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Nella passata legislatura, nella mia qualità di deputato del Pdl, mi sono astenuto sulla legge Severino perché la consideravo un grave cedimento alla bufera dell’antipolitica che allora spirava più forte di adesso. Il populismo è una belva feroce; prima o poi si rivolta e afferra la mano di quanti provano a lisciarla per il verso del pelo. Nel mio piccolo, giudicai quel provvedimento, nelle sue diverse versioni, un atto di viltà della classe politica, al pari di quello compiuto, circa vent’anni or sono, con la modifica dell’articolo 68 (in tema di guarentigie per gli eletti) della Legge fondamentale che i Padri costituenti avevano voluto e scritto a salvaguardia dell’autonomia e della libertà del Parlamento nei confronti degli altri poteri istituzionali.

Peraltro, in quel testo, l’aspetto ora portato in auge dalla vicenda di Silvio Berlusconi non è neppure quello più inquietante. La legge è rivolta a combattere la corruzione nella pubblica amministrazione: un intento lodevole se non fosse per un’infilata di norme da Sant’Uffizio ai tempi dell’Inquisizione che, se saranno applicate e non si tradurranno, come è probabile, in tante “gride manzoniane” a disposizione della discrezionalità di qualche Procura in cerca di pubblicità, finiranno per bloccare gli uffici pubblici dove nessun funzionario si assumerà delle responsabilità diverse di quelle che potrebbero accompagnare l’esercizio di uno sciopero “bianco” (quello che si attua esasperando i precetti e le regole vigenti).

Pretendere di semplificare l’attività della pubblica amministrazione nel contesto di norme siffatte, per le quali, chi si dà da fare è un corrotto da tenere sotto controllo, è una pia illusione. Persino l’Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione (una sorta di Centro Studi del Palazzaccio), trattando dei nuovi reati introdotti quali la corruzione tra privati e il traffico di influenze (le principali disposizioni-scandalo della legge Severino), manifestò seri dubbi sulla possibilità che quelle norme sanzionassero “condotte in altri Paesi  del tutto lecite”. Fino ad affermare che il modo con cui è stata prevista la fattispecie di reato (corruzione tra privati) “appare difficilmente coincidere con gli obiettivi delle Convenzioni internazionali”.

La cosa paradossale è che il Pdl votò quella legge (anche i relatori appartenevano a quel partito), accontentandosi, nella navetta tra Camera e Senato, di modesti cambiamenti e vantandosi di una sorta di primogenitura sul testo originale presentato da Angelino Alfano, quando era ministro della Giustizia.

Per mettere in difficoltà il Pdl è sempre bastato aizzare l’opinione pubblica, sostenendo che, ancora una volta, le battaglie sui temi della giustizia condotte da questo partito servivano a proteggere Silvio Berlusconi. Per sfuggire a queste critiche, il Popolo della libertà, che pur non aveva esitato, quando poteva contare sui numeri della maggioranza,  a far passare leggine  ad personam (condannate a durare per alcuni mesi prima dell’azzeramento della Consulta), non ha esitato ad inserire nell’ordinamento norme che intrappolano il Cavaliere e lo lasciano senza alcuna uscita di sicurezza.

Ricordo benissimo che quando io mi astenevo sulla legge Severino i miei colleghi del Pdl la votavano “perché era quello – a loro dire – che gli elettori volevano”. Come se non bastasse, l’attenzione agli elettori ha portato il Pdl a non opporsi al sollecito varo del decreto legislativo che regolava la materia della ineleggibilità o della decadenza di cui ora si discute.

Sarebbe bastato fiutare la trappola e far mancare (se possibile) la maggioranza nelle Commissioni tenute ad esprimere il parere sullo schema, elaborato con largo anticipo. Il decreto legislativo è del 31 dicembre 2012 (il governo Monti  era già dimissionario) mentre la delega scadeva il 28 novembre 2013 (in teoria, essendo ancora aperta la norma di delega, sarebbe possibile una correzione del decreto).

Da tutte queste considerazioni emergono due aspetti inconfutabili. Il primo: Silvio Berlusconi è innanzi tutto un problema per il suo schieramento; la sua presenza e le sue esigenze giudiziarie hanno creato una condizione di imbarazzo per il centro destra, che è stato costretto a rivedere e ad ammorbidire le sue tradizionali posizioni garantiste e a far passare norme penali assurde, proprio per difendersi dalle accuse di voler servire il Principe. Il secondo aspetto si risolve in una semplice domanda: ma chi ha fatto, in questi anni, la politica giudiziaria del Pdl?

Risposta: gli avvocati del Cav, gli stessi che lo hanno assistito nei processi. Si sono visti i risultati. Sia quelli pubblici che quelli privati.

Legge Severino, ecco come il Pdl affossò Berlusconi

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