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C’è un convitato di pietra nella crisi siriana. Mentre il Medio Oriente bruciava e continua a bruciare anche dopo la tramontata illusione delle primavere arabe, lacerato com’è da sanguinose rivolte, guerre civili e controrivoluzioni, mantenere la pace in Israele resta l’obiettivo primario dell’Amministrazione Usa per poter coltivare ancora una speranza di pacificazione della regione.

È anche per questo che in cima alle valutazioni del presidente Barack Obama, indeciso se attaccare o meno Damasco dopo il presunto uso di armi chimiche da parte del regime, vi sarebbe proprio il timore che un’azione militare possa avere ripercussioni sia sui processi di pace con la Palestina, sia per l’altissima probabilità che il conflitto si allarghi – con il lavorìo sotterraneo di Qatar, Russia e Cina e non solo – ai vicini territori israeliani.

IL DIALOGO ISRAELO-AMERICANO
Non è un caso che Susan Rice, consigliere alla sicurezza nazionale del presidente americano Barack Obama, abbia incontrato rappresentanti di Israele con i quali ha discusso della Siria, dell’Iran, dell’Egitto e di temi legati alla sicurezza dell’area. Per la Casa Bianca, che cerca in qualche modo di stemperare la tensione del momento, “l’incontro è solo l’ultimo nell’ambito delle regolari consultazioni di alto-livello”.
Ma i timori di Israele per un’escalation di violenza nella regione sono reali, come testimoniato da Haaretz, che ne dà conto spiegando l’importanza della visita della delegazione israeliana, guidata dal consigliere per la sicurezza nazionale Yaakov Amidror.
Intanto però, sul fronte interno, Israele prova a rassicurare la popolazione descrivendo “improbabile che la Siria attacchi lo Stato ebraico nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero portare avanti un’operazione militare nel Paese“. Per la radio israeliana, che cita fonti dell’Esercito, è improbabile anche un attacco da parte della milizia libanese Hezbollah, alleata del presidente siriano, Bashar Al-Assad. L’esercito “si prepara comunque a tutte le possibilità” e anche a scenari estremi. Al-Assad, ha spiegato l’emittente citando quello che sembra un “avvertimento” recitato da esperti di sicurezza, senza dubbio è consapevole che un coinvolgimento di Israele nella guerra potrebbe essere “mortale” per lui.

L’ANALISI DI MORRIS
Il quadro però rimane estremamente complesso. Da un lato, come sottolinea lo storico israeliano Benny Morris in un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera, “la Primavera araba ha cancellato completamente la minaccia strategica convenzionale” contro Israele.
L’esercito siriano, rileva, “è impegnato nella guerra civile contro la maggioranza sunnita”; quello irachenoè alle prese con la mini guerra civile che oppone sunniti a sciiti” e infine la compagine egiziana oggi “deve tenere a bada le turbolenze della rivoluzione, con una mini ribellione di jihadisti nella penisola del Sinai, sul confine con Israele, e la minaccia di una ben più grave insurrezione di tipo guerriglia/terrorismo all’interno stesso del Paese da parte dei Fratelli musulmani”.
Due anni dopo l’avvio della cosiddetta Primavera araba – ritiene lo storico israeliano – la posizione di Israele nella regione è quindi diventata, paradossalmente, molto più forte” ma anche “molto più precaria. Perché tuttavia, “lo scompaginamento di Stati e governi e l’indebolimento degli eserciti attorno a Israele hanno creato non pochi vuoti di potere, e portato a un travaso di violenze lungo il confine con Libano, Siria ed Egitto” con una escalation di attacchi terroristici sempre più difficili da controllare.

IL PERICOLO IRAN
Ma la preoccupazione principale di Israele resta il Nord. “Un’operazione militare contro la Siria coinvolgerebbe gli alleati del regime degli Assad, Iran e Hezbollah, la cui roccaforte è il Libano meridionale, così vicino a Israelespiega Rolla Scolari sul Foglio.
Perché gli iraniani sciiti, argomentava Morris, “stanno facendo il possibile per puntellare Assad e vincere la guerra civile contro i ribelli sunniti, inviando persino contingenti delle guardie rivoluzionarie iraniane, che combattono a fianco dell’esercito di Assad. Quello che l’Iran (e pertanto anche Hezbollah, armato e finanziato dall’Iran) farà in reazione a un attacco americano contro Assad, o a future operazioni israeliane in Siria, è solo ipotizzabile”.
Un altro motivo per cui Obama, che considera la distensione dei rapporti con Islamabad come uno degli obiettivi centrali del suo mandato, riflette sulle conseguenze di una offensiva che potrebbe pregiudicare sul nascere i rapporti con il neopresidente iraniano Hassan Rowhani.

LE MOSSE DI ISRAELE
Ma in attesa degli Usa, Tel Aviv non resterà a guardare. Israele – si legge sul quotidiano diretto da Giuliano Ferrara – conta dunque sulla sua “deterrenza”, scrive il Jerusalem Post, secondo il quale la reazione israeliana al lancio, avvenuto giovedì, di alcuni razzi katyusha dal Libano su Israele è sembrata essere un messaggio di determinazione.
Se fino a oggi Israele ha evitato di prendere una posizione sugli eventi della guerra civile siriana, le recenti notizie su presunti attacchi chimici così vicini alla porta di casa hanno fatto cambiare i toni alle autorità.
Inoltre, secondo fonti di intelligence occidentali, l’Iran sarebbe in grado di disporre di armi atomiche già nel 2014. Un’eventualità che Israele e il suo premier Benjamin Netanyahu considerano una “minaccia” stessa alla loro “esistenza” e che contrasteranno in tutti i modi, anche con un’azione bellica se le multe internazionali o la diplomazia americana dovessero rivelarsi insufficienti.

Siria, Usa e Gb pronti all’attacco. Assad avverte: sarà un fallimento (fonte video: AdnKronos)

Siria e il fattore Israele

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