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L’Italia non parteciperà ad alcun intervento militare in Siria al di fuori dell’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel corso dell’audizione di fronte alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato Emma Bonino ribadisce l’opposizione del nostro governo all’ipotesi di un’azione armata da parte degli Stato occidentali e della Lega araba per porre fine al massacro in atto nel Paese mediorientale.

Una relazione, quella della responsabile della Farnesina, che parte dalla consapevolezza del rimescolamento di potere e della duplice dinamica in corso da tempo nell’universo musulmano, rivelate in forma tangibile dai tragici rivolgimenti di Damasco e del Cairo. “Se in Siria lo scontro vede contrapposti sciiti al governo supportati da Iran e Hezbollah e sunniti ribelli appoggiati da Turchia e Arabia Saudita, in Egitto ha preso corpo una frattura nuova interna al mondo sunnita per il predominio geo-politico, basata sul conflitto fra Turchia e Qatar che avevano accompagnato l’ascesa dei Fratelli musulmani guidati da Mohamed Morsi e Arabia Saudita, Kuwait, Emirati che hanno prevalso con la reazione dei militari egiziani capeggiata dal generale Abdel al-Sisi. Il tutto nel quadro di un relativo ridimensionamento dell’interesse strategico degli Usa e del tentativo di riacquistare un ruolo regionale di rilievo da parte della Russia”.

L’iniziativa del governo italiano sul fronte siriano

Rifiutando ogni analogia con la vicenda del Kosovo e con la repressione brutale della popolazione albanese da parte della Serbia di Slobodan Milosevic che nella primavera 1999 provocò l’intervento aereo della Nato privo di autorizzazione ONU a causa dell’ostilità di Russia e Cina, Bonino esorta a “pensare mille volte prima di agire senza l’investitura del Consiglio di sicurezza del Palazzo di vetro”. Per le ripercussioni e l’escalation che l’iniziativa potrebbe avere nell’intera regione, a partire da Libano e Giordania costrette a sopportare un flusso di oltre 1 milione 600mila profughi siriani. Perché non sappiamo quale sarebbe la reazione di Russia e Iran. Perché non conosciamo i referenti politici del fronte eterogeneo di opposizione a Bashar al-Assad. Perché al contrario dei partner Ue il governo di Roma nutre molti interrogativi su chi abbia utilizzato i gas chimici nella notte tra il 20 e il 21 agosto nell’attacco compiuto alla periferia Est di Damasco e che ha causato 1.300 vittime e 3.000 feriti.

Al di là delle responsabilità di tale crimine contro l’umanità, spiega il capo della nostra diplomazia, rappresenta un dato certo la guerra scatenata da Assad contro il suo popolo. Ma “deve essere il Consiglio di sicurezza a pronunciarsi in modo inequivocabile su un eventuale intervento internazionale. Fuori del quale l’Italia non assumerà alcun impegno. Anche nell’eventualità di un intervento limitato nei bersagli e nel tempo adombrato da Barack Obama e David Cameron, perché i suoi confini sarebbero vaghi e facilmente superabili”. A differenza di altri momenti in cui la comunità mondiale ha sbagliato per mancato intervento, rimarca Bonino, qui l’errore deriverebbe da un intervento sbagliato e intempestivo.

Rispetto agli anni Novanta e alla stagione degli “interventi umanitari”, si registra un cambiamento di prospettiva e linguaggio nella leader radicale e gandhiana fautrice del “diritto-dovere di ingerenza” e della responsabilità di proteggere anche ricorrendo all’uso rigoroso della forza i civili inermi vittime di gravi violazioni delle libertà fondamentali, nemica del binomio militarismo-pacifismo e del dogma della stabilità a ogni costo fondata sul “male minore”, supporter della “clausola democratica” negli accordi economico-commerciali con gli altri Paesi.

A giudizio del ministro degli Esteri è preferibile puntare sull’esilio di Assad – la strada proposta da Marco Pannella nel 2003 nei confronti di Saddam Hussein allo scopo di scongiurare la guerra in Iraq – o sul suo deferimento al Tribunale penale internazionale dell’Aia: percorsi che “risparmierebbero un ulteriore spargimento di sangue”. La via da privilegiare “è in ogni caso politica e non militare. A condizione che Mosca sia determinata a incoraggiare un percorso di transizione negoziata”.

La linea dell’Italia e dell’Ue per superare lo stallo in Egitto

Più complessa, a dispetto delle apparenze, appare agli occhi di Bonino la fase di estrema polarizzazione che vive l’Egitto, in cui i protagonisti del rivolgimento “democratico e liberale” della primavera 2011 rischiano di venire soffocati nella morsa letale dello scontro tra forze armate e Fratelli musulmani. Uno stallo che per la responsabile della Farnesina smentisce le illusioni di chi auspicava con la destituzione violenta di Morsi una prospettiva di democratizzazione della vita civile. “Convinzione che pure era fondata, visto che il leader della Fratellanza aveva promosso una deriva autoritaria nutrita di una visione onnivora del potere, imperniata sulla centralità assoluta del presidente eletto dal popolo rispetto a ogni altra istituzione. Tradendo le aspettative di chi sulla scia dell’esperienza turca scorgeva la possibilità di una via islamica verso la democrazia politica e lo Stato di diritto”.

Ma oggi, spiega il capo della nostra diplomazia, l’azione intrapresa dall’esercito con l’appoggio di una parte ampia delle componenti laiche ha il sapore della ritorsione. Al punto che “i militari vanno comprendendo nella nozione dai confini sempre più indistinti di terrorismo un arco enorme di forze politico-sociali. Voler sradicare la Fratellanza può alimentare una spirale estremista, integralista, jihadista pericolosa per la comunità cristiana copta bersaglio di aggressioni, incendi, distruzioni, e per il mondo occidentale”. Rivolgendosi al nuovo leader del Cairo, “permeato dal desiderio di ripercorrere le ombre di Nasser”, Bonino chiede pertanto la liberazione di esponenti autorevoli della Fratellanza, processi equi a loro carico, un percorso istituzionale inclusivo.

Bonino tra Siria ed Egitto. Idee ed evoluzioni del ministro degli Esteri

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