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Dovesse trovare conferma, la notizia che l’ex zar della sicurezza cinese Zhou Yongkang sarà messo sotto inchiesta per corruzione potrebbe superare per importanza il processo del secolo contro il deposto leader Bo Xilai.

Fino al cambio di leadership dello scorso novembre Zhou era uno dei componenti del comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese, all’interno del quale era considerato vicino a Bo, ora in attesa di verdetto nel procedimento che lo vede imputato per corruzione, abuso di potere e appropriazione indebita, ma dietro il quale si cela una lotta interna al Pcc per la gestione del potere.

Zhou era in pratica il numero nove della nomenclatura cinese, prima che il numero di seggi dell’organismo cuore del potere politico in Cina fosse ridotto a sette. Dalla fine della Rivoluzione Culturale nessun componente in carica o in pensione del comitato permanente è mai stato messo sotto inchiesta per reati economici.

Secondo quanto riporta il South China Morning Post, il via libera alle indagini è stato dato dai leader nuovi e vecchi della Repubblica popolare, riuniti nell’annuale vertice di Beidaihe, nella provincia dell’Hebei.

Le fonti citate dal quotidiano di Hong Kong, riferiscono di una sempre maggiore irritazione dei maggiorenti del Pcc per la portata delle accuse di corruzione e la ricchezza che la famiglia di Zhou ha accumulato.

Zhou, che si trova al di sopra di Bo Xilai nella gerarchia di potere della Repubblica popolare, sarebbe a questo punto un trofeo nella campagna di “pulizia” interna al Partito lanciata dal presidente Xi Jinping e dimostrerebbe l’intenzione di non guardare in faccia a nessuno. Una “tigre” per usare la terminologia con cui sono indicati gli alti funzionari corrotti, ora sprofondata assieme alle “mosche”, i quadri di basso livello, bersaglio della lotta contro la corruzione.

A dare il suo assenso alle indagini sarebbe stato lo stesso ex presidente Jiang Zemin, togliendo così il suo sostegno a un leader considerato a lui vicino, come già successe in passato all’ex numero uno del Pcc a Shanghai, Chen Liangyu.

Indiscrezioni su ipotetiche accuse contro Zhou erano trapelate già prima del congresso del Pcc lo scorso novembre, nel mezzo della transizione al vertice del Partito e quando ancora sedeva nel comitato permanente. Il cerchio attorno all’uomo duro del potere cinese si è stretto con le indagini e gli arresti di funzionari e uomini d’affari nella provincia del Sichuan dove Zhou fu segretario di partito dal 1999 al 2002. Tra gli arrestati, figure a lui vicine come l’ex vicegovernatore della regione, Guo Yongxiang, e l’ex vicesegratario Li  Chuncheng.

Di questa settimana è invece la notizia delle indagini su quattro alti dirigenti della China National Petroleum Corporation, colosso petrolifero in cui Zhou ricoprì ruoli di vertice. L’inchiesta, scrive il SCMP si concentrerà proprio sugli anni trascorsi al potere in Sichuan e su suo ruolo nella CNPC. In particolare in che modo la famiglia Zhou abbia beneficiato di una serie di contratti sulla proprietà di alcune aree petrolifere gestite dal figlio Zhou Bin e da altri personaggi della sua cerchia.

Ulteriori chiarimenti sulla vicenda non si avranno probabilmente prima della conclusione del plenum del Comitato centrale del partito del prossimo novembre. Ancora nei giorni scorsi il nome di Zhou compariva sulla stampa, come se niente stesse per succedere. Al momento non è chiaro se il caso finirà in mano alla magistratura o sarà gestito all’interno del Pcc. Comunque dovrà passare prima per la Commissione disciplinare del partito.

Come scrive l’agenzia Reuters, Zhou, dato il suo ruolo, avrebbe potuto “aprire il vaso di Pandora che avrebbe portato a inchieste anche su altri componenti in pensione del comitato permanente, compreso l’ex premier Wen Jiabao e la sua famiglia”, alle cui ricchezze – 2,7 miliardi di dollari – il New York Times dedicò un’inchiesta poco gradita nei corridoi di Zhongnanhai.

Zhou Yongkang, il nuovo caso di corruzione che scuote il Partito comunista cinese

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