un nuovo Patto costituzionale capace di tener conto delle tre grandi novità storiche che sono intervenute dal 1947 ad oggi: il processo di integrazione europea; la fine dell’esperimento sovietico; l’avvento di un soggetto politico (il Pdl) che ha scelto di richiamarsi al Popolo e non a un Partito.

Il rapporto tra popolo e partiti costituisce infatti, allo stesso tempo l’oggetto del difficile confronto interno tra Pd e Pdl, e il punto di arrivo del nuovo Patto Costituzionale che ha ad oggetto proprio una forma di governo sostanzialmente diversa da quella partitico-parlamentare che aveva caratterizzato la cosiddetta Prima Repubblica.

La Costituzione dal CLN alle larghe intese

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