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Simon Boccanegra ha aperto il primo ottobre il Festival Verdi a Parma ed il 9 ottobre inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Torino. In primavera 2014 si vedrà a Roma , diretta da Muti, ed andrà in Giappone con in complessi del Teatro dell’Opera. In ottobre 2014, chiuderà, con Barenboim sul podio , la stagione della Scala – e gli ‘anni di Lissner’ alla guida del teatro milanese.
Grande successo. Eppure per decenni “Simon Boccanegra” è stata una delle più “maledette” tra le “opere maledette” di Giuseppe Verdi. Fu un tonfo alla “prima” a La Fenice nel 1857; rimaneggiata nel libretto e nella musica, ebbe esiti modeste nelle riprese a Reggio Emilia, Milano, Napoli e Firenze nel 1858-59. Ripensata, con l’aiuto di Arrigo Boito che rimise mano a parti essenziali del libretto, fu un successo di breve durata quando la versione adesso corrente raggiunse La Scala nel 1881. Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, man mano che avanzava il verismo, venne dimenticata; Gino Marinuzzi, consapevole che si trattasse di un capolavoro unico nel teatro verdiano, tentò di rilanciarla, a Roma, nel 1934. Senza, però, grandi esiti . Da allora, “Boccanegra” ha ripreso un lento cammino, giungendo alla consacrazione internazionale vera e propria all’inizio degli Anni 70 grazie a due edizioni eccellenti, ma molto differenti: quella di Gianandrea Gavazzeni, tragica, cupa, quasi infernale (ascoltabile in un mirabile cd della Rca), e quella di Claudio Abbado, invece, dolce, densa di colori chiari e di volumi leggeri (impareggiabili le evocazioni marine) che in un allestimento indimenticabile di Strehler e Frigerio ha viaggiato il mondo (non solo tutti i maggiori teatri italiani ma anche Londra, Parigi, Mosca, Washington e Vienna) ed è disponibile in cd e in video.
La “maledizione” di “Boccanegra” è da imputarsi ad un libretto intricatissimo ed ad una partitura bifronte, rivolta in parte verso il passato ma anche lanciata verso l’avvenire (si pensi all’impiego dei fagotti e del clarinetto basso, inconcepibile senza l’esperienza wagneriana, in particolare del “Tristan und Isolde”).

Sfoltito da tutti i ciarpami tipici del melodramma, “Boccanegra” altro non è che un sofferto apologo. Il “corsaro” Simone, uomo del mare, è costretto ad entrare in politica nella speranza di potere così sposare la donna amata, di stirpe patrizia. Diventa, quindi, Doge ma la sua donna muore e la loro figlia viene rapita prima ancora che prenda possesso del suo incarico. Per un quarto di secolo esercita il potere diventando sempre più solo, e sempre più lontano dal suo mare. Quando ritrova la figlia e quando scopre affetto paterno per il giovane di cui lei è innamorata, è troppo tardi: il gioco del potere lo annienta, proprio mentre sta per riavvicinarsi al suo mare. A questo dramma, per così dire, “privato”, se ne affianca uno “pubblico”: la lungimiranza politica di Boccanegra, l’appello alla fine delle guerre tra Genova e Venezia ed il sogno di un’Italia unita, non è compreso né dai patrizi né dai plebei che con lui condividono responsabilità di governo ma innesca l’intrigo di malintesi e di tradimenti che porta alla catarsi finale, illuminata dalla speranza che suo genero, diventato, nei sentimenti, suo figlio adottivo, potrà continuare sul suo cammino. È anche una delle opere più apertamente “politiche” di Verdi. Le diverse versioni di “Boccanegra” e l’epistolario del maestro di Busseto, rivelano come Verdi fosse un partecipante entusiasta al movimento di unità nazionale, ma diventasse progressivamente deluso da una “politica politicante”,come il protagonista del romanzo incompiuto “L’imperio” di Federico De Roberto, sempre più distante dalla sua visione lungimirante. Nella scena-chiave di “Boccanegra”, il doge fa proprio l’appello di Francesco Petrarca di porre fine alle guerre tra le repubbliche di Genova e di Venezia allo scopo di lavorare insieme per un’Italia libera, ma non è compreso né dai patrizi né dai plebei. Ciò innesca l’intrigo che porta alla catarsi finale. “Boccanegra” (i cui temi “politici” in parte verranno ripresi in “Don Carlo” e in “Otello”) svela un rapporto tormentato con la politica analogo a quello con la religione: la visione a lungo raggio della Politica con la “p” maiuscola e i programmi per realizzarla vengono bloccati da una politica con la “p” minuscola ridotta a intrighi.
A trent’anni circa dall’edizione del 1971, Abbado ha rivisitato “Simon Boccanegra”. L’allestimento gustato a Firenze, al termine del 65simo Maggio Musicale, nasce a Salisburgo nel 2000. La regia (Peter Stein) e l’impianto scenico (Stefan Mayer) sono molto differenti di quelli di Strehler e Frigerio; allora, in un gioco di luci, dominava la brezza marina, mentre oggi elementi scenici essenziali e la recitazione raffinata contrappuntano l’apologo del potere e dell’amore paterno nel viaggio di Simone verso la morte. L’orchestra del Maggio rispondeva stupendamente alla guida di Abbado, il quale, rispetto agli Anni 70, dava all’opera una tinta soffusa, notturna, sofferente e commossa, priva forse delle evocazioni marine ma ancora più distante dalla lettura di Gavazzeni (o di quelle di Fabio Luisi e Bruno Bartoletti, ascoltate in quel periodo).
Abbado aveva una squadra di interpreti affiatata che, con una sola eccezione (Vincenzo La Scola), erano già con lui a Salisburgo. Carlo Guelfi è un Boccanegra sofferto, di grandi affetti e di grande visione politica, Lucio Gallo un Paolo Albiani cugino vocale di Mefistofele e di Jago, Karita Mattila una Maria/Amelia in pieno fulgore vocale, anche se con qualche difficoltà di dizione in italiano, Vincenzo La Scola un Gabriele Adorno appassionato ed impulsivo (ma con qualche difficoltà rispetto all’interpretazione ascoltata proprio a Firenze otto anni fa), Julian Konstantinov un Fiesco monumentale (forse eccessivamente). Le imperfezioni tecniche, tuttavia, venivano azzerate dal trasporto emotivo che da Abbado ed all’orchestra travolge un teatro stracolmo. Ed osannante.

Nel 2012, alla Presenza del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché di vari Ministri e del Sindaco, Riccardo Muti che, a 71 anni, si è cimenta nella concertazione di una delle più complesse opere di Giuseppe Verdi. Nell’edizione romana, Muti ha offeto un ‘Boccanegra’ per molti aspetti simile a quello che nel 2000 Abbado presentò a Salisburgo . Una tinta orchestrale cupa ammorbidita dal richiamo alle onde del mare, che per il protagonista vuole dire libertà. Ottimi i fiati e gli ottoni. La regia di Adrian Noble, le scene rinascimentali di Dante Ferretti, e la curata la recitazione rendono lo spettacolo di livello e giustificano le vere e proprie ovazioni al calar del sipario. Il baritono romeno George Petean è un Doge statuario con una vocalità ben distante da quelle delle altre tra voci gravi – Quinn Kelsey, Riccardo Zanellato e Dmitry Beloselskiy -, cuore della parte politica. Francesco Meli e Maria Agresta sono efficaci e toccanti nella giovane coppia al centro della parte privata. All’applausometro, Meli ed Agresta hanno trionfato sugli altri.

Al Teatro Regio di Parma ‘Boccanegra’ è stato presentato con un allestimento monumentale di Hugo De Ana, già visto una decina di anni fa. Grandioso ed imponente, gli manca però il mare – così essenziale al lavoro. Buono il cast vocale: Roberto Frontali, Carmela Remigio, Giacomo Prestia, Marco Caria e Diego Torre Sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, l’emergente Jader Bignamini, bravo nelle tinte scure che richiede il lavoro ma con difficoltà a concertare le voci. ‘Bocconegra’ non è lavoro per giovani Lo ha riconosciuto una delle migliori bacchette italiane, Michele Mariotti (a 34 anni grande star internazionale), quando debuttò a 27 anni proprio con ‘Boccanegra’ al Teatro Comunale di Bologna.

Simon contro Simon

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